Il Pianista e il notturno

Lui si siede al pianoforte. Finora, ha composto e suonato molto, da solo e con l’orchestra: concerti, ballate, suite, fughe. E’ stato virtuoso e romantico, impetuoso e soave, perfetto nell’esecuzione e nella ripartizione delle note, degli intervalli, dei tempi e delle scale: non ha commesso il minimo errore. Il pubblico che assiste al concerto è in visibilio, estasiato di fronte a tale maestria e non può fare altro che lodare il livello artistico del Maestro.

All’improvviso, egli mette a tacere gli applausi e le ovazioni e ricomincia a suonare, stavolta solo per sé. Desidera eseguire un notturno che ha composto unicamente per il proprio diletto, una composizione differente da tutte le altre, speciale, apparentemente imperfetta e priva della regolarità e dell’equilibrio che contraddistinguevano le precedenti.

Un arpeggio, poi il suono tranquillo e pacato delle prime note, come l’alba di un nuovo giorno, una vita che nasce, i primi passi di un bambino. Il viso del Pianista è rilassato e compiaciuto, come se il pianoforte fosse una creatura che egli sta cullando ed egli ne fosse il padre: alla sua opera dà colore, espressione e vitalità e il tocco delle sue dita forma dolcemente l’esistenza del brano che sta eseguendo. Questa prima parte ne è l’infanzia. Ogni suono è un ricordo, ogni accordo una sensazione, ogni battuta un’emozione: le giornate sulla spiaggia, i primi giochi sulla neve, i pomeriggi tranquilli di primavera, la spensieratezza di chi non sa ancora che cosa diverrà ma non se ne preoccupa.

Poi, il tocco si fa più deciso, il motivo cambia, sempre più incerto, sempre più drammatico, finché un fuoco deciso non scaturisce, attraverso una scala eseguita con abile virtuosismo, dal profondo del bambino divenuto repentinamente un uomo. Dolore. Passione. Turbine di emozioni improvvise che invade la composizione come ardore adolescenziale ed improvvisa tempesta di vento, fulmini e tuoni, quasi la composizione volesse liberarsi dal controllo e dalle intenzioni del suo creatore. Sembra riuscirci finché il tema principale non ritorna a conquistare nuovamente lo spazio perduto, seppur con nuove sfumature che lo rendono più ricco e ancor più piacevole per l’udito del pubblico in platea, come se le intemperie avessero aggiunto personalità, maturità e colore all’esecuzione, benché risulti altrettanto evidente che qualcosa è perduto per sempre: forse l’innocenza, forse il candore delle prime note.

Il tutto cambia ancora poco dopo, quando la composizione sembra di nuovo prendere vita in maniera autonoma rispetto a chi la sta eseguendo. Agli occhi dei convenuti, il Pianista non è che un altro spettatore e il brano una persona nuova, libera, nata da un pianoforte ma non sussistente in esso. Nessuno sa spiegarsi che cosa stia accadendo: se prima il Pianista aveva stupito il pubblico con la propria arte, la quale, tuttavia, rimaneva sotto il totale controllo di lui, così come le stelle, le stagioni e la natura obbediscono a precise regole che ne stabiliscono i ritmi e l’alternanza, adesso il notturno era esso stesso motivo di meraviglia, figlio del suo compositore eppure altro rispetto a quest’ultimo, il quale lo ha reso capace di ispirare, di creare, a sua volta, altra musica nei cuori di chi lo ascolta, di suscitare emozioni diverse in ognuna delle persone che si trovano in platea: ognuno interagisce con il brano, lo fa suo, lo interpreta, ha delle aspettative precise che a volte trovano una risposta, altre soltanto delusione.

Le mani del Pianista suonano ancora, toccano la tastiera, eppure le note che fuoriescono dal pianoforte parlano una lingua nuova. E’ il momento della maturità, delle gioie vere e dei dolori più crudeli, è il tempo dei suoni decisi, convinti, forti; è mare in tempesta le cui onde si infrangono sugli scogli, la risacca a distruggere tutto ciò che non è al riparo; sono tramonti infuocati che tingono il cielo dei colori della passione; è ribellione totale che sconvolge ogni cosa. Il notturno sembra gridare al suo creatore e al pubblico in platea: “Guardatemi, ascoltate, sono vivo, esisto, non potete controllarmi, ho un cuore!”.

All’improvviso, la stanchezza, la sfiducia, la progressiva perdita di vigore e, alla fine, l’abbandono nelle mani del Pianista: non più una lotta, non più la ribellione, ma l’armonia. Il Creatore e la creatura suonano insieme il tema principale, quello dell’infanzia, eppure sempre nuovo, sempre diverso, sempre più ricco di sfumature, emozioni, sensazioni. Nuovi trilli, arpeggi, scale ornano la composizione, al culmine della sua bellezza, ed essa trova finalmente la pace, fino a lasciare che il Pianista la conduca finalmente là dove essa è destinata ad esalare l’ultimo respiro, quell’ultimo accordo e quell’ultima nota che daranno il senso definitivo alla sua esistenza.

Ispirato dal Nocturno di Fréderic Chopin, si maggiore,

Op 62 Nº 1

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