No, la prova costume no!

“Urlo” di Edvard Munch (1893)

Stamattina pensavo che la Chiesa cattolica potrebbe, forse, aggiornare la propria liturgia, tenendo conto dell’esistenza di un nuovo periodo liturgico durante l’anno: il Tempo della Prova Costume. Proprio così: ormai, dopo il Tempo di Avvento, di Natale, di Quaresima, quello Ordinario e quello Pasquale, la società postmoderna, così attenta alle nuove esigenze dell’uomo, contempla anche un altro momento di vitale importanza, ovvero quello in cui tutti i fedeli, di qualunque sesso, razza e orientamento politico ricorrono a palestre, centri benessere, diete, yogurt specifici e lampade abbronzanti per essere perfettamente in forma e pronti per il di’ fatale, quando affronteranno il Giudizio Universale sotto l’ombrellone! I sacerdoti dovrebbero, in questo senso, dare il buon esempio celebrando messa in abiti più consoni allo stile necessariamente sobrio del periodo in questione, in cui sacrifici e privazioni indicibili sono richiesti a tutti (mentre ci si scandalizza se, durante la Quaresima, esistono ancora talune, antiquate persone che non mangiano carne di venerdì o cercano di offrire rinunce e fioretti).

Eh sì, se una volta, nei secoli “bui”, il Giudizio più temuto era quello degli ultimi giorni, della fine del mondo, per cui ci si preoccupava di Colui che, unico, era ritenuto degno di aprire i sigilli, oggi ci si preoccupa, in vista dell’Apocalisse estiva, di essere degni di indossare un pezzo di stoffa sempre più succinto e costoso e di esibire le proprie pudenda in un consesso di Giusti che hanno lavato non i propri peccati, bensì le proprie calorie in eccesso, e non certo nel Sangue dell’Agnello, ma grazie a un bibitone probiotico a basso contenuto di colesterolo.

Orbene, dovrò, come ogni anno, affidarmi alla misericordia del popolo delle spiagge, giacché sarò indegno di indossare il costume: bianco come una mozzarella di bufala dell’Agro pontino, non depilato, con vari chili più del necessario e completamente incapace di rinunciare alla cioccolata e ai dolci di cui sono goloso.

Ci ho provato, lo giuro! Ci ho provato! Qualche anno fa, mi ero addirittura iscritto (e l’avevo pure frequentata costantemente per mesi) in una di quelle supermegapalestre romane in cui uomini e donne ipertrofici (ma solo da alcuni punti di vista) discutono amabilmente mentre si imbottiscono di vitamine e Dio sa solo cos’altro e gareggiano a chi solleverà di più rispetto al rivale. Ero costantemente monitorato, in tutte le mie attività, da un’aggraziata signorina, alla quale, dopo aver iniziato a dedicarmi ai pesi (avevo già perso ben quattro chili, fino a quel momento!), avevo espresso la mia preoccupazione per essere aumentato di qualche etto. La delicata fanciulla, tuttavia, mi aveva tranquillizzato, masticando con grande finezza la sua gomma americana:

Aho’, nun te preoccupa’… Te spiego: mo’ ch’hai iniziato a fa’ i pesi, stai a perde ‘a massa grassa e stai a aumenta’ ‘a massa muscolare. Comunque, stai tranquillo! ‘A prova costume è salva!

Ecco, quella è stata la prima volta in cui ho sentito parlare di prova costume! In quell’istante, infatti, si sono spalancate di fronte a me le porte di un universo di cui ignoravo l’esistenza: in palestra, una sala dedicata forniva, sin dal mese di aprile, assistenza quotidiana a coloro che, pur di arrivare degni al Giudizio Universale Litoraneo, erano disposti a sottoporsi a snervanti sedute in cui il grasso sui fianchi veniva misurato con speciali tenaglie, occhi indagatori scrutavano i progressi compiuti o emettevano, senza bisogno di parole, sentenze che condannavano i malcapitati a giorni interi di fitness, biking, spinning, jumping ed altre pratiche mistiche ed esoteriche conosciute solamente con il loro nome ebraico antico, essendo l’origine di tali, misteriosi riti risalente al periodo protosemitico arcaico. Il popolo che camminava nelle tenebre – pensavo – ha visto una grande luce! Finalmente, eravamo salvi, ci era stata rivelata la verità che ci avrebbe resi liberi: eravamo in sovrappeso!

Purtroppo, ho dovuto ammettere con me stesso di essere una persona doppiamente “colpevole”: oltre ad essere imperfetto nell’anima, lo ero anche nel corpo. Almeno – mi ripetevo – questa gente si prende cura del proprio aspetto, io faccio fatica a fare persino quello! Sono pigro, goloso e odio la fatica ed il sudore. Questa triste consapevolezza mi ha spinto, ovviamente, a mollare palestre, diete e muscolosi colleghi e fuggire il più lontano possibile! Difatti, anche se le endorfine (così si chiamano – mi è stato detto – gli ormoni responsabili del senso di benessere) mi facevano sentire fisicamente bene dopo l’immensa tortura che era, per me, passare del tempo in quel centro ginnico, non ne potevo comunque più di quei corpi gonfi e sudati, dell’odore “soave” degli spogliatoi e soprattutto dell’ostentazione, senza alcun pudore, di bicipiti, tricipiti, quadricipiti, eptacipiti, decacipiti e microcefali! Per non dire altro!

Oggi, dopo molto tempo trascorso tra sedie, poltrone e letti, ricomincio a muovermi prendendo lezioni di tennis. In realtà, sono sempre più convinto che lo sport, nella sua parte ludica, sociale e di cura del proprio corpo, sia una cosa essenziale. Un po’ di sana competizione, confrontarsi con gli amici, stare all’aria aperta, riscoprire il gioco e il divertimento, prestare attenzione a tutto ciò che riguarda la propria persona (corpo, anima, intelletto, mente, cuore) e non solo ad una parte, ognuna di queste cose è sicuramente raccomandabile e buona.

Oggi ho voluto dedicare un post a questo tema “leggero” perché, lottando contro quella parte di me che ha sempre giudicato sprezzantemente qualunque forma di sport, mi sono deciso ad ammettere il principio del mens sana in corpore sano. Potrà sembrare banale, ma per me non lo è, magari anche per un fatto di orgoglio. Per principio, infatti, io non mi metto in discussione, non entro neanche in gioco se so di non vincere e di non essere il migliore. Sono sempre stato il classico primo della classe e ricordo con orrore quando, facendo karate (pratica che detestavo e cui mi sottoponevo solo per volere dei miei, ma che oggi, col senno di poi, raccomanderei a tutti) per più di quattro anni, partecipavo a gare regionali e interregionali: le poche volte in cui questo è successo, sono arrivato ultimo tra gli ultimi; ebbene sì, tra centinaia di persone di tutte le provenienze, il mio era l’ultimo nome in fondo alla lista. Che trauma! Nessuno aveva avuto un punteggio più basso del mio! Eppure, so che gareggiare, giocare, mettersi alla prova solo per vincere non è assolutamente giusto!

In conclusione, siamo entrati nel periodo liturgico della Prova Costume. Pur stigmatizzando in toto l’eccesso, il fanatismo, la vanità, affermo con piena convinzione che un corpo sano è di aiuto a una mente sana.

Certo, specialmente di fronte a certi fenomeni, occorre pure avere un grande equilibrio mentale, al giorno d’oggi, per capire che il culto del corpo, senza la cura dell’anima e della mente, non porta a nulla.

Quando corpus morietur
fac ut animae donetur
Paradisi gloria

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