Silence: il veleno dell’apostasia come atto d’amore

il blog di Costanza Miriano

Don Antonello Iapicca  ha scritto e ci ha mandato un saggio su SILENCE l’ultimo  film di Martin Scorsese. Per chi non lo conoscesse SILENCE narra la storia di due padri gesuiti portoghesi che vengono a conoscenza dell’atto di abiura fatta dal loro mentore, padre Fereira, in Giappone. Decidono quindi di partire per il paese asiatico per ritrovarlo. Giunti in Giappone, incontrano le comunità cattoliche che professano la loro fede di nascosto e si uniscono a loro svolgendo il proprio ministero. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applica ai danni dei convertiti al cristianesimo.(fonte Wikipedia).

Il Saggio era troppo lungo per essere pubblicato come post ma è disponibile in PDF cliccando QUI.  Pubblichiamo quindi un’introduzione che ci ha mandato don Antonello seguita da un piccolo estratto del saggio.

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di don Antonello Iapicca

Anche se “Silenzio” non racconta fedelmente l’autentica storia della Chiesa in…

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Sant’Arcangelo, in Basilicata sulle tracce di Penelope

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Gerardo si è fermato in un punto imprecisato della sconfinata distesa di prati verdi, con la sua macchina che è per noi una ‘goletta’ di quelle abituate a solcare i mari del sud.
Scendiamo sulla strada, le mani in tasca; insieme, come se ci fossimo parlati col pensiero, alziamo lo sguardo verso il cielo.
Guarda la costellazione del Sagittario, si vede benissimo.
Ne sei sicuro?
Non so, sembra lei. E quella stella? Ragazzi, Sicuramente L’ Orsa Maggiore, riconosco il piccolo carro. Da lì il nord. Non ci perdiamo allora.
Magari ci siamo già persi, piacevolmente naufraghi su un’isola circondata da un oceano irregolare di colline, promontori, natura incontaminata che si estende fino alla linea dell’orizzonte.
E le stelle stanno in cielo, ma anche sulla distesa buia che si spiega intorno alla valle: sono lucciole che si muovono a ritmo di tammurriata popolare, saltano, scompaiono, si accendono, si spengono e noi ci chiediamo dove siamo, ma lì è sicuro il nord.
Sulle tracce di Penelope, la protagonista del nuovo romanzo di Gerardo FerraraLa scuola di maglia, ci scopriamo marinai in mezzo al mare verde che circonda il comune di Sant’Arcangelo e il monastero di Santa Maria di Orsoleo, imbarcati su una ‘goletta’ bianca, navigando con le stelle di notte e con il sole di giorno, come un sogno sospeso, forse dentro un quadro di Chagall, dove sempre può accadere qualcosa.
Squilla il cellulare. Arriva un messaggio, fine della navigazione mentale: il direttore mi chiede un reportage su Sant’Arcangelo partendo dalla presentazione del libro di Gerardo. Giusto, penso, ma ora lo sto vivendo, quando tornerò a Roma lo scriverò. Non voglio pensare alla città, siamo in tre a guardare le stelle, preferisco concentrarmi sulle sensazioni. In questo mare verde sento Rimbaud, “… andrò per i sentieri, punzecchiato dal grano, a pestar l’erba tenera: trasognato sentirò la frescura sotto i piedi …“.
La presentazione del libro è appena conclusa, noi ci siamo fermati sulla strada tra il convento ed il paese, dobbiamo andare a cena, ci stanno aspettando; restiamo fermi ancora qualche minuto.
Mi trovo in Basilicata, con Gerardo Ferrara e l’attore Matteo Pelle, per una serata dedicata al nuovo romanzo di Gerardo, presso il complesso monumentale di Santa Maria di Orsoleo, nel comune di Sant’Arcangelo, in provincia di Potenza. Un luogo straordinario, ricco di leggende ed opere d’arte, costituito da una chiesa eretta nel 1192 da due fratellastri Daniele, soldato, e Zaccaria, prete, come attestano alcuni documenti rinvenuti nella Badia di Cava dei Tirreni, e da un annesso convento, la cui edificazione originaria risale al Sec. XV. Un luogo ideale per viaggiatori come noi.

