Chiedimi se sono felice (lettera a un amico sull’orlo di una crisi di nervi)

Caro Eberardo,

Prima di tutto ti chiedo scusa per averti trovato un nome fittizio così assurdo, ma mi sembrava troppo divertente. Mi dispiace anche non aver potuto trovare il tempo – e, soprattutto, il modo – per parlare un po’, noi due, come ai vecchi tempi. Il fatto è che, da qualche mese, tu te ne stai chiuso nel tuo piccolo mondo, pensando sempre a quanto la vita sia ingiusta, al motivo per cui Dio non si decida a fulminare la collega che ti ha fatto le scarpe al lavoro, a come riuscirai a uscire da una situazione ingarbugliata come quella in cui ti trovi. Io cerco di starti vicino e mi va bene anche che, alle volte, tu sia intrattabile, triste e incavolato come una iena. Non mi importa, sai che sono tuo amico e che ti accetto per quello che sei, nel bene e nel male. Però sono molto preoccupato per te, ecco tutto. Visto, poi, che è così difficile parlarti, ho deciso di scriverti, tanto oggi è così di moda mandare lettere pubbliche, lo fanno anche le soubrette per rivelare ai propri fidanzati o mariti, attraverso i rotocalchi, di non sentirsi soddisfatte a letto o di desiderare un pizzico di pepe in più nella vita. Tu non sei così trasgressivo, caro Eberardo, dunque non hai nulla da temere, non rivelerò certo particolari scabrosi. Vorrei solo tirarti un po’ su, farti capire che non sei solo.

Una volta proprio tu mi hai chiesto che cosa volesse dire, per me, essere felici. Senza pensarci due volte, ti ho risposto che, nella vita, avevo sperimentato come la vera felicità si ottenesse non attraverso la realizzazione dei propri desideri, bensì imparando a desiderare le cose giuste per noi e per chi ci sta intorno. Tu, amico mio, condividevi quel mio pensiero, eppure oggi sembri concentrato su qualcosa di completamente opposto. Mi dici che nessun desiderio della tua vita si è realizzato, che hai fatto tanti sacrifici ed hai ancora un lavoro precario, uno stipendio da fame e non sei per niente appagato. Ti umiliano ogni giorno e tu non vedi una via d’uscita, una speranza, ti senti condannato a vivere così per sempre.

Io ti capisco e ti sono vicino, comprendo bene la tua situazione e mi chiedo anch’io perché tu e tanti come te siate costretti ad elemosinare un posticino in cui trovarvi a fare fotocopie illuminati dalla fredda luce di una lampada a neon.

Al di là delle oggettive ingiustizie di questo mondo, tuttavia, credo che la nostra generazione sia vittima di un grande equivoco: l’accettazione fittizia di sé. Sì, proprio così: ti propinano a destra e a manca slogan del tipo “accetta te stesso e sarai felice”, “ama chi vuoi, l’importante è amare”, “vivi e lascia vivere”, “dipende, tutto dipende da che punto guardi il mondo”. Tutti sono bravi a predicare queste nuove, grandi verità, salvo, poi, dimostrare il contrario: sei grassa? Allora fai schifo! Sei malato? Devi morire! Hai problemi con la tua sessualità? Diventa gay o cambia sesso (non ho capito, poi, come mai, nella mente malata di certi psichiatri e psicologi, una persona, anziché accettare di essere nata uomo o donna ed imparare ad amare la propria natura, debba, invece, sottoporsi a interventi dolorosissimi e deformanti per cambiare aspetto e genere, come se quest’ultimo si potesse cambiare con un bisturi)! Sei vecchio? Non servi più a nulla! Sei un embrione con probabili malformazioni o con la sola colpa di essere stato concepito al momento sbagliato? Devi essere abortito! Non sei un manager, non guadagni migliaia di euro al mese e non hai uno stuolo di procaci fanciulle ai tuoi piedi? Sei uno sfigato! Sei cattolico? Beh, allora sei roba da Medioevo, non devi esistere!

Vedi, credo che tutte queste cose possano distruggere una persona e, comunque, non la aiutano di certo ad accettarsi per ciò che è. E tu sei un uomo, Eberardo, un figlio di Dio, quindi di natura divina, proiettato verso l’eternità. Ricorda quello che ci siamo detti tempo fa: un cristiano, un figlio di Dio, è colui che sa godere di tutto ciò che di buono c’è al mondo, ma sa anche farne a meno poiché non ne è schiavo. E se siamo figli di Dio, seguiamo la strada che Lui ha tracciato per noi per vivere secondo la nostra vera natura.

