Tamar

Esco di casa per andare al pozzo. E’ quasi mezzogiorno ed il caldo è opprimente. Intorno a me il nulla: terra sabbiosa, colline brulle, qualche cespuglio qua e là. Sassi roventi e sterpaglie sembrano l’unico ornamento al paesaggio nudo che mi si apre innanzi agli occhi. Il mare non è lontano, ma la canicola ne nasconde i contorni all’orizzonte. Lo cerco, lo desidero, lo sogno, ma lui non si svela quasi mai, non si dona alla mia vista. E’ sfuggente e si nega come le persone che ho amato, non ricambiata.

A volte, il sole è talmente forte che sembra consumarmi e mi sento svenire mentre torno a casa con la giara colma d’acqua. Lo so, le altre donne vanno al pozzo nel pomeriggio, verso il tramonto. Stanno lì tutte insieme, al fresco, mentre attingono e parlano tra loro, si confidano, si confrontano. Sono amiche. Io, invece, amiche non ne ho. Ho provato ad andare con loro, ma non mi vogliono, non mi parlano, mi guardano appena e, se lo fanno, nei loro occhi vedo solamente disprezzo. Per loro, io sono una prostituta, un’impura, come una lebbrosa, una peccatrice odiata da Dio e dagli uomini. Forse hanno ragione. Tuttavia, non ce la faccio ad essere continuamente umiliata anche da loro, ci ha già pensato la mia vita a farlo. Dunque, preferisco lasciare che il sole mi bruci, che mi annienti piuttosto che sentire i loro sguardi su di me. L’arsura mi fa meno male di quanto riescano a farmene queste donne.

Quando sono nata, mio padre mi ha chiamata Tamar, come la palma che produce i datteri, perché – diceva sempre quand’ero bambina – un giorno sarei divenuta grande e forte come un albero ed avrei prodotto molti frutti. Lui mi chiamava principessa e sognava per me una vita bella e ricca, colma di benedizioni, un marito e tanti figli. Purtroppo, però, mio padre è morto quando non ero neanche adolescente ed io e mia madre siamo rimaste sole. Ero molto bella, un tempo, e molti pensano che io lo sia ancora. Chi, tuttavia, vorrebbe mai sposare la figlia di una povera vedova, senza dote e senza futuro? Una povera ragazza come me era buona per soddisfare gli uomini, non certo per essere una moglie. Così, mia madre mi ha ceduta a poco prezzo al primo uomo che ha mostrato di volermi e che io non ho mai amato. Ho avuto cinque mariti e tutti mi hanno ripudiata, dopo avermi privata di ogni cosa: felicità, speranza, dignità, sogni. Mi hanno spolpata come tanti cani intorno a un osso e poi mi hanno abbandonata.

Ero sola. In qualche modo dovevo sopravvivere, così ho imparato a usare l’unica arma che ancora mi rimaneva: il mio corpo. Da allora, molti uomini hanno fatto con me ciò che desideravano ed ora vivo con uno di loro, che mi usa ogni volta che ne ha voglia e di cui sono divenuta schiava. Che facciano pure, ormai non mi importa più. Che cos’altro possono portarmi via che non mi abbiano già rubato?

Sono molto stanca e ho tanta sete. Il vento caldo e la sabbia sferzano i miei occhi ormai incapaci di lacrimare, bruciano la mia pelle e rendono ancor più incerta la mia andatura, già insicura a causa della giara, pesante benché ancora vuota, sulla mia testa.

Sono ormai giunta al pozzo e mi accingo a calare il secchio quand’ecco arrivare qualcuno… Non riesco a capire chi sia, sicuramente non è di queste parti, altrimenti lo riconoscerei. Non ne distinguo bene i tratti, per via del sole accecante. Sembra, comunque, alto e alquanto prestante. Magari è uno dei tanti che vogliono venire con me e poi mi lasciano lì dopo aver fatto ciò che vogliono, mentre io vorrei soltanto un po’ d’amore e desidererei con tutto il cuore che mi portassero via da qui.

Si avvicina e mi chiede da bere: è un giudeo! Ha un bel coraggio a venire nelle nostre terre e a domandare da bere proprio a me, che sono samaritana. I nostri due popoli si odiano e io glielo rammento. Lui mi risponde che, se sapessi chi è colui che sta mi chiedendo da bere, io stessa gli avrei chiesto dell’acqua con cui, una volta bevutane, non avrei mai più avuto sete. Un’acqua che toglie la sete per sempre? Dove mai si potrà trovare, gli chiedo.

Costui è proprio strano, benché decisamente affascinante. Di solito, riesco benissimo a sostenere lo sguardo degli uomini. Sono loro che non riescono a guardarmi negli occhi dopo avermi usata. Lui, invece, è diverso da tutti: mi scruta ed è come se mi conoscesse. Tanti mi hanno violentata, sfruttata, trattata come un oggetto, ridendo di me, passandomi ai loro amici, vantandosi di aver fatto di tutto con il mio corpo… In troppi mi hanno vista senza veli e credono, sapendo come sono fatta fuori, di conoscere anche la mia anima. Pensano di possedermi! Io, però, ho un’arma segreta: Mi sono costruita un involucro invisibile e impenetrabile. Nessuno – ho giurato – entrerà mai nella parte più intima e segreta di me e saprà mai chi io sia davvero. Non darò mai più a nessuno il mio cuore, perché nessuno mi ha mai amata veramente. Adesso, però, questo giudeo riesce a penetrare con il suo sguardo fino in fondo alla mia anima e ad entrare là dove alcun uomo è mai entrato. Non mi sono spogliata per lui, come ho fatto per altri, ma egli riesce a vedere attraverso i miei vestiti, ad andare oltre la mia pelle e ad arrivare al mio spirito. Chi sarà mai?

Gli dico che, se davvero vi fosse qualcuno in grado di trovare dell’acqua che disseta per sempre, io sarei la prima a volerne, perché questo maledetto pozzo non riesce a togliermi la sete, visto che, ogni volta che torno a casa con la mia giara e pure dopo aver bevuto varie volte, ho più sete di prima, a causa del sole e del caldo opprimente. Inoltre, ormai io stessa sono come terra deserta, arida, senz’acqua. Non credo più che qualcosa o qualcuno possa davvero dissetarmi. Sono forse riusciti i nostri padri samaritani, che hanno il loro santuario su quel monte lassù, a produrre dell’acqua che tolga la sete per sempre? Ci è riuscito forse Giacobbe, che ha costruito questo pozzo? Nessuno di loro ha potuto farlo. Come potrebbe mai riuscirci questo giudeo?

Ora riesco a guardarlo meglio anch’io e nei suoi occhi vedo qualcosa che non ho mai trovato finora nello sguardo di nessun uomo: comprensione! Riesce a parlarmi di tutta la mia vita, la conosce meglio di me: gli uomini che ho avuto, l’odio che ho di me stessa, la sentenza di condanna che tutti, io per prima, hanno emesso su di me. Egli può vedere quanto male e quanto dolore ci siano nel mio cuore. Poi, mi spiega che i nostri padri hanno sempre adorato ciò che non conoscevano, al contrario dei giudei, e che un giorno Dio susciterà dei veri adoratori in spirito e verità. Sono una donna semplice, nessuno mi ha mai istruita. Non so che cosa voglia dire adorare Dio in spirito e verità e nessuno mi ha mai parlato di Dio come di un Padre. So soltanto che muoio di sete e quest’uomo ha ragione: non ho mai compreso chi stavo pregando e perché; non ho più voluto conoscere nessuno perché non mi sono sentita conosciuta; non ho più voluto amare perché non mi sono mai sentita amata. La mia sete d’amore e di verità mi aveva spinto, prima, a dare via il mio corpo in cambio di spiccioli e il mio cuore in cambio di briciole d’affetto il più delle volte dissolte in un mare di lussuria.

Ho cercato, ho cercato il mio amato, ma non l’ho trovato. Correvo, mi stancavo, mi gettavo via. Bussavo, ma nessuno mi apriva; chiedevo, ma nessuno sapeva dirmi dove fosse l’amore.

La mia giara è ormai piena d’acqua che tra poco sarà già evaporata. Io sono ancora vuota. Guardo ancora il giudeo, sperando che egli abbia pietà di me, visto che sa tante cose, visto che sembra essere un profeta. Oso dirgli che so che, un giorno, verrà il messia ed allora egli ci spiegherà tutto e noi comprenderemo. Sì, noi! Mentre parlo in prima persona, desidero con tutta me stessa che l’uomo che ho di fronte non si indigni con me che ho osato includermi tra coloro che il messia illuminerà con la sua sapienza; lo supplico con lo sguardo di non cacciarmi perché so, nel mio cuore, che è egli è colui che stiamo aspettando.

Senza distogliere lo sguardo, mi risponde che ho parlato bene: è proprio colui che deve venire. Poi tace. Non mi caccia, non mi percuote e non si indigna con me! Io mi alzo e la giara che ho in mano cade e si frantuma: acqua ai miei piedi, acqua dai miei occhi, acqua sulla terra arida e sabbiosa. All’improvviso, mi sento invadere da fiumi d’acqua che entrano ed escono da me, le mie ossa e la mia anima inaridite riprendono vita, il mio cuore si rinfranca e spero ancora.

Corro, mi affretto verso il villaggio e lascio il giudeo al pozzo. Tutti devono sapere che ho cercato il mio amato e non l’ho trovato, però lui mi ha cercata e mi ha trovata, mi ha sedotta ed io mi sono lasciata sedurre. Ora non devo più nascondermi, non devo più elemosinare, non devo più chiedere nulla agli uomini e alle donne da cui sto correndo. Ero io che cercavo ed essi non mi hanno saputo indicare dove fosse il mio amato. Ora sono io che annuncio loro che l’ho trovato e che lui è venuto da me, prima ancora di andare da loro: da me, donna, peccatrice, prostituta, abbandonata.

Ora, nessuno mi chiamerà più abbandonata, né la mia terra verrà detta devastata. Ora io sono sposata ed ho bevuto all’acqua che toglie per sempre la sete. Ora io sono di nuovo Tamar, palma da datteri, e i miei frutti saranno di nuovo buoni e succosi.

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