Perdere

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Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.(Isaia 50, 4-11)

 

Quanto spesso, nella vita, sentiamo dire che bisogna saper perdere e non v’è nulla di più vero.

Da quando ho iniziato il mio percorso, la mia avventura nel mondo della scrittura – con l’apertura di questo spazio virtuale, con il mio primo romanzo, con le lezioni della scuola che sto frequentando – il ritornello è sempre lo stesso: asciugare, rendere lo stile essenziale, togliere tutto ciò che è di troppo, centellinare. Occorre scavare a fondo e il lavoro più difficile non è quello di trovare le parole, bensì di eliminare quelle di troppo, quelle che nascondono il senso di una frase, di un dialogo, quelle che rendono difficile il riconoscimento della parola giusta, di quella che è la chiave di lettura di un articolo o di un intero romanzo.

Nella musica è lo stesso: quanta fatica nel fare ordine nei pensieri, nello scovare, tra tutte le melodie confuse che risuonano nella testa, quelle poche note, se non quell’unica nota che fa vibrare, che parla al cuore. Sembra quasi che il compito di un artista non sia tanto il produrre qualcosa, bensì il rendere visibile, udibile e sensibile agli altri ciò che esiste già ma è celato dietro mille rumori, altrettanti colori e parole, strati e strati di marmo, tonnellate di bronzo, di legno, di pietra. Sì, perché ciò che deve apparire è, in realtà, ben poca cosa, in termini di quantità, rispetto a ciò che deve essere eliminato affinché l’opera d’arte prenda vita e acquisti un senso.

Il profeta Isaia usa una bellissima espressione: lingua da iniziati per indirizzare allo sfiduciato una parola. Ebbene, mi chiedo: chi sono gli iniziati e qual è la parola da rivolgere a chi ha perso la fiducia?

Anni e anni di cammino cristiano, di vita, di studio della musica e – da poco – di approfondimento delle tecniche di scrittura mi hanno insegnato che gli iniziati sono coloro che, invero, hanno perso, le cui speranze di riuscita – quando tali speranze si basavano esclusivamente sulle proprie capacità razionali e umane – si sono affievolite, che hanno lasciato cadere per strada gli ornamenti di cui si vantavano, facendosi portar via ogni sorta di apparenza e bellezza mondane, e qualunque traccia di forza, di capacità di resistere, di ribellione di fronte alle prove della vita e a Dio, finché di loro non rimane altro che un lenzuolo intriso di sangue, un sudario vuoto, di lino, a testimonianza di qualcosa che non è più com’era, ma si è trasformato, divenendo altro. Essi sono divenuti terra arida, senz’acqua, poiché solo in questo modo sarebbero stati in grado di realizzare che, per risorgere a vita nuova, la loro anima doveva volgersi a Colui che poteva mandar loro la pioggia, il seme e la capacità di produrre bellezza, e bellezza vera.

Gli iniziati sono andati al di là del timore di vedere il proprio corpo piagato, solcato dai segni dell’arsura e della tortura, oltre il dolore fisico e spirituale e la sensazione di consumarsi dalle lacrime, disidratandosi e facendo scorrere via la linfa che essi credevano li mantenesse in vita. Sono rimasti così, brulli, apparentemente morti, sconfitti e chiusi in un sepolcro, per poi esplodere in una sinfonia di suoni, luce e colori che si è espansa su tutta la terra, portando ovunque benedizione e consolazione. Dall’Iniziato per eccellenza hanno appreso la docilità, la mitezza e l’umiltà e, altresì, hanno compreso che nessuna tra le tante parole delle lingue degli uomini può essere indirizzata a chi è sfiduciato ed essere utile a quest’ultimo. No, la parola da indirizzare a chi ha perso fiducia è una sola, è la Parola, il Verbo, il Logos.

La mia esperienza di uomo, di cristiano, di aspirante artista è, dunque, quella di lasciarmi scavare, cesellare, centellinare, vagliare, eliminare, filtrare, crogiolare, abbattere, setacciare, arare, potare; di far cadere le foglie  che, pur se ancora verdi e floride, impediscono il passaggio della vera luce che mi consentirà di crescere; di far rovinare al suolo, come pesi morti, le parole in eccesso, le note e gli abbellimenti che privano la mia opera, la mia composizione del senso, dell’armonia e della bellezza essenziale celata dietro l’apparenza e la pomposità artificiale. Questo sarà il mio compito: non lasciare traccia della mia vita passata, se non delle impronte su un sudario e, infine, permettere che il mio corpo e la mia anima abbiano sete di Dio, anelino a lui come terra deserta, arida, senz’acqua. Penso non vi sia null’altro che un uomo, un cristiano e un artista debba fare se non trasformarsi in quella parola, in quella nota, in quel gesto che egli vuole indirizzare al mondo, agli sfiduciati, ai suoi simili: il Verbo, il Logos.

 

O Dio, tu sei il mio Dio. All’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode. Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani, mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.  Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia e la forza della tua destra mi sostiene (Salmo 62)

 

“Clair de Lune” by Claude Debussy

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