Santa Maria di Orsoleo (Sec. XIII)

Si dice che il convento sia nato grazie ad Eligio della Marra che raccontò di aver sconfitto, con l’aiuto della Madonna, un drago che infestava Sant’Arcangelo. Al suo interno di particolare interesse sono gli affreschi di  Giovanni Todisco, Angeli musicanti, Trionfo della morte, Adorazione dei Magi, presenti nel chiostro inferiore e databili intorno al 1545. La Chiesa si lascia apprezzare, oltre che per la raffinatezza delle decorazioni, anche per  una Madonna Kyriotissa, scultura lignea di delicatezza quasi mistica, capolavoro dell’arte del XIII secolo; e per le tante opere presenti, dalla Madonna col Bambino fra i Ss. Antonio e Maria Maddalena di Antonio Stabile, 1580 circa, allo straordinario coro ligneo del 1614.

Che donna Penelope, se ci ha portato fin qui, dov’è ambientata la storia. Se con Gerardo e Matteo percorriamo le strade di Sant’Arcangelo, le scale di un palazzo, i piccoli tunnel e poi le vie strette che passano come fiumiciattoli tra le case bianche. Gerardo ha la qualità non comune di dare vita ai suoi personaggi, di rendere reali i luoghi che leggi sulle pagine del libro, tanto che ho la sensazione di esserci già stato a Sant’Arcangelo, di vivere un ritorno, di conoscere la bella Chiesa di San Rocco e quella di San Vito sulla piazza principale.
Da Roma, la grande città, un viaggio in questo luogo ha il potere di un balsamo per l’anima; dalle viuzze si scorgono enormi spazi verdi giù a valle, come una barca che tra le gole di un fiume si affaccia al mare.

La mattina del nostro arrivo, mentre vagavamo per i rioni, d’un tratto abbiamo udito un canto struggente e teatrale: “Dimme, dimme, a chi pienze assettata sola sola addereto a sti llastre?  …“. Era Matteo Pelle, seduto su una panchina del rione Mauro, che provava Serenata Napulitana, guardando un balcone piccolino, con i panni stesi e i fiori di lavanda lasciati ad essiccare al sole. La canzone faceva parte del programma scelto da Gerardo per accompagnare l’evento. La musica si diffondeva, invadeva il paese, si disperdeva nella vallata.
Come è venuta?
Dai, bene.
Davvero dite?
Se si affaccia una donna alla finestra quando canterai “Ma c’è sta nu destino, e io ce credo e ci spero” e vorrà seguirti a Roma, in quel caso ne avrai la conferma.
Vabbè, scherzate!
Il caffè, ragazzi dobbiamo berlo al bar del paese, quello buono.
Aspetta, non prima di sedermi su una panchina della piazza.
Perché?
Lasciami immaginare la pioggia di tessuti colorati che scende dai balconi, come nel giorno del famoso corteo, ė una delle pagine più suggestive che hai scritto, caro Gerardo.
Ok, fa pure, ma abbiamo i tempi stretti, ti ricordo che alle 18 e 30 dobbiamo stare al Monastero di Santa Maria di Orsoleo.
Certo, ma Matteo che fa?
Canta e si allena con il dialetto Santarcangiolese.
Annamo bene.

Al convento ci aspettava Nicoletta Costantino, una ragazza che al telefono mi aveva confessato candidamente di essere ‘visionaria’ nell’immaginare la presentazione del libro. Ed aveva ragione: in poco tempo ha messo su una scenografia molto suggestiva. Ha scelto un salone per ricreare gli ambienti di Palazzo Morra, ha invitato una ballerina ad interpretare Penelope, Angelica Mastrosimone, che ha danzato con grazia sulle note delle canzoni eseguite dallo stesso Gerardo Ferrara e cantate da Matteo Pelle, mentre alcune donne dell’Associazione Itaca lavoravano a maglia con lane rigorosamente di colore rosso, quello preferito da Penelope.

Sant'Arcangelo, Monastero Santa Maria di Orsoleo, presentazione del libro "La scuola di maglia" di Gerardo FerraraLa presentazione si è trasformata in una performance collettiva, tra musica, parole e coreografie.
A fare gli onori di casa l’assessore alla cultura di Sant’Arcangelo Lucia Finamore. Il professor Lucio Saggese ha relazionato in modo rigoroso e puntuale sul romanzo; Matteo Pelle ha recitato con il giusto pathos alcuni brani del romanzo e cantato canzoni; a me è toccato dialogare con Gerardo che, con la sua sensibilità di scrittore, ha saputo suscitare emozioni in un pubblico molto attento, presentando Penelope, la protagonista del suo romanzo.
Un vero successo.

Penso a tutto ciò, mentre guardiamo un altro po’ le stelle, nel punto imprecisato in cui ci siamo fermati prima di raggiungere gli altri per la cena. Domani si torna a Roma, la macchina-goletta di Gerardo rientrerà in porto.
Come faceva l’ultimo pezzo con cui abbiamo chiuso la serata?
Quale, quello di Giuni Russo?
Si “L’Addio”.
“Ogni tanto un aquilone nell’aria curva dava obliquità a quel tempo che lascia andare via, che lascia andare via”.
Pensate che ci mancheranno il mare verde, le stelle, le strade di Sant’Arcangelo?
Chi lo sa, se non partiamo non lo sapremo mai. Sì, certo, forse stiamo solo sognando, forse no, vallo a capire, così è la vita.

Diego Pirozzolo

Gerardo Ferrara, La scuola di maglia – Incontro con l’autore

333064_10150486466454323_1306469983_oAll’una sono già in Piazza delle Coppelle, mentre Gerardo Ferrara arriva qualche minuto dopo di me. Due carbonare, due carciofi alla romana, un po’ di vino ed iniziamo subito a parlare del suo ultimo romanzo “La scuola di maglia“, con cui Gerardo, tra un gomitolo e l’altro, ha avuto il potere di trasferirmi in Basilicata e farmi sentire la morbidezza dei tessuti, intesi come parole intrecciate una sull’altra per cucire una storia bellissima, morbida, elegante, ricca di colori e sfumature.
Che sguardo ha l’autore! Lo scruto. È vivo, acceso, intelligente, quasi contrasta con il garbo e la compostezza dei modi. Si può discutere di tutto, dall’ultimo Barbiere di Siviglia andato in scena all’Opera di Roma, alla consistenza dell’uovo nella carbonara, fino alla Visitazione di Federico Barocci.
Ho avuto il piacere di leggere il romanzo un po’ di tempo fa, dopo la stesura definitiva. Era una calda estate e su una spiaggia dell’alto Ionio cosentino sfogliavo le ultime pagine del libro. Il Pollino si vedeva sullo sfondo: dominava la pianura, al tramonto copriva il sole che si ritirava per conto suo dall’altra parte del promontorio; lì c’era il paesino di Penelope (la protagonista), proprio adagiato su quella montagna. Continuavo a scrutarlo, mentre il cameriere del lido mi serviva un cocktail a base di Tequila e un’amica girava intorno al mio ombrellone proponendomi i soliti programmi della serata. Ma il romanzo mi aveva scaraventato in un altro luogo, in un altro tempo, mi aveva quasi fatto innamorare di Penelope e così, compromesso con la storia, ho guardato un’ultima volta il Pollino dalla spiaggia. In un attimo il cocktail era sul bancone, lasciato a metà; non c’era traffico sulla strada, ho ingranato la quarta, la radio era accesa, l’amica protestava: non sapeva dove saremmo andati. Dovevo raggiungere quel paese, avevo bisogno di respirare, di toccare i luoghi raccontati da Ferrara, di prendere un caffè in quella piazza, anche se sapevo che non avrei incontrato Penelope, o forse sì, del resto i romanzi ben scritti hanno il dono di proiettare i personaggi oltre il tempo e la storia.
Ma torniamo a Piazza delle Coppelle: è Il momento delle domande, finito il pranzo, bevuto il caffè, ci concentriamo su La scuola di maglia.

Con questo secondo tuo lavoro ci chiudi in casa in un piccolo paesino della Lucania. Si esce poco e quando lo si fa, anche solo per andare a prendere un caffè nel bar della piazza, la passeggiata ha quasi un effetto dirompente. Una storia costruita principalmente tra le mura di un antico palazzo signorile, dove però in ogni pagina si ha sempre la sensazione che succeda qualcosa, non solo nel senso di azioni imprevedibili, ma anche e soprattutto che si smuova l’animo della protagonista: insomma susciti la curiosità nel lettore, curiosità quasi morbosa di capire quale piega prenderà la vicenda ed in particolare quale tipo di evoluzione o anche involuzione interiore vivrà Penelope. Si rimane dunque attaccati al romanzo e una volta chiuso il pensiero torna ancora sulla vicenda. Hai la grande abilità di creare empatia tra i lettori, senza usare trucchi di stile o espedienti letterari, semplicemente attraverso una scrittura fluida, aderente alla storia che racconti.
Come nasce questo romanzo che è molto diverso dal primo (“L’assassino di mio fratello“), ma altrettanto emozionante
.

Grazie mille per le bellissime parole, innanzitutto! Rispondendo alla tua domanda, invece, devo dire che anche questo romanzo, similmente al primo, nasce da un dolore e da una mancanza, da una ferita dell’anima: il trovarmi per un lungo periodo lontano da casa e il ripensare alla perdita di due donne che hanno influenzato moltissimo la mia vita, ovvero le mie due nonne, una del Nord e una del Sud. Il loro modo estremamente diverso, a volte opposto, di concepire la femminilità, la bellezza, la maternità, la passione e l’amore mi ha indotto a concentrarmi sulla donna in generale, anche attraverso figure importanti dell’arte, della musica e della letteratura. Ho studiato a fondo la vita di Maria Callas, di Whitney Houston, di Giuni Russo, ho letto attentamente Anna Karenina di Lev Tolstoj e le rime di Isabella Morra, grandissima poetessa della mia terra d’origine, la Basilicata. Ho voluto creare dei personaggi femminili che s’ispirassero in parte alle figure che ho citato ed in parte alle donne che ho conosciuto e che ho amato, per una storia che è ambientata in un’epoca e in un luogo precisi ma che, come ogni romanzo, trascende i tempi e i luoghi e parla dell’essere umano in generale, delle sue paure, delle sue ferite, dei desideri e dei contrasti dell’anima.

Parliamo di Penelope, scrivi che è di Torino e che si trasferisce in un paese della Basilicata, in realtà lei è senza dubbio “Russa”, nel senso di un personaggio uscito da un grande romanzo russo e lo dico perché in lei sono tipici i tormenti, le dissipazioni, le vanità, i conflitti aspri interiori, le tentazioni, i caratteri insomma dei personaggi di quella specifica tradizione letteraria, con la capacità però di redimersi, di trasformare la sua battaglia con se stessa e col mondo in una grande battaglia di libertà e civiltà. Quando incontri un personaggio così, ti piacerebbe davvero conoscerlo. Io ti confesso che ne sono innamorato.

Indubbiamente gli scrittori russi, Dostoevskij e Tolstoj in particolare, sono dei maestri cui ogni narratore o aspirante tale (io sono soltanto un umile discepolo) deve saper attingere. Per me sono punti di riferimento, come lo è Eugenio Corti, un grandissimo romanziere italiano vergognosamente misconosciuto in patria. Ci sono poi i grandi classici, e penso alla poetessa Saffo, o ancora Isabella Morra, che ho già citato. Tutti sono maestri da un punto di vista tecnico e per la costruzione dei personaggi di un romanzo. La più grande ispirazione per un narratore, tuttavia, è la vita vera, nonché le persone che incontra, i dolori, le gioie, le passioni. La mia Penelope, come la Penelope di Ulisse, è una donna che grida e si aggrappa ad ogni costo alla vita, alla bellezza, o almeno a quelle briciole di bellezza che le rimangono, per non morire; è una donna che tesse, che attende, che si barcamena tra le avversità con artifizi tutti femminili. Resterò sempre affezionato a lei e alle sue amiche. In fondo, tutte loro rappresentano un mondo antico che è ormai scomparso, ma che pure ho conosciuto bene nella mia infanzia: la casa, le mie nonne e le donne paesane, il borgo con i suoi sapori, colori e profumi cangianti a seconda delle stagioni… Se sono riuscito a mantenere vivo almeno un po’ il ricordo di questo piccolo mondo antico, allora sono felice di aver scritto questo romanzo. Le donne cui ho voluto rendere omaggio, quelle nella realtà, intendo, quelle che mi hanno ispirato, meritano che qualcuno si ricordi di loro per sempre.
Talvolta mi capita, dopo aver letto un bel libro, di affezionarmici come a una persona e di ripensare ai protagonisti di quella storia come si farebbe con degli amici. Quando ciò avviene, è strano spiegare come ci si sente: io, in particolare, mi commuovo e arrivo persino ad abbracciare quel libro, ad accarezzarlo, a metterlo in evidenza sulla scrivania o in libreria per non dimenticarmene! Lo tengo lì in vista per ricordare qual è la missione di un narratore: regalare un amico a chi legge, tenere in vita sentimenti, storie, emozioni che ricordino agli uomini qual è la loro vera essenza, il loro destino di esseri nobili, degni, preziosi, immortali, e non semplicemente oggetti, clienti o consumatori. No, gli uomini sono stati creati per l’eternità.
Pensa che nelle antiche tribù germaniche il cantastorie veniva chiamato “bern hard”, valoroso con gli orsi (da cui il nome Bernardo) perché scacciava gli orsi e teneva lontani i pericoli materiali e spirituali dal villaggio. Era lo sciamano della tribù, il depositario delle arti magiche e dello spirito collettivo della comunità, in pratica il custode dell’umanità degli esseri umani che doveva proteggere e incoraggiare, che era tenuto a dare speranza e a perpetuare le tradizioni. Ecco, io vorrei essere quel tipo di cantastorie e di narratore. Troppa ambizione? Può essere, ma io credo in Dio e a Dio tutto è possibile!

C’è poi Antonio, un piccolo capolavoro. In lui si possono isolare i grandi nodi che legano l’anima: vanità, egoismo, ira, cupidigia, ecc., equamente dosati nel suo io. In base alle circostanze individuiamo ora l’uno ora l’altro, tuttavia, e credo così sia la vita, il giudizio si deve fermare: quell’uomo capace di uccidere e violentare può amare, trasformarsi in bambino, pentirsi, essere premuroso. Mi piace pensare che quell’applauso di sfida, nelle scene finali, nasconda tra le smorfie, il dolore per una partita persa, non con Penelope, ma con la vita e con la possibilità di essere felice. Ovvio che questa è una mia opinione, ma quando un personaggio prende vita, l’inchiostro si trasforma in sangue ed anche i giudizi possono variare, come capita per le persone vere.

Sì, è proprio così. Come essere umano, ho la tendenza ad essere pessimista circa la natura degli uomini e a fare un po’ mio il detto “homo homini lupus”. Tuttavia, da cristiano, non posso non ricordare che il desiderio di bellezza, bontà e verità è inscritto in ogni uomo e che siamo altresì dotati di libertà individuale, che possiamo scegliere tra il bene e il male. Il problema, a volte, è che il bene non ci viene annunciato, non abbiamo speranze cui aggrapparci, le cattive notizie sono all’ordine del giorno e il pessimismo impera. Altre volte, invece, scegliere il bene costa grande sacrificio e, si sa, in determinate situazioni, quando poi costa importanti rinunce a parvenze di beni acquisiti con il potere ed il successo, oltre che al proprio orgoglio personale, fare una scelta in funzione del bene non è sempre l’opzione più facile, anzi, è un po’ come morire. E in questo romanzo ho voluto un po’ tratteggiare, nei diversi personaggi e in quello della protagonista in particolare, la tendenza al dare e al prendere la vita.

Grazie per questa intervista, ma una domanda è d’obbligo. Stai lavorando ad altri progetti? Siamo comunque lieti di poterti seguire e personalmente non vedo l’ora di conoscere altri personaggi ed evadere in altre storie, in altri mondi semplicemente aprendo le pagine dei tuoi romanzi.

Sì, sono impegnato nelle ricerche e nella stesura del mio nuovo romanzo, che avrà a che fare con la guerra in Siria, un tema delicato che, per quanto lontano potesse sembrare, abbiamo scoperto in realtà essere molto, molto vicino. È una sfida nuova, difficile e appassionante, incentrata sul desiderio di grandezza, di paradiso, di immortalità. A me, però, piacciono le sfide e penso che essere un narratore, un artista, come dicevo prima, sia una missione, come diceva Kierkegaard: “Ci sono uomini il cui destino deve essere sacrificato per gli altri, in un modo o nell’altro, per esprimere un’idea, ed io con la mia croce particolare fui uno di questi”.
Grazie mille.

Diego Pirozzolo

 

L’articolo su Bit Culturali

L’assassino di mio fratello, commento di P. Maurizio Botta C.O.

Lo scrittore Gerardo Ferrara, ispirato da questo Vangelo, scrisse qualche anno fa un bel romanzo intitolato “L’assassino di mio fratello”, pieno di amore per il popolo di Israele e per la sua tradizione. Uno dei pregi del romanzo, oltre alla precisissima ricostruzione storica, è quello di esplorare il cuore e la mente di questo fratello maggiore del racconto evangelico. Nei commenti a questa parabola si misura tristemente fino a che punto si possa spingere la pigrizia. Particolari decisivi sono ridotti o addirittura dimenticati. Il fratello minore definito da Gesù come uno che ritorna dalla morte, un perduto, è presentato inesorabilmente come quello “simpatico”. Il padre è troppo spesso descritto come una figura di una bontà così paternalistica da diventare noioso, scontato. Ma in tutti questi commenti svogliati c’è un’altra costante, il fratello maggiore è inesorabilmente il cattivo. Il personaggio negativo. È vero che Gesù racconta questa parabola per correggere i farisei con cