Come un sigillo sul cuore

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Oggi sono andato a controllare la data di nascita della Capanna dello Zio Blog: 9 dicembre 2011. Quest’avventura dura, quindi, da un anno e quasi non me ne ero accorto. Durante questo periodo, a quelli di voi che hanno avuto la pazienza di leggere ciò che scrivevo,  ho propinato migliaia e migliaia di parole e svariate riflessioni – spero non tutte così noiose – su tutto quello che mi saltava in mente. Nella mia vita, nel frattempo, sono cambiate tante cose, io stesso sono cambiato (se in bene o in male non so dirlo), ma quello che mi rende felice, in questa ricorrenza, non è festeggiare uno spazio virtuale, bensì le persone e la Persona che mi hanno spinto ad iniziare questa avventura, così come tutti coloro che mi sono cari, i quali, nonostante i miei cambiamenti e le mie instabilità, ci sono sempre e questo è quello che più conta. Ciò detto, non ho intenzione di soffermarmi più di tanto sul primo anno di vita della Capanna. Anzi, per quelli di voi che sono ancora sulla porta di questa casupola in riva a un fiume: perché non entrate? Accomodatevi, facciamo quattro chiacchiere!

Vorrei parlarvi, oggi, di qualcosa a cui pensavo in questi ultimi giorni: la fede intesa come memoria di un’esperienza. Pensavo, infatti, che la differenza tra chi crede e chi non crede non mi appare tanto basata sulla mancanza di fede in Dio, bensì sulla mancata esperienza di Lui.

Mi spiego meglio. Sono cristiano da tutta la vita, non so che cosa significhi non credere in Dio. Eppure, per molti anni ho avuto una fede costruita unicamente sul senso del dovere, sul perfezionismo, sul “fare” per avere ed essere. Poi, un bel giorno (o meglio, da quel giorno in poi), Dio si è reso presente nella mia vita, in determinati momenti, in modo diverso, particolare, direi quasi sensibile. Da allora, il vivere in prospettiva di qualcosa che sarà è divenuto compiere delle scelte in conseguenza di qualcosa che è stato e che è, ovvero un memoriale. Io non conoscevo Dio, mi sono reso conto che non avevo capito davvero nulla di Lui e lo immaginavo completamente diverso da come poi mi si è rivelato. Diciamo pure che mi ero costruito un dio a mia immagine e somiglianza, un idolo. Non so spiegare bene che cosa sia successo dopo, anche se mi viene in mente il termine utilizzato da San Paolo: μετάνοια (metànoia, cambiamento del modo di pensare in greco). Perché ciò è avvenuto?

Mi sono sentito toccato, amato, considerato da qualcosa, o da Qualcuno, infinitamente superiore a me e, in quel momento, ho capito che tutto ciò che si diceva di Lui era vero. Doveva essere così, in quel modo, in quel momento e attraverso gli strumenti e le persone che Egli mi ha messo davanti. E’ questo che mi ha spinto a cambiare la mia esistenza ed è il ricordo di quello e di altri momenti che mi aiuta ogni giorno a vivere di conseguenza, anche se, ormai da un po’ di tempo, non provo più quelle sensazioni che il primo, vero incontro con Dio provoca.

Nell’Antico Testamento c’è un costante richiamo a ricordarsi di Dio: “Io sono il Signore Dio tuo, che ti ho fatto uscire dall’Egitto”. La parola ebraica che definisce il ricordo è  זיכרון (zikhron), la quale deriva da una radice (זכר, zakhar) che indica non solo il ricordare, bensì il penetrare, imprimere, bucare, tanto da significare anche “maschile”. Il ricordo di Dio è maschio, penetra il cuore e l’anima, la plasma e ne sconvolge l’esistenza, come a una donna gravida, e la parola più giusta per tradurre zikhron sarebbe memoriale.

