Il puzzle (elogio della precarietà)

Oggi mi sento particolarmente a corto di parole. Sarà perché è lunedì, perché sono ancora assonnato e reduce da un fine settimana particolarmente intenso, sarà perché a volte può sembrare che la vita quotidiana non sia particolarmente ispirante. Eppure, mi dico, molte persone al mondo darebbero qualsiasi cosa per avere una parvenza di stabilità quotidiana, qualcosa che somigli ad un fine settimana, ad un lunedì mattina, ad un lavoro e ad una famiglia, tutte cose che io ho. Tuttavia, non parlerò di quanto sono fortunato rispetto ad altri né di quanto gli altri abbiano di più o di meno rispetto a me.

Voglio parlare, invece, di crisi: non di quella economica, del differenziale (più noto come spread) tra titoli di Stato italiani e tedeschi, di inflazione, di disoccupazione et cetera. No, per crisi intendo il senso profondo del termine secondo l’etimologia greca (in greco κρίσις, scelta) che indica un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oltre che una situazione sociale instabile e pericolosa.

Nel mio caso particolare, nulla ha prodotto più frutti positivi di quei cambiamenti traumatici o stressanti, di quelle situazioni dolorose, di quelle angoscianti revisioni che siamo costretti a fare di tanto in tanto (più spesso di quanto non desideriamo) sulla nostra esistenza passata e presente e che chiamiamo crisi. Traumi, male subito, sogni mancati, soddisfazioni non arrivate costringono un individuo a rimettersi in discussione e quindi in gioco. Nel puzzle della nostra vita, una crisi equivale allo staccare con fatica un pezzo che era stato collocato dove non doveva esserlo, per poter poi procedere, con maggiore creatività ed esperienza, al completamento dell’opera, mirando quest’ultima con un punto di vista rinnovato.

Oggi sono un giovane uomo alle prese con un lavoro che non ritengo assolutamente all’altezza dei miei sogni; non ho ancora raggiunto una stabilità sentimentale e familiare; sono sempre, costantemente, alle prese con fantasmi del passato che ancora mi tormentano. Evviva! Questo vuol dire, appunto, che sono un essere umano e che vivo ancora in questo mondo (il che mi fa molto piacere). La conseguenza di tale consapevolezza ha prodotto, da parte mia, parecchie azioni: il lavoro non mi soddisfa? Bene, me lo terrò stretto, perché, per molte ed ovvie ragioni, devo, ma non smetterò di coltivare i miei sogni, le mie aspirazioni ed i miei progetti, cercando di scavare nel profondo e di trovare qualcosa che avevo abbandonato per via di un futuro che credevo certo, “a tempo indeterminato”, ma che aveva imprigionato la mia mente ad una scrivania; non sono ancora sposato? Vivrò come se lo fossi: pur tenendo aperto il mio cuore alla possibilità di incontrare la mia “anima gemella”, mi fidanzerò con Dio, con i miei amici, con la mia vita di ogni giorno, sapendo che non occorre avere una moglie per essere marito e padre di qualcuno; il mio passato mi tormenta? Chiederò a Dio di riconciliarmi con esso, il che vuol dire perdonare, essere perdonato e, senza dimenticare, lasciare che il patrimonio di gioie, dolori, incapacità, rimpianti e ricordi si trasformi in un valore aggiunto che, con l’aiuto di Dio, può trasformarsi in benedizione per me e per chi mi circonda e può, addirittura, divenire arte!

Sì, è questo che voglio essere: un artista. Desidero essere capace di mutare anche la spazzatura in un’opera bella a guardarsi e che doni qualcosa a chiunque vi si avvicini. Questa è la ragione per cui scrivo e continuo a lasciarmi leggere: mi alleno, mi tengo in esercizio, provo a lasciarmi lasciarmi lavorare da Colui che dona le parole e diventare, se Egli lo vorrà, uno scrittore, cosa che ancora non sono.

In mezzo alle catastrofi, alle cattive notizie, al nichilismo e al relativismo imperanti, come può un uomo non sentirsi insoddisfatto e sconfitto? Scegliendo di lasciarsi strappare, anche con dolore, dall ’Artista supremo, Colui che sa dove e come collocare tutte le componenti, un pezzo di puzzle piazzato al posto sbagliato. Nella mia esperienza personale (e sento di dover precisare che, non essendo io un relativista, per “personale” intendo “universale”), l’unico modo per non soccombere, per scoprirsi continuamente persone rinnovate e arricchite, per rivedere con creatività la propria esistenza, per non smettere di sognare, di progettare, di amare, per essere sempre, incomparabilmente, saldamente felici è una persona: Gesù Cristo Figlio di Dio.

Molti troveranno banale questa mia affermazione (mi dispiace per loro), ma la mia fede in Gesù, incanalata in un serio e costante cammino spirituale nella Chiesa cattolica, è l’unica cosa che ha dato senso e stabilità alla mia vita e che mi fa avere ogni giorno voglia di viverla. Tutto il resto sono parole al vento che non mi va di scrivere.

Preferisco concludere con uno dei miei salmi preferiti, che ho scelto come motivo portante della mia vita:

Salmo 16

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libazioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

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6 thoughts on “Il puzzle (elogio della precarietà)

  1. Come fai a scrivere così bene di me senza conoscermi?
    Grazie: la tua fede mi dà lo sprint per vivere al meglio la mia κρίσις 😉

  2. forse ti può far piacere sapere che il “tuo” Salmo è anche il “mio”… grazie per le parole che hai scritto, ottimi spunti di riflessione…

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