Eterno fanciullo

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Mi sento fuori posto, faccio fatica a crescere. Ripeto la mia parte ma ormai non so piu’ crederci. Questo bambino che mi nasce dentro non ha pietà: prende i miei giorni e li traduce in fantasie  (Gino Paoli)

 

I versi appena citati fanno parte di una bellissima canzone scritta da Gino Paoli per Ornella Vanoni: “Io come farò”. Penso che queste parole mi appartengano, specialmente in questo periodo. Sto, infatti, sperimentando una sorta di regressione, un ritorno all’infanzia, a sentimenti spontanei, sanguigni, violenti, a rivendicazioni e pretese, a ribellioni e capricci, a repentini scatti e cambi d’umore.

Vi è mai capitato di vivere momenti in cui sapete di dover fare dei passi in avanti, di dover apportare dei cambiamenti nella vostra esistenza, di dover tagliare dei rami secchi che vi impediscono di elevarvi verso la luce del sole e irrobustire i vostri tronchi? A me sta capitando ora. E’ un periodo di instabilità, caratterizzato da traslochi, nuove sfide professionali, stravolgimenti lavorativi, ricerca di un equilibrio interiore che scricchiola sempre più, ridefinizione dei miei confini, dei miei desideri, di tutto ciò che sono, frizioni e chiarimenti con gli amici.

Avevo già sentito parlare del concetto di Bambino interiore, ma forse non ne avevo mai sperimentato così intensamente gli effetti. Lo psicanalista Carl Gustav Jung è stato il primo a studiare la tematica del nostro io rimasto fanciullo, coniando l’espressione “Puer aeternus”. Il Bambino interiore, in pratica, sarebbe la nostra parte più spontanea e creativa, perennemente legata al mondo dell’infanzia e repressa con il passaggio all’età adulta. Essa rappresenterebbe addirittura, secondo alcuni, la nostra reale identità che andrebbe riscoperta, aiutata a risalire alla superficie, dall’abisso dell’inconscio in cui l’abbiamo sepolta, colmata di attenzioni. Secondo altri, invece, pur essendo necessario uno sguardo non troppo severo nei confronti del nostro io bambino, occorre che quest’ultimo sia dominato, controllato almeno nella sua parte distruttiva. Infatti, se, da un lato, il Bambino interiore identifica il nostro lato creativo, spontaneo, in qualche caso puro, esso presenta, altresì, degli aspetti infantilistici caratterizzati dal volere tutto e subito, pretendendo che gli altri ce lo diano, da un estremo bisogno di attenzioni e cure, dall’egoismo nudo e crudo.

A me, in particolare, succede che, proprio ora, nel momento in cui avrei bisogno di radici forti su cui fare affidamento, si presenti lui, il Bambino interiore, l’eterno fanciullo: carino e buffo, occhi vispi, aria da “so tutto io”. Dal basso dei suoi sei o sette anni, mi guarda con un misto di compassione e complicità, quasi fosse lui l’adulto ed io il poppante. Eppure, è lui ad indossare i calzoni corti e le bretelle. Ha in mano una fionda e, dispettoso come solo io sapevo essere da piccolo, mi lancia un sasso tra le gambe. Dopo essermi ripreso dallo choc e dall’onta subita, mi metto a rincorrerlo per dargliele di santa ragione, ma lui è più veloce, scappa via e ride a crepapelle.

Alle mie spalle, tutti i miei cari, il mio mondo, le mie responsabilità. Davanti a me, solo lui che corre in spazi verdi, prati zeppi di fiori di ogni genere e colore, alberi, un laghetto e tanti giochi.

“Non mi prendi, non mi prendi!”, mi urla.

Sento che non dovrei dargli retta e rimanere dove sono, ma non gli resisto. Ho voglia di rotolarmi su quei prati, di giocare con lui fino a sera. Quindi, lascio cadere tutto ciò che ho in mano: penne, valigette con documenti e attestati, una Bibbia, le chiavi di casa, il certificato di nascita. Tutto lì per terra. Senza voltarmi, mi metto a inseguire il fanciullo sui prati, lo rincorro mentre si nasconde e fa capolino tra gli alberi, finché, all’improvviso, scompare dalla mia vista. Lo cerco tra i cespugli, dietro le siepi, lo chiamo ma non mi risponde. Poi, mi accorgo di essere divenuto più basso, più piccolo ed agile, sento il fuoco dentro, una gran voglia di attenzioni e di protagonismo. Da un lato, mi sembra quasi di stare al centro del mondo, pieno di energia, di vigore; dall’altro, mi assale un rifiuto totale nei confronti di tutto ciò che è dovere, responsabilità, sacrificio, considerazione per chi mi sono lasciato indietro e per tutto quello che non mi piace. Sono libero dal dover amare, mi importa solo di essere amato e di non perdere chi penso mi appartenga; non ho voglia di ascoltare, solo di parlare; non voglio fare ciò che è giusto, ma soltanto quello che mi va.