Come nell’Eucarestia, nell’Antico Testamento Dio invitava costantemente il suo popolo a ricordare, e non semplicemente degli eventi lontani, bensì qualcosa che era ancora vivo e presente, anche nei momenti di tenebra, di nuova schiavitù, di deportazione, di dolore: ricordati di me, che ti ho fatto uscire dall’Egitto perché, come l’ho fatto allora, posso ancora farlo! Ricordati di me che ho fatto questo per te, perché sei prezioso ai miei occhi, degno di stima, d’amore. Ricordati di me perché Io Sono e ho dato la mia vita perché tu vivessi. Questo non è semplicemente una memoria, è vivere la propria vita in virtù di qualcosa che si è impresso nel nostro cuore come un sigillo. Siamo stati penetrati da Dio, in noi Lui ha scritto ciò che siamo e questo ci rende capaci di essere felici, di essere completamente noi stessi anche quando non Lo sentiamo presente come lo era nel momento in cui ci si è rivelato all’inizio. In questo modo, il ricordo si trasforma in forza per andare avanti, per credere che quanto abbiamo sperimentato sia vero oggi come lo era ieri.

Non ritengo di avere dei particolari meriti per il fatto di credere in Dio, ma ho la certezza di aver sentito la sua presenza e di essere, quindi, impossibilitato a voltarmi dall’altra parte. Non posso ignorare, non posso far finta che quello che ho visto e sentito non sia vero. Per questa ragione, dovrei sentirmi responsabile per chi non ha fede. Un cristiano sa, infatti, che il Memoriale per eccellenza è l’Eucarestia; e sa, inoltre, che, nutrendosi del corpo di Cristo, egli stesso diviene una teofania e un memoriale per chi lo circonda. Pensavo, qualche giorno fa, che forse è per questo motivo che esiste la tentazione: il demonio non ha particolare interesse nei miei confronti, dopotutto che cosa sono io? Lui mi odia in quanto creatura amata da Dio e desidera portarmi via da Lui per provocare un dolore a Lui, non a me che non sono nulla; conosce, inoltre, il mio potenziale e sa che, attraverso di me, tante altre persone possono sperimentare ciò che io stesso ho visto e sentito e che, inevitabilmente, mi strapperà alle sue grinfie giacché è pur vero che io sono un peccatore, ma è altrettanto vero che non sono uno stupido: chi, infatti, tra la morte e la vita sceglierebbe la prima? Chi, tra la felicità eterna e la dannazione, sceglierebbe quest’ultima? Chi, dopo aver conosciuto veramente Dio, non considera spazzatura ciò che non viene da Lui e non è disposto a qualunque sacrificio pur di non perdere ciò che gli è stato donato?

Mi piace pensare che la fede non sia soltanto un’idea astratta, un sogno, bensì abbia gambe, braccia, mani, così come l’amore non è un concetto astratto. L’Amore, quello vero, ha avuto un corpo crocifisso, una vita donata, di carne e sangue. Così è entrato nelle vite degli uomini. Ed ha bisogno ancora di corpi crocifissi, vite donate, carne e sangue, poiché tanti cuori devono ancora ricevere il suo sigillo. Un essere umano è anima e corpo ed entrambe queste componenti sono indispensabili ed inscindibili perché un uomo sia considerato tale. Allo stesso modo, la fede è anche ragione, parole, gesti, carezze, consolazione, abbracci. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: ricordati di me, che ti ho amato e ti amo, anche quando non mi vedi; ricordami nelle tue lunghe notti insonni, nei tuoi giorni bui e privi di senso ai tuoi occhi, perché io ci sono; ricordati di me che ti ho abbracciato e ti ho portato via con me quando eri disperato. Posso farlo ancora. Abbi pazienza e arriverò presto. Non ti lascerò da solo. Sono come un sigillo sul tuo cuore.

Potrei essere il sigillo di Dio nella vita di qualcuno e questo mi fa rabbrividire sia per la gioia sia per l’angoscia di non dire di sì nel momento in cui mi sarà chiesto di diventarlo. E quel momento, per me e per tanti, è arrivato.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio (Cantico dei Cantici 8, 6-7)

 

Lettura consigliata: L’Eucaristia, memoriale dei “mirabilia Dei”

 

Mozart, Adagio for violin and orchestra in E major, K. 261

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