L’uomo da poco

trireme

Penso spesso a te, uomo da poco. Le tue avventure mi hanno conquistato da quando ero bambino. Sentivo parlare dei tuoi numerosi viaggi, delle persone che incontravi, delle avventure per terra e per mare: i naufragi, i pericoli cui eri esposto, le traversate da un capo all’altro del Mediterraneo; i porti e le città, le notti al freddo e i giorni sotto il sole cocente; amici e nemici, accoglienza e rifiuto, abbracci e sputi. La tua vita, così strana, esotica ed eroica, appariva più entusiasmante di un cartone animato o di un telefilm. Il tuo nome ha evocato per secoli Paesi lontani, lingue e genti nuove, mai conosciute prima, sole, aria salmastra e vento che ti accarezza il viso. Mai fermo, mai stanco, mai quieto, mai davvero in pace, seppur pacificato, forse perché anche nel tuo mondo, così come nel mio, non si poteva mai smettere di lottare.

Alla nascita, in una calda città bagnata dal mare, ti avevano chiamato Shaul – colui per il quale si è pregato, colui che è stato domandato – ma tu poi hai deciso di farti conoscere in altro modo, con un nuovo nome, Paulus, che vuol dire “poco”. Già, lo so, volevi indicare che, al cospetto di Colui al quale avevi dedicato la tua vita, dopo averlo conosciuto, tu eri ben poca cosa. Eppure, quante cose hai fatto nel Suo nome!

Sei così lontano da me, Paolo, nel tempo e nello spazio, ma ti sento incredibilmente vicino. Leggendo della tua passione, dei tuoi dubbi, della tua grande umanità e del tuo non facilissimo carattere, mi sembra quasi di averti davanti agli occhi, così vero, così “normale”. Che dire, poi, dei problemi che dovevi affrontare ogni giorno? Sono esattamente gli stessi che ci troviamo a dover fronteggiare oggi, compresi, per molti, moltissimi di noi, il martirio, le torture, la discriminazione, il dileggio, l’oltraggio. Ci troviamo in una società ancor più pagana di quella che tu conoscevi, con la differenza che, nel nostro tempo, non valgono neanche più quei punti fermi e incontestabili che qualunque tuo contemporaneo, di qualsivoglia religione, non si sarebbe mai neppure sognato di mettere in discussione.

Al di là delle idee, dei tempi e delle cose “grandi”, c’è un motivo che mi spinge a considerarti tanto caro: il fuoco che avevi dentro. A te non interessava il dialogo, ma solo la verità, per cui eri pronto a rischiare la vita (che poi ti è stata strappata) e a tranciare le relazioni che di autentico non avevano nulla. Macinavi miglia marine e terrestri e ti mettevi a disposizione di tutti, lavorando e ancora lavorando, sudandoti il pane che mangiavi e le persone che conquistavi.

Dimmi, Paolo: tu che portavi nel corpo i segni tangibili della fede che avevi nel cuore, ed anzi eri tu stesso, nella tua persona, il segno tangibile, per coloro che incontravi,  della fede e della parola che proclamavi, tu che guardavi il mondo dal ponte di una nave ed eri consapevole di essere parte di qualcosa di grande, quanto hai dovuto aspettare, cieco, in quell’umida stanzetta di Damasco, prima di rivedere il sole e mostrare al mondo chi eri veramente? Quanto hai dovuto essere potato prima di dare frutto? Come possiamo credere che quello che facciamo ha un valore se i nostri occhi non vedono quasi mai la luce del giorno, l’azzurro del cielo e del mare, il vento e le distese che il tuo sguardo contemplava, costretti come siamo in un ufficio grigio, in mezzo a palazzi grigi ed persone grigie dai grigi desideri, mentre noi pensiamo tutto il giorno a come ameremmo costruire un mondo diverso e sogniamo il mare, l’arte, la bellezza, l’amicizia, il Regno di Dio? A che punto di pochezza e di scarsa importanza per il mondo occorre arrivare prima di essere nuovamente innalzati e scoprire di essere speciali, come eri tu?

Sai, anch’io immaginavo spazi immensi, orizzonti sconfinati, il sole brillare sul mare, nuovi Paesi, nuove culture e nuove lingue; anch’io sognavo di parlare alle folle, di incantare tutti con le mie parole, le mie lettere, i miei scritti; desideravo essere un uomo importante, eppure, sull’esempio del nostro Maestro, ho scelto di piantare solidamente le mie radici nel terreno, non muovendomi più, e lasciando che tanti e tanti miei rami frondosi venissero tagliati, nella speranza che il frutto arrivasse e fosse abbondante.

Ora rideresti di me, lo so… Diresti che, in fondo, non eri altro che un sarto e certo, in un’epoca come la tua, di despoti, imperatori e idolatri di ogni tipo, non hai fatto nulla di speciale per meritare l’immensa devozione e l’affetto che tanti oggi nutrono per te. Chissà, magari il segreto è proprio questo: seguire il tuo esempio, chiamarci tutti “paulus”, cadere dal cavallo che ci sta conducendo dove noi vorremmo andare e lasciarci guidare, soli e senza più alcuna pretesa, dove un Altro desidera che andiamo. Dopotutto anche tu, quand’eri uomo dabbene, celebrato e stimato, non facevi altro che giudicare, perseguitare, accusare, ritenendoti migliore, giusto, pensando di avere tutto il diritto di metterti al di sopra degli altri. In fondo, se fossi rimasto quello che eri, nessuno si sarebbe ricordato di te. Poi, però, hai scelto di diventare uomo da poco e, attraverso te, Dio ha cambiato il mondo.

Tante volte grido anch’io, come te, a causa delle spine nel mio fianco che mi ricordano quanto fragile e debole sia la mia condizione. Ebbene, mi piace pensare che tu abbia scritto queste parole anche per me, anzi, ne sono più che sicuro: esse sono per me e per tutti noi, uomini da poco:

 

“Mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Corinzi 12, 7-9)

 

Grazie, Paolo, uomo da poco, eppure apostolo delle genti!

 

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2 thoughts on “L’uomo da poco

  1. Grazie “zio Blog” per questa tua riflessione che ci fa più uniti in quel “paulus” (poco) che è rimando a Cristo… E che dolcezza questo pezzo di Chopin, che accompagna e sostiene la lettura.
    Un bel inizio di giornata (lavorativa).

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