A un certo punto, mi trovo davanti a una tavola imbandita, zeppa di ogni genere di dolci e caramelle. Mi metto a divorarne in quantità industriali, fino a star male. Quando non ne posso più, mi diverto a giocare con tutti gli arnesi che mi capitano tra le mani: palette e secchielli, badili, macchinine, bambole di latta, costruzioni, ma mi annoio e, così, comincio a scagliare per aria ogni cosa, a tirare calci e pugni dove capita, a scalciare e a sbattere i piedi per terra, a piagnucolare, a distruggere giochi, calpestare fiori, strappare l’erba, tirare sassi in acqua e contro gli alberi, i nidi, gli animaletti che scappano via. Mi annoio anche così. Ricomincio a mangiare, poi a giocare, poi a fare e disfare, creare e distruggere, ridere e piangere. Il tutto dura ore ed ore, sinché cado in un sonno profondo e senza sogni, non prima, però, di realizzare che indosso esattamente gli stessi pantaloncini e le stesse bretelle che avevo visto poco prima indosso al bambino dispettoso che mi aveva tirato un sasso.

Quando riapro gli occhi, la sensazione che mi assale è tremenda, perché intorno a me c’è solo devastazione e solitudine. Tuttavia, non sono giochi, alberi e fiori quelli che vedo distrutti, bensì pezzi della mia vita, brandelli delle esistenze dei miei cari. Sono ritornato adulto ma non c’è più nessuno insieme a me: tutte le persone che mi amavano giacciono senza vita ai miei piedi, trafitte dagli oggetti acuminati che ho lanciato loro addosso e, poco più in là, lo stesso fanciullo che avevo inseguito prima mi guarda con l’aria di chi ha appena combinato una marachella. Se ne sta lì mogio, singhiozzando.

“E’ colpa loro”, mi dice. “Non volevano giocare. Non ci volevano davvero bene… Perché non ci troviamo qualcun altro che voglia fare qualche bel gioco con noi?”, mi propone, asciugandosi gli occhioni e sorridendo ancora, sornione.

Cado in ginocchio e piango, piango disperatamente. Vorrei uccidere quel bambino, punire lui e me stesso per avergli dato retta, per aver creduto che la mia vita fosse un gioco senza conseguenze, ma il danno è fatto. Mentre ancora sono per terra, immerso nel dolore e nel rimorso, appare un altro bambino. Non è vestito bene come il primo ma ha un che di incredibilmente dolce. Mi prende per mano e invita l’altro fanciullo a unirsi a noi. Mi sussurra che devo perdonare me stesso e l’io della mia infanzia, capire che ogni uomo ha dentro di sé un bambino che deve rimanere sottomesso all’adulto così come l’umano è sottomesso al divino. Poi sorride e, improvvisamente, dietro di lui tutte le persone che erano morte cominciano a muoversi e riaprono gli occhi. Non mi ameranno più, non dopo quello che ho fatto. Questo è quel che credo.

Invece no. Ecco che, pur doloranti, con visi tumefatti, occhi gonfi ed ossa rotte, mi si avvicinano e mi abbracciano, dimostrandomi che non bisogna aver paura di crescere, perché l’amore vero è roba da adulti. Posso essere ancora fanciullo nell’abbandono nelle braccia di Qualcuno, nella fiducia, nella purezza delle emozioni. Nondimeno, per farlo, e, allo stesso tempo, amare da adulto, capisco che devo imparare non ad assecondare il bambino interiore che c’è in me, bensì ad accogliere un altro Bambino. E’ la sua fanciullezza che devo prendere a modello, non i capricci, non le manie di attenzione né le sindromi distruttive del mio io infantile ferito e represso. Quel Bambino (quello con la “B” maiuscola) è vissuto nella semplicità, sottomesso all’autorità dei genitori e abbandonato alla volontà del Padre celeste, fiducioso nella di Lui bontà, misericordia e provvidenza.

Quel Bambino non ha avuto bisogno di prendersi quel che voleva a scapito di chi gli stava intorno; non è vissuto nel timore di perdere coloro a cui teneva, bensì ha dato la vita per loro e non li ha persi, anzi, li ha guadagnati, li ha riscattati, insegnando al mondo che cosa vuol dire essere davvero bambini, anche quando si è adulti.

Dedico queste semplici righe a quelle persone che mi amano e che io, per paura di perdere, non amo.

Buon Natale a tutti

Lo Zio Blog

 

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