Tu non appartieni al mondo e, se pensi che questo mondo possa darti la felicità, sei un pazzo, un malato, come me, come tanti. Non ci sentiamo amati perché ci fanno credere di essere degni d’amore solo se dirigiamo la Goldman Sachs, se abbiamo un ruolo chiave nella vita economica del Paese o se la nostra pelle è liscia e abbronzata. E quando, dopo una vita di sacrifici per essere come ti volevano, tu vedi crollare i tuoi progetti e i tuoi sogni e ti ritrovi in un angolo con un pugno di mosche, allora pensi che nessuno mai ti amerà perché non vali niente, perché non produci nulla, perché non hai la tartaruga sulla pancia o il nasino all’insù. E non sai più chi sei, se hai ancora qualcosa da dare, se a qualcuno importa di ciò che sai fare, giacché hai imparato a vivere secondo l’ottica del “sei ciò che fai” e non del “Dio ti ha fatto come un prodigio”.

Tutti, amico mio, abbiamo oggi questa grande tentazione, quasi tutti viviamo dei momenti di depressione perché ci sembra di non aver fatto o realizzato abbastanza. Anzi, non credere che chi sta più in alto di te non sia disperato per non essere riuscito a salire ancora di più, over the top.

Vorrei che tu leggessi le parole di un uomo felice, di uno che non era un imperatore, un dirigente, un tombeur de femmes, bensì un poveretto che andava a morire dato in pasto alle belve:

Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire

Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore.
A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questa terra. E’ meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra. Io cerco colui che è morto per noi, voglio colui che per noi è risorto. E’ vicino il momento della mia nascita.
Abbiate compassione di me, fratelli. Non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo e alle seduzioni della materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo.

Nelle parole di quest’uomo si trova, probabilmente, il senso della nostra esistenza, l’obiettivo che dobbiamo tenere sempre sotto i nostri occhi: divenire ostia. Nota come, nel suo significato antico, questa parola designasse la vittima di un sacrificio offerto a una divinità. Ancora oggi, per noi, il senso rimane lo stesso, benché il termine indichi soprattutto la particola di frumento che diventa Corpo e Sangue di Cristo e che noi riceviamo quando ci comunichiamo. Bene, io e te riceviamo l’Ostia per divenire ostia, partecipiamo a un Sacrificio per divenire noi stessi sacrificio; mangiamo un corpo divenuto frumento per essere come il frumento; siamo come spighe che devono essere tagliate, private dei chicchi, macinate, pestate, schiacciate, bruciate. A chi e a che cosa servirebbe la nostra vita se rimanessimo sul nostro campo a farci belli agli occhi degli altri e non morissimo ogni giorno per divenire farina e pane per chi ne ha bisogno?

Potrai dirmi che oggi siamo nel XXI secolo, non certo ai tempi del martire che scriveva quelle parole, ma la situazione non è tanto cambiata: il paganesimo di oggi è altrettanto violento e crudele, così come lo è la persecuzione per chi crede in Cristo. Certamente, è lecito e giusto desiderare un buon lavoro, la serenità, la salute, l’amore, ma noi non siamo queste cose, non solo. Noi siamo sale, siamo frumento, siamo farina, siamo pane e solamente così potremo godere pienamente di tutto ciò che questo mondo ha di buono. Altrimenti, ogni cosa intorno a noi perderà sapore e consistenza e noi stessi saremo grigi, vuoti, tristi.

Pensaci: una fotocopia, due, tre, cento; una lacrima, due, tre, cento; un’umiliazione, due, tre, cento; una gioia, due, tre, cento. Se offri tutto questo, se rendi te stesso sacrificio, ostia, ogni cosa, anche quella apparentemente più inutile e priva di significato diverrà come gocce di pioggia che irrigano la tua terra, come brina che la feconda, come trebbia che ti taglia e come macina che ti schiaccia, come acqua che ti impasta e lievito che ti fa crescere. Saremo spogliati di ogni apparenza, come una piccola particola, eppure non c’è nulla che sia in grado di cambiare le vite degli uomini come quella particola.

Se avessimo chiesto a Sant’Ignazio di Antiochia se era felice, ci avrebbe risposto di sì. Non può essere altrimenti, se scriveva quelle parole appassionate. Se anche noi, seguendo il suo esempio, divenissimo frumento, allora potremmo andare in tutto il mondo a dire: “chiedimi se sono felice”. E saremmo disposti a rinunciare a ogni cosa pur di non perdere la felicità che quella condizione, e solo quella, può donare.

 

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3 thoughts on “Chiedimi se sono felice (lettera a un amico sull’orlo di una crisi di nervi)

  1. Sono impressionato dalla qualità delle informazioni su questo sito. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Sono sicuro che visiterò di nuovo il vostro blog molto presto.

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