Apologia di una pecora

Meglio un giorno da leone che cento da pecora.

Questo è il ritornello che sento spesso ripetere da chi si vanta di essere un anticonformista e pensa di vivere una vita eroica perché dedita all’edonismo, alla competizione, all’ideologia del carpe diem.

Chi è, però, il leone e chi, invece, la pecora?

Il leone è coraggioso, indipendente, forte, non ha bisogno di nessuno. Egli vaga solitario per la foresta e per la savana e tutti gli altri animali lo temono. Il leone, così come il lupo alle nostre latitudini, aggredisce, divide, disperde, impaurisce, confonde, sbrana, divora.

La pecora, al contrario, è debole e mite, vive nel gregge ed è incapace di sopravvivere da sola, ha bisogno delle sue compagne ed ha bisogno di un pastore, essendo preda facile del leone e degli altri animali, compreso l’uomo, al quale, nondimeno, dà, sin dal momento in cui nasce, carne, lana, latte: la propria vita, insomma.

Nella nostra cultura, a volte, la pecora è vista come simbolo di conformismo, del fare per forza come gli altri. Forse è così, ma la mia esperienza è un’altra. Il mio carattere tutt’altro che mite e mansueto, infatti, mi spinge ad identificarmi più con un animale fiero come il leone. Ho realizzato, tuttavia, che i miei tanti limiti umani, spirituali, intellettuali e fisici possono essere superati vivendo in un gregge, con persone simili a me, ovvero una comunità di amici, fratelli che condividono con me qualcosa di fondamentale: abbiamo tutti lo stesso pastore!

Ciò che non si pensa mai delle pecore, invero, è che, pur seguendosi l’un l’altra, esse, tutte insieme, seguono un pastore, qualcuno che abbia cura di loro e che le conduca in salvo, le guidi “sul giusto cammino”.

Il pastore del mio gregge è un leone! Sì, proprio così! E non un leone qualsiasi, bensì il leone dei leoni!

Egli, come gli altri leoni, è forte, maestoso, indipendente. Al contrario di quelli, tuttavia, non ha bisogno di nutrirsi, di divorare, di disperdere e di sbranare. Egli esiste e basta. Ciononostante, ha spogliato sé stesso di tutte le sue caratteristiche di “re della foresta” e si è reso simile alle pecore, è divenuto debole, bisognoso, dipendente dagli altri per le sue necessità e, anziché sbranare i suoi nemici e le sue prede, si è lasciato divorare da queste; si è reso, insomma, somigliante a coloro che egli voleva pascere, cui, poi, ha lasciato un pascolo sicuro, sorvegliato da un bianco cane da pastore il quale, insieme con altri cagnolini che lo aiutano, è stato debitamente addestrato su come prendersi cura dell’ovile.

A volte, nondimeno, non solo certe pecore, ma anche diversi cagnolini non vogliono obbedire al pastore ed al bianco cane con il quale dovrebbero collaborare. Essi, difatti, ritengono di essere più forti, sapienti, scaltri di quest’ultimo, pensando di potersi prendere cura del gregge meglio di come lo farebbero il leone divenuto pecora e il bianco cane da pastore il quale, secondo loro, sarebbe ormai attempato ed andrebbe rinchiuso in una pensione per animali oppure soppresso. Gli agnelli, che sono i membri più piccoli e deboli dell’ovile, si sentono dunque disorientati da così tante voci discordanti e, a volte, si perdono. Essi, difatti, altro non chiederebbero se non di essere guidati secondo la Verità e le direttive del pastore. A loro non interessano le dotte discussioni, le diatribe fra i cagnolini e le pecore più istruite, le divisioni all’interno del pascolo. No, gli agnellini vogliono seguire il leone divenuto pecora e il cane dal pelo bianco come la neve. Essi vogliono rimanere piccoli, fedeli, hanno bisogno che si parli ancora loro della bellezza del pascolo su cui si trovano, dell’abbondanza di frutti, fiori, alberi, acqua ed erba, della speranza di poter rimanere lì per sempre, se seguiranno gli ordini del pastore che ha cura di loro, che dà la vita per le pecore, che essi conoscono e dal quale sono conosciuti. Gli agnellini sanno che, se guidati “sul giusto cammino”, potranno crescere, divenire forti e sani e generare, a loro volta, altre pecore.

Noi, piccolo gregge, non temiamo, eppure siamo stanchi delle voci dei cagnolini rabbiosi, dei lupi solitari che vogliono disperderci e dei ladri; noi vorremmo solo obbedire, che vuol dire “dare ascolto”, alla voce del pastore, che conosciamo, per poterla seguire e andare dietro a lui. Noi sappiamo che il nostro pastore non aveva bisogno di rinunciare al suo essere “re della foresta”, ai suoi attributi regali. Egli, tuttavia, lo ha fatto per amore nostro e gliene siamo grati. Allo stesso modo, siamo grati al bianco cane da pastore, il quale usa la grande saggezza di cui è dotato non per manifestare la propria superiorità sui cagnolini suoi collaboratori, ma per guidare tutto il gregge “sul giusto cammino” che conduce su pascoli erbosi e ad acque tranquille.

 

Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi (1Pietro, 6-9)

 

 

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