Al posto mio (Atlante)

"Atlante", di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

“Atlante”, di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

Credo capiti a tutti, in determinati momenti della vita, di fermarsi a riflettere su chi ci sia davvero amico, su chi ci stia accanto per convenienza, per pena, per senso del dovere, su chi ci dia per scontati e su chi, invece, si faccia in quattro per noi.

La stessa cosa, immagino – o spero – possa capitare al contrario: di chi siamo veramente amici noi? Per chi daremmo la nostra vita? Per chi possiamo davvero dire di aver fatto qualcosa di buono?

La risposta, per me, non può che essere una sola: nessuno mi è amico come vorrei, nessuno mi sta vicino come vorrei e nel modo in cui io ne avrei bisogno; ugualmente, io non sono davvero amico di nessuno e non sono capace di stare accanto a nessuno nel modo in cui l’altro avrebbe bisogno.

Pensavo, qualche giorno fa, a cosa avrei potuto chiedere al mio migliore amico, a mio fratello, a mia sorella, alla moglie per dimostrarmi che sono amato: porta il peso della mia vita.

Sì, questo chiederei. Mi ami davvero? Non voglio i tuoi consigli, né la tua commiserazione, non ho bisogno di frasi di circostanza né di incoraggiamenti basati sulla poca conoscenza di ciò che davvero mi assilla. Vuoi amarmi? Allora smetti di parlare e prenditi quello che mi fa male, quello che non riesco a sopportare, le cose della mia vita che mi provocano dolore, rabbia, insoddisfazione. Non puoi farlo? Allora vattene!

Questo è ciò che direi.

Fortunatamente, in quel momento, ho capito (certo, una cosa è capirlo e una cosa è accettarlo) che nessun uomo è in grado di portare su di sé i pesi degli altri, è già difficile farlo con i propri; nessun essere umano potrà mai essere perfetto consolatore, amico, sostegno, padre, fratello, figlio per un suo simile; non ci sarà mai una persona in grado di capire nel profondo ciò che è nascosto nel nostro cuore, negli anfratti della nostra anima e negli angoli nascosti, dimenticati, oscurati della nostra esistenza, né di afferrare al volo i nostri pensieri, coglierne le sfumature, apprezzarne i più minuziosi dettagli e i più impercettibili risvolti.

Siamo soltanto delle gocce, è vero, ma pesanti e consistenti quanto un oceano. Sembriamo dei minuscoli ed insignificanti puntini nell’universo, eppure custodiamo dentro di noi un segreto prezioso, misterioso e grande quanto tutto il creato, portiamo in noi l’Infinito, che tuttavia non siamo capaci di comprendere, mentre Egli è l’unico a poterci davvero comprendere.

Sono convinto del fatto che un sinonimo della parola “amare” possa essere un altro verbo: “togliere”, o meglio tollere, nel suo significato più autentico e letterale, che indica il “portare su di sé”.

Agnus Dei qui tollis peccata mundi

Questa frase non vuol dire, come molti pensano, “agnello di Dio che togli i peccati dal mondo”, bensì “agnello di Dio che porti su di te i peccati del mondo”, te ne fai carico, ne prendi il peso insostenibile per il genere umano.

Dona nobis pacem

Dona a noi la pace!

Vi è solamente una persona in grado di portare su di sé (l’ha già fatto) il peso dei nostri peccati, dei nostri limiti, dell’imperfezione e del dolore, dell’angoscia e del male di vivere che a volte ci coglie alla sprovvista. C’è sempre stato e sempre ci sarà un solo Atlante, che è Cristo. Di conseguenza, solo Lui potrà darci la pace: non gli amici, non i genitori, non la realizzazione professionale, non il matrimonio, meno che mai i figli.

A questo Amico, e solo a Lui, possiamo chiedere, con la certezza che Egli lo farà, di farsi carico dei pesi che non riusciamo – e non riusciremo mai – a sostenere.

 

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