Va’ dove ti porta il (sacro) cuore

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“Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni” (Geremia 17, 9-10)

Va’ dove ti porta il cuore! – ti dicono.

Fa’ quello che ti sta a cuore! – ti urlano nelle piazze e nelle strade.

E se il tuo cuore ti mente, se non invia alla tua mente e alla tua anima le informazioni corrette, tu che fai?

Ho vissuto abbastanza per testimoniare che la parola di Geremia sul cuore ingannevole è veritiera. D’altronde, per chi crede, essa è Parola di Dio.

Da tremila anni ci vengono ripetute le stesse cose e noi ricadiamo sempre negli stessi errori, siamo costantemente alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che colmi il nostro vuoto primordiale, che sazi la nostra sete inestinguibile, che dia un senso alla nostra esistenza. Nondimeno, non lo troviamo.

Carriera, sesso, denaro, affetti disordinati e spesso troppo importanti, matrimoni contratti non per amore dell’altro o dell’altra, non per rendere felici colui o colei con cui passeremo la nostra vita, non per imparare a dimenticarci di noi stessi ed a servire chi ci sta intorno, bensì perché quel qualcosa o quel qualcuno che mettiamo al centro della nostra esistenza diventi per noi una pietra su cui poggiare il capo. Questo è ciò che succede, almeno a me.

“Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, diceva Gesù, riferendosi, con tale frase, non tanto ad un luogo fisico per riposare, ad una casa, ad un giaciglio o ad un rifugio. Se è per questo, sembra che facessero a gara, ai suoi tempi, per dargli ospitalità e, qualora non vi fosse stato nessuno presso il quale passare la notte, la Terra d’Israele è piena di grotte, cavità o spazi adatti. Non era questo il punto, evidentemente.

Figlio dell’uomo, infatti, è una tipica espressione ebraica che si riferisce non solo a Gesù, bensì all’uomo in generale. E’ l’uomo che non ha e non avrà mai (ed è un bene!), in questo mondo, dove posare il capo, dove sentirsi davvero felice e a casa, completamente realizzato e in pace, se si dimentica di Dio.

Se dimentichiamo Dio, il nostro cuore famelico comincia a divorare tutto ciò che reputiamo importante ed essenziale, lo consuma a poco a poco, non lasciandoci altro che amarezza, noia e inquietudine. Perché? E’ presto detto: quelle piccole rocce cui noi ci aggrappiamo disperatamente, per evitare di affogare nel mare in tempesta della nostra vita, sono scivolose, insignificanti, giacché le onde sono più alte e ci porteranno via, implacabili, sempre più a fondo.

Non penso che noi figli dell’uomo siamo cattivi e buoni a nulla a prescindere, il fatto è che la nostra vera natura, divina, leggera, di per sé elevata verso il cielo, è stata traviata, qualcosa in noi è andato irrimediabilmente perduto, creando un cortocircuito nel nostro sistema emozionale, nella nostra emotività, sicché non sempre noi amiamo e percepiamo l’oggetto delle nostre passioni per quello che realmente è, bensì ne facciamo un idolo, qualcosa per cui vivere e lo rivestiamo di tutte quelle caratteristiche di cui vorremmo fosse dotato per poi scoprire, con somma delusione, che quella persona, quella situazione, quella gratificazione, quella merce non è come ci aspettavamo. Così passiamo ad altro, come cavallette insaziabili, sperando di trovare pace. Continuiamo a divorare eppure abbiamo sempre più fame.

Ormai ho capito che il mio cuore è il mio primo nemico, la cosa più inaffidabile che mi potesse capitare, una merce difettosa da cambiare, secondo il principio “soddisfatti o rimborsati”.

Ebbene, io andrei dal rivenditore e protesterei, gli griderei che non sono soddisfatto: come mai, infatti, un minuto prima amo e sono felice e dopo solo qualche istante odio quello che solo poco prima mi sembrava così prezioso ed importante? Perché il mio migliore amico si può trasformare nel mio peggior nemico e i miei parenti in serpenti? Perché la posizione lavorativa che tanto ho faticato per ottenere può divenire il baratro in cui rischio di cadere da un momento all’altro? Non esiste nulla di costante, di eterno, nell’universo, che non mi giri mai intorno e che resti fisso lì, per me, “un sole che splenda per me soltanto come un diamante in mezzo al cuore”?

Scoprirei, quindi, che il mio cuore difettoso Dio lo può cambiare eccome e che il malfunzionamento era dovuto ad un virus  – ovvero il peccato – che aveva infettato ogni cosa, invadendo l’intero hardware e riprogrammandolo secondo un software del tutto sballato e con un unico obiettivo fissato: io, sempre e solo io.

Di conseguenza, andando dove mi porta il mio cuore sarei portato solamente a soddisfare il mio ego, senza amare veramente, senza dare nulla, calcolando ogni mossa per avere un tornaconto e finendo per non essere mai davvero felice, una volta rimasto senza energia, senza grandi prestazioni, scoprendomi da solo in mezzo alla tempesta.

Occorre cambiare il cuore, trapiantando nel nostro petto il Sacro Cuore e scegliendo di lasciarci condurre da esso sulle strade del vero amore, della gratuità, della negazione di noi stessi, per sentirci finalmente realizzati, felici, contenti di noi stessi e della nostra vita, come mi ha detto ieri il mio carissimo padre spirituale.

Il Salmo 136 recita:

“Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”

Essere felici, andare dove ci porta il Sacro Cuore significa non dimenticare mai Dio, rimpiazzare la nostra Gerusalemme, i nostri sogni terreni con la volontà di Dio, con i desideri di Dio, con ciò che sta a cuore a Dio, mettendo Lui al di sopra di ogni nostra gioia e di ogni nostro sogno. E’ difficile, ma è l’unico rimedio all’infelicità, al fallimento, alla mediocrità.

Mi fermo qui per lasciare spazio a una delle mie cantanti preferite, morta troppo presto, come troppe persone del suo ambiente, consumata dalla vita per aver riposto le proprie speranze in cose e persone che mai le avrebbero potuto dare ciò che cercava. E in fondo tutti noi, figli dell’uomo, come Mia Martini e come gli autori della sua canzone, cerchiamo Qualcuno, “nell’universo, che non cambi mai, che ci dica che per sempre sarà sincero e che ci amerà davvero, di più, di più, di più”.

Altrimenti, seguendo il nostro fallace cuore, non saremo altro che “gente strana, che prima si odia e poi si ama, cambia idea improvvisamente, mentendo senza serietà, consolandosi come può e seguendo il mondo ciecamente, perdendosi in congetture e in paure, inutilmente e poi per niente”.

 

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