Le rovine di Gerusalemme

Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Publio Terenzio Afro)

 

Nipoti carissimi (se io sono lo Zio Blog e questa la mia capanna, lasciate che pensi a voi come dei nipoti che vengono a trovarmi ogni tanto per un thè e quattro chiacchiere), forse pensate che questo articolo sia dedicato a Gerusalemme, Gaza, israeliani, palestinesi e guerre ma, in realtà, non è così, o, almeno, non del tutto. Certo, chi mi conosce sa quanto io sia appassionato alla questione israelo-palestinese e vi abbia dedicato anni della mia vita, ma non ritengo questo sia il posto giusto per parlarne. Pensavo, invece, riflettendo proprio su quanto accaduto in questi giorni in Medio Oriente e su quanto avvenga ordinariamente nella vita di ognuno di noi, a come la storia di ogni uomo e di ogni popolo sia, molto spesso, una storia di prevaricazione, desiderio di affermazione di sé attraverso l’annientamento totale dell’altro.

Siamo stati creati per vivere insieme ai nostri simili e, nondimeno, il nostro prossimo è sia croce che delizia: lo amiamo se rimane un gradino più in basso rispetto a noi, ci ricordiamo di lui quando abbiamo disperatamente bisogno del suo sostegno – tanto che la nostra identità si forma proprio attraverso l’interazione con gli altri – e siamo pronti a fare qualunque cosa per chi diciamo di amare, purché questi se ne stia discretamente al suo posto e non ci costringa a metterci in discussione.

Certi conflitti violenti e disumani che sconvolgono tanto la nostra sensibilità non sono poi così diversi da quello che avviene ogni giorno nella nostra apparentemente pacifica esistenza. Dopotutto, anche noi lanciamo quotidianamente i nostri missili, anche noi subiamo costantemente bombardamenti e aggressioni, anche noi, volenti o nolenti, giriamo armati. Di che cosa? E’ presto detto: di parole, di atteggiamenti, di pensieri, di invidie e gelosie, di mancanze. Vi sono molti modi per uccidere gli altri e tante, troppe volte ci scandalizziamo di omicidi commessi da persone lontanissime da noi, mentre dimentichiamo delle parole che ci vengono ripetute continuamente nel Vangelo:

 

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; infatti chi uccide è sottoposto a giudizio. Io invece vi dico: chiunque si adira con il suo fratello sarà sottoposto al giudizio. Chi dice al suo fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio. Chi dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Mt 5,21-22)

 

Credetemi, vi parlo come un vecchio zio e non come un predicatore, soprattutto perché sono il primo colpevole, se parliamo di ira, gelosie, possessività e giudizio nei confronti del mio prossimo. Nondimeno, le parole dette da Gesù sono molto chiare ed estendono il comandamento “non uccidere” a tutti gli ambiti della vita relazionale con le persone che ci circondano. Definiamo assassini gli israeliani se tirano bombe contro i palestinesi e, viceversa, questi ultimi se lanciano razzi sulle teste dei primi. Noi, invece, che cosa saremmo? Ve lo dico io: secondo Gesù, siamo assassini anche noi! Ognuno combatte le guerre che può con le armi di cui dispone ed ogni guerra, anche se pare non cruenta, miete le sue vittime. Quante saranno le nostre?

Ultimamente, sto realizzando che non sono capace di pensare a me stesso come a una persona “realizzata” se non misuro la mia realizzazione in confronto a quella degli uomini e delle donne intorno a me; non riesco a considerarmi bravo in qualcosa se non lo sono di più rispetto a qualcun altro; ho bisogno di riuscire di più, di guadagnare di più, di avere di più, di valere di più, di essere ascoltato, amato, rispettato di più, di più, sempre di più. Quale grande e soffocante schiavitù è mai questa?! Stimo il mio “territorio” non abbastanza grande per me e, allora, devo affermarmi a scapito di altri, invadendo ciò che non è mio, opprimendo chi non la pensa come me, uccidendo, con le armi che conosco, il mio prossimo. Che stolto! Se almeno fossi a Gaza o in Israele, potrei giustificarmi dicendo che ne va della mia sopravvivenza, che devo difendermi in qualche modo, che ho lottato per la mia vita. Invece no! La mia unica motivazione è esistere, perché, per qualche strano motivo (o meglio, per il peccato originale), una vocina dentro di noi ci fa credere che solo fagocitando gli altri, come lupi, saremo qualcuno.

Personalmente, a volte mi sento come una grande quercia mobile… Sì, mobile perché senza radici, o meglio, con le radici non piantate nel terreno. Corro di qua e di là e, con le mie ingombranti e possenti membra, travolgo chiunque sul mio cammino. E non ho pace, non trovo riposo perché mi ostino – pur ripetendo continuamente a Dio che voglio sia fatta la sua volontà e non la mia – a puntare su quello che credo di avere e che il mondo mi offre e che, parliamoci chiaro, è davvero molto, molto poco. Come una pianta, l’animo umano ha bisogno di crescere e crescere sempre di più, verso l’alto ma, se non radicato in qualcosa di solido e fertile, è destinato a marcire, a piegarsi su se stesso, magari dopo essersi elevato un po’ e aver soffocato altre piante intorno a sé. Il suo destino è, comunque, segnato.

 

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? (Giacomo 4, 1-4)

 

E’ strano, ma questa parola, se, da un lato, mi ricorda le lotte violente tra Israele e Gaza, dall’altro mi fa pensare alla cruenta battaglia nella mia anima, alle difficoltà nel garantirmi uno spazio vitale per il mio gigantesco ego, ai miei cannoni puntati su qualunque minaccia esterna alla mia stabilità. E quale stabilità posso garantire a me stesso in questo mondo? Forse esiste qualcosa, nella vita degli uomini, non destinato a perire e a svanire come fumo? Vale la pena, quindi, uccidere per ciò che è fatuo e vano, per ciò che è fumo?

Vorrei essere come un albero piantato lungo corsi d’acqua, l’acqua che dà la vita vera. Le mie foglie non cadrebbero mai e i miei frutti, dolci e prelibati, maturerebbero al momento opportuno e nutrirebbero tutte le creature che volessero rifugiarsi alla mia ombra. Capirei perché sono al mondo e non avrei bisogno dell’ombra di altri alberi, giacché Dio sarebbe il mio solo rifugio. Sarei piantato lontano dai parassiti, dagli acari e dai funghi e la mia linfa scorrerebbe in abbondanza, saziando non solo me. Vedrei i miei nemici appassire e sarei consapevole – come invece, troppo spesso, non sono – di essere stato messo nel posto migliore, quello creato apposta per me e per cui io sono stato creato. So che questo è possibile, ma penso anche che tutti dovremmo cominciare a scandalizzarci di meno per le vittorie, per le sconfitte e per le guerre a mille miglia da noi (che non ci sono certo estranee ma per cui, comunque, non ci spendiamo più di tanto) ed a pensare a noi stessi come a creature cui è dato di scegliere se uccidere o meno il proprio vicino. Sì, perché, a chiunque creda in Cristo, questa scelta è data.

 

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere (Salmo 1)

 

Niccolò Paganini, Sonata per violino, n° 6

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