Dalla Castiglia alla Nigeria

Chi non conosce Don Chisciotte? Credo che anche i più illetterati tra noi ne abbiano sentito parlare, quantomeno perché, della famosa opera letteraria di Miguel de Cervantes, esistono anche versioni a fumetti e in disegni animati. Chissà se lo conoscevano anche gli uomini, le donne e i bambini nigeriani barbaramente massacrati nelle chiese del loro Paese in questi giorni; chissà se, in qualche scuola del Boko Aram, viene spiegato agli studenti il significato profondo delle avventure dell’hidalgo spagnolo, sempre pronto a battersi contro qualunque nemico per difendere i propri valori e la propria fede, non arrendendosi alla decadenza della sua epoca e sino ad arrivare al grottesco; chissà se gli scolari del Pakistan, della Siria, dell’Egitto o della stessa Nigeria avranno riso, come me, nell’immaginare il personaggio del contadino-scudiero Sancio Panza o riflettuto, crescendo, sull’indiscutibile fedeltà che questi tributa al suo padrone (mi azzarderei a proporre una similitudine tra Sancio e Sam del Signore degli Anelli, il quale, nella sua fedeltà e dedizione nei confronti di Frodo Baggins, arriva a superare, in eroismo e coraggio persino il suo padrone, cui offre sempre sostegno e speranza).

Rivolgo a me stesso queste domande dopo aver ascoltato, da parte di alcuni vescovi e sacerdoti, i soliti discorsi annacquati e politicamente corretti su quanto i veri musulmani non ammazzino impunemente i cristiani, sul fatto che questi ultimi siano vittime più di giochi di potere e di intrighi internazionali che di vera e propria persecuzione religiosa, sulla necessità di dialogare con gli “altri” e di non dare troppo peso al male fatto ai cristiani medesimi, all’Occidente e all’Europa, colpevoli, da sempre, di imperialismo, colonialismo, razzismo, sfruttamento, nazismo, pedofilia (marxismo, materialismo e ateismo no?) e chi più ne ha più ne metta. Comprendo la necessità ed il dovere della Chiesa e nostro di non accusare chi ci perseguita, di porgere l’altra guancia, di non commettere il grave errore di credere che tutti i musulmani, o i non cristiani in genere, siano uguali e che tutti ci odino: infatti, non tutti lo fanno e non sono essi il Nemico, o almeno non sempre. Comprendo, altresì, la responsabilità ed il dovere morale e civile di chiedere perdono per tutti i crimini commessi (sia quelli attuali che quelli di seicento anni or sono). Ciò che non comprendo, tuttavia, è la ragione per cui la Verità che la Chiesa ed i cristiani sono chiamati a proclamare debba essere addolcita, stemperata, sbiadita e privata del proprio significato assoluto, in nome di un perbenismo e di un buonismo stolti e sconsiderati, e per cui questa stessa Verità, che altro non è se non Cristo ed il rapporto di ognuno di noi con Lui, debba passare in secondo piano rispetto ad un’idea asfittica di pace come compromesso tra le parti, alla polemica su stipendi, salari, sprechi, alla crisi e all’emergenza sociale (per inciso, a provvedere agli ultimi e agli emarginati è stata sempre, e per prima, la Chiesa, ma di questo scriverò un’altra volta).

E’ così difficile gridare che ogni anno, secondo le statistiche dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) muoiono nel mondo, per la loro fede, circa 105 mila cristiani (un morto ogni cinque minuti)? E’ così arduo rendere giustizia a queste vittime – le quali non vanno necessariamente e sprezzantemente alla ricerca della morte, ma neppure fuggono di fronte ad essa – riconoscendo loro quantomeno di essere dei martiri, testimoni della fede uccisi per mano di infedeli? E’ davvero così tremendamente assurdo affermare che delle persone fatte saltare in aria in una chiesa, mentre partecipavano alle funzioni religiose, hanno testimoniato con il sangue la veridicità della propria fede ed il loro attaccamento alla Verità, divenendo essi stessi sigillo, con i loro corpi martoriati, del messaggio che desideravano trasmettere e vivere? Perché si deve temere così tanto di offendere qualcuno recuperando delle categorie e delle definizioni quali “martire”, “testimone”, “infedele”, “crociata”, che noi cristiani abbiamo introdotto e non utilizziamo quasi più, lasciando, invece, che altri se ne servano del tutto impropriamente?

Il martire, nell’accezione cristiana e secondo il termine greco da cui questa parola deriva, è colui che, dopo aver visto e sperimentato, rende testimonianza pubblicamente di ciò che ha vissuto in prima persona ed è, perciò, pronto a dare la vita affinché tale testimonianza venga proclamata e conosciuta. L’infedele, al contrario, o il “perfido”, non è una persona necessariamente cattiva, bensì colui che non crede al messaggio proclamato dal martire e che può arrivare a perseguitare quest’ultimo a causa della testimonianza che questi rende. Le crociate, infine, non sono mai state concepite, come molti credono, come conquista di territori e di potere in nome della religione (se questo è avvenuto è imputabile alla sete di potere che molti, troppi uomini hanno mascherato con la legittimità che il senso del sacro avrebbe fornito loro): esse sono nate come conseguenza della conquista islamica di territori cristiani e come tentativo di difendere sia i cristiani di quegli stessi territori che il diritto dei pellegrini europei di recarsi nei luoghi più sacri della cristianità. E’ lapalissiano che chi venga ucciso o perseguitato perché cristiano sia un martire, così come è ovvio che il persecutore, se commette il crimine in nome di una fede o di idee avverse a quelle del martire, debba essere definito un infedele!

Forse, però, per noi europei, troppo occupati a scrollarci di dosso i pensieri di questa crisi economica e morale che attanaglia la nostra decadente civiltà ed a cercare compromessi laddove non possono esservene, è più scontato e più ovvio condannare all’oblio e all’indifferenza i nostri fratelli perseguitati in nome della fede che abbiamo in comune, soprattutto perché affermare che essi sono dei martiri significa, il più delle volte, ammettere che noi non lo siamo, che non ci interessa più chi siamo, che viviamo benissimo nel non sapere da dove veniamo e ciò che siamo divenuti. Ci sembra assurdo, inaudito, improponibile, quasi offensivo che ci sia ancora della gente pronta a morire per qualcosa in cui crede e ancora più inconcepibile che ciò per cui si muore sia Cristo. Molto meglio l’illusione e le false speranze riposte nel relativismo, nel pacifismo, nel pluralismo e nel buonismo, che non sono riusciti a risolvere nessun conflitto tra gli uomini ed hanno condotto al soffocamento di qualsiasi anelito verso l’infinito, verso ciò che è più alto, verso una vita vera, una verità indiscutibile e una libertà reale e tangibile.

Così, i martiri divengono dei Don Chisciotte che combattono mulini a vento e nemici inesistenti, dei sempliciotti i quali si ostinano a credere ancora che esistano il bene e il male e che i due concetti non siano compatibili; i valori assoluti, intoccabili, quelli da difendere con la vita cessano di essere tali e noi possiamo continuare la nostra esistenza misera, mediocre, falsamente libera, lasciando che essa sia scandita non più dalla liturgia delle ore, dalle campane della festa, dal lavoro equilibrato e sano e dalle melodie celestiali che avrebbero indotto in schiavitù, secondo la mentalità di questo secolo, l’intero genere umano, ma dall’ansia di trovare una destinazione per il fine settimana incombente o per le vacanze in arrivo, dagli appetiti sessuali, dagli orari delle nostre trasmissioni preferite, dalla prova costume per l’estate e dai saldi invernali, dalle settimane bianche, dalle automobili rosso Ferrari, dai SUV, dalle labbra rifatte, dai seni rifatti, dalle lampade abbronzanti e dalle creme dimagranti.

Non voglio certo fare il predicatore degli ultimi giorni (già, mi rendo conto che parlando di Cristo potrei infastidire molti, ma se profetassi in nome dei Maya avrei un enorme successo) e dire che tutto ciò che vi è al mondo è male. Al contrario, penso che questo mondo sia meraviglioso. Credo, tuttavia, che, al fine di godere di tutte le sue bellezze, sia necessario riscoprire ciò per cui vale la pena anche di perdere la vita e riscoprire, prima della “libertà condizionata” che consiste nell’esistere in funzione di qualcosa di fatuo, la ragione che ci renda capaci di continuare ad esistere senza quel qualcosa.

Secondo il mio modesto avviso, sinché percepiremo i martiri cristiani della Nigeria, del Pakistan o di altre parti del mondo come lontani, idealisti e creduloni (in spagnolo, per riferirsi a chi, come Don Chisciotte, si ostinerebbe a credere in valori ormai decaduti e obsoleti, è stato coniato il termine “quijotista”) e non diverremo noi stessi martiri ogni giorno nella nostra vita, il nostro mondo non cambierà, poiché non ci accorgeremo di quanto è prezioso ciò che abbiamo e saremo disposti a venderlo al miglior offerente; se lasceremo che ci convincano che non esista un Bene assoluto e, di conseguenza, che non vi siano dei nemici che vogliono allontanarcene, non faremo altro che tapparci gli occhi, cercando di ripeterci l’un l’altro, come guide cieche, che non serve combattere per ciò che è vero, bello e buono, giacché ciò che è falso, brutto e cattivo, in realtà, sarebbe solamente un diverso modo di percepire la realtà, non necessariamente malvagio, non per forza il Male.

Ebbene, miei prodi, lasciamo che ci trascinino in battaglia e a singolar tenzone, permettiamo che si rida di noi, che i nostri nemici si facciano beffe della nostra vita e del nostro credo illudendoci di non esistere e mascherandosi da mulini a vento. Forse che i mulini a vento fanno strage esplodendo nelle chiese? Forse che i mulini a vento ci portano via i figli, lasciandoli a morire per le strade con mille sostanze stupefacenti in corpo? Se ci schiereremo con i martiri, il mondo intero si ribellerà contro di noi e vivremo combattendo la buona battaglia, ma saremo liberi. Orbene, io dico a voi, così come lo ripeto sempre a me stesso: “Cessate di petulare! Sempre viveste da femine… Cercate lo meno di morire da homini!”.

Per approfondimenti:

G. Potestà, G. M. Vian, Storia del Cristianesimo”, Il Mulino, 2010;

S. Runciman, Storia delle Crociate, Einaudi, 1966.

M. Introvigne, “Chiesa perseguitata e discriminata”, articolo apparso in La bussola quotidiana, 09/01/2012;

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2 thoughts on “Dalla Castiglia alla Nigeria

  1. Però per le Crociate bisognerebbe controbilanciare Runciman con qualcuno meno prevenuto e più aggiornato.
    Vengono in mente Jonathan Riley-Smith e Rodney Stark
    http://www.radicicristiane.it/fondo.php/id/663/ref/2/Le-crociate–%22Un-atto-d'amore%22
    http://www.patheos.com/Resources/Additional-Resources/Crusades-for-Christ?showAll=1

    Giusto come consigli di lettura per disintossicarsi da Sir Steven, che se l’hanno pubblicato da Einaudi ci sarà una ragione… 😉

    Buona Pasqua, già che ci sono.

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