L’avvocato (del) diavolo

Tratto da uno dei sogni più vividi che mi sia mai capitato di fare

 

E’ mattina presto.

Mi preparo per la prima udienza del mio ultimo giorno di lavoro. Da domani mi godrò la pensione. D’altra parte, anni di onorata carriera mi hanno sì permesso, da un lato, di guadagnarmi, in tutto lo Stato del Massachussets, una buona reputazione di giudice inflessibile e incorruttibile; dall’altro, tuttavia, sono stanco, disgustato da tutta la feccia che mi è capitato di vedere: ladri, assassini, stupratori, millantatori. Per tutti ho usato il pugno di ferro: il giudice Thompson – dicono tutti – non guarda in faccia a nessuno! Posso dire di aver lasciato una buona eredità ai miei successori.

Entro nell’aula del Tribunale della Corte Suprema di Boston e, per la prima volta in anni di servizio, non vedo nessuno, se non l’avvocato della Pubblica Accusa e l’imputato. Il primo, che non conosco, è un uomo sulla sessantina, impeccabile nel suo completo nero: ha l’aria di chi ha accumulato una grandissima esperienza e, di conseguenza, conosce il proprio mestiere e nutre una grande fiducia in se stesso. Sul mio registro vedo scritto il suo nome: John Sathan. Strano, mi dico, il Procuratore deve averlo assunto di recente, poiché proprio non l’ho mai visto. L’imputato, invece, è un giovane sulla trentina, capelli lunghi legati dietro, barba incolta, sguardo profondo e penetrante. Non deve passarsela molto bene, penso. Non ha un bell’aspetto, sembra l’abbiano picchiato. Chissà che cos’avrà combinato per trovarsi qui. Controllo di nuovo il mio registro per conoscere il suo nome e i reati che gli sono attribuiti: Emmanuel J. Messiah, arrestato per truffa aggravata ed omicidio. Sul mio memorandum manca, tuttavia, il nome della vittima dei suoi crimini.

Dichiaro aperta la seduta battendo il martello.

“Lo Stato del Massachussets contro il signor Emmanuel J. Messiah. Come si dichiara l’imputato?”, esordisco.

L’imputato mi guarda negli occhi senza dire nulla. Nessuno è presente al suo fianco, né amici, né parenti e neanche un avvocato a difenderlo.

“Signor Messiah, come si dichiara? Innocente o colpevole? Conosce i suoi diritti? Sa perché è qui?”, continuo.

Niente. Quest’uomo ha qualche problema, è evidente. Mi rivolgo all’Accusa.

“Avvocato Sathan, che cos’è questa farsa? Dove sono gli esperti, i giurati, la stampa, l’avvocato della Difesa? E come mai quest’uomo non parla? Può spiegarmi, inoltre, per quale ragione nel mio dossier sul caso non è presente il nome della vittima? Chi è la persona che sarebbe stata truffata e uccisa?”.

“Lei, Vostro Onore, il giudice Reginald Harvey Thompson!”.

“Che scherzo è questo?”, protesto. “La farò radiare dall’albo e vi condannerò entrambi per oltraggio alla Corte!”.

“Lei non può protestare né far annullare il processo, Vostro Onore. Dovrà unicamente emettere la sentenza. Fino a quel momento, non avrà la facoltà di parlare”, mi comunica l’avvocato Sathan.

In effetti, da allora mi sento come incollato alla mia sedia, senza poter muovermi né fuggire, e non riesco più a proferire parola. Sono paralizzato ed il terrore si impadronisce di me.

Il signor Sathan incomincia a parlare.

“Vostro Onore, l’imputato qui presente, il signor Messiah, è un truffatore e un millantatore. E’ stato arrestato in flagranza di reato, come appare nel suo dossier. Lei è qui come giudice e vittima allo stesso tempo perché quest’uomo L’ha ingannata e Le ha tolto la vita. Lo guardi bene: non lo riconosce?”.

Ho come l’orrenda sensazione di trovarmi qui perché sono morto, non riesco a spiegare in altra maniera quanto sta accadendo. Guardando bene l’imputato, mi rendo conto di conoscerlo, di averlo visto da qualche parte, tuttavia non posso ricordare né dove né quando. E’ lì che continua a guardarmi, mi scruta, mi legge dentro, ma non parla, non mi aiuta a capire.

“Quest’uomo è il più grande criminale della storia”, continua l’avvocato Sathan. “Ha fatto migliaia, milioni di vittime, Vostro Onore. Lei è tra quelle. Le ha raccontato delle assurdità e Le ha fatto promesse che poi non ha mantenuto. Le ha detto che L’avrebbe resa felice, signor giudice, che L’avrebbe guarita da tutte le sue malattie, che L’avrebbe colmata di ogni benedizione e salvata dalla fossa. Dove sono tutte le cose che questo criminale Le ha promesso? Dove sono? Lei non è felice, Vostro Onore! E’ un illuso! Vede, quest’aula è vuota, così come è vuota la sua vita: i suoi amici, esattamente come quelli del signor Messiah, si sono volatilizzati; e la sua famiglia? Dov’è la sua famiglia? Dove sono i figli che Lei avrebbe desiderato? E la moglie che sognava? E dov’è la salute del suo corpo? Lei sta morendo, signor giudice, sta morendo senza essersi goduto nulla, perché quest’uomo Le ha tolto ogni cosa, L’ha truffata, si è preso la sua vita senza darLe nulla in cambio. Le dirò di più: dopo questa vita non ce n’è un’altra! Vi è solo tenebra, la tenebra in cui il suo corpo, Vostro Onore, marcirà, allo stesso modo in cui è marcito il corpo dell’imputato. Lui Le ha raccontato di aver vinto la morte, ma non è vero: è stato sconfitto; Le ha detto che L’avrebbe condotta in un posto migliore, Le avrebbe dato un Regno intero in eredità: anche questo è falso. Non vede i suoi vestiti, signor giudice? Non vede chè è uno straccione, un perdente, un fallito? Anche Lei, Vostro onore, è un fallito se oggi, emettendo una sentenza esemplare, non ribalterà la situazione. Oggi, Lei è chiamato a giudicare questo criminale e a scegliere da che parte stare: se seguire le vane e astratte promesse di questo truffatore o le leggi di questo Stato, la concretezza del nostro Codice, il diritto di ogni cittadino alla libertà!”.

Guardo ancora l’imputato, cercando un sostegno da parte sua. Vorrei aiutarlo, tuttavia egli non dice nulla, non mi dà modo di favorirlo in alcun modo. Vorrei avere degli elementi oggettivi su cui basare la mia sentenza, ma quest’uomo rifiuta di parlare, di dire alcunché in sua difesa. L’avvocato Sathan, invece, è sempre più infervorato. Forse dovrei ascoltarlo, sembra che gli importi molto di più del caso rispetto a quanto non ne sia coinvolto il signor Messiah.

“Vostro Onore, mi appello alle leggi del nostro grande Stato del Massachussets, nonché alle leggi federali degli Stati Uniti d’America, per chiedere la condanna a morte per il qui presente signor Emmanuel J. Messiah. L’Accusa chiede, inoltre, che, in attesa della sentenza, l’imputato venga rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Calvary per pericolo di fuga e inquinamento delle prove, oltre che per il rischio di reiterazione del reato. Ne va della salvezza di altri poveri e innocenti cittadini. Signor giudice, la Procura Le propone un accordo in cambio di tale sentenza: Lei non morirà, sarà salvo. Inoltre, verrà aperto per Lei un conto offshore alle isole Cayman, sul quale verrà versata immediatamente la somma di trenta milioni di dollari”.

L’avvocato dell’Accusa è stato molto convincente, non c’è che dire: retorica brillante ed eccellente presentazione dei fatti, look convincente, allettanti proposte in cambio del mio giudizio in suo favore.

Che dire, invece, di questo poveraccio seduto sul banco degli imputati? E’ ancora lì a fissarmi, a catturarmi con i suoi occhi. Ora lo guardo anch’io e vedo, so chi è! Quegli occhi! Essi dicono molto più di un’intera arringa: mi parlano di momenti vissuti insieme, di aiuto, di promesse già realizzate e di altre in divenire; mi comunicano fiducia e abbandono, fiducia in me! Quest’uomo confida in me, nelle mie capacità, si affida al suo sguardo che vale molto più di mille parole. Mister Sathan continua a strepitare, alza la voce, argomenta, si sforza in ogni modo di catturare la mia attenzione, ma io non riesco a distogliere lo sguardo dall’imputato. Oggi sono chiamato a giudicare il mio Giudice che, dal canto suo, non mi ha mai giudicato, anzi, con fiducia, siede lì, tranquillo, nell’attesa che io pronunci la giusta sentenza. Egli sembra sapere chi sono io per lui e chi è lui per me  e non mostra alcun dubbio nei miei confronti. Com’è possibile? Dovrei sedere io al suo posto e lui al mio, invece lui lascia che un professionista dell’accusa parli di lui come del peggior criminale del mondo e permette a me di trarre le conclusioni? Non può essere vero, nessuno dotato di un minimo d’intelligenza e di furbizia, in questa città, si lascerebbe portare in giudizio, sapendo quanto la legge di questo mondo e le opinioni dei giudici siano fallibili e corruttibili. Eppure lui è lì, la sua bocca non si muove e non sorride, ma i suoi occhi mi fanno sentire amato, stimato, realizzato.

Improvvisamente, sento la mia lingua sciogliersi e batto il martello.

“Silenzio in aula! Ordine! Avvocato Sathan, grazie per la sua arringa. Alzatevi tutti per la sentenza”.

Accusa ed imputato non si sono mai guardati per tutta la durata del processo e continuano a fissare me, in attesa che mi pronunci.

“Io, giudice Reginald Harvey Thompson, assolvo l’imputato da tutte le accuse e ne ordino l’immediata scarcerazione”.

Appena pronunciate quelle parole, mi sveglio.

 

Quanto scritto sopra è ispirato a un sogno che ho veramente fatto alcuni anni fa. Quel sogno è rimasto talmente impresso nella mia memoria da ricordarne tutti i particolari. Ovviamente, il modo in cui è raccontato ne è una trasposizione romanzata, ma l’unica cosa che non corrisponde sono i nomi dei personaggi e dei luoghi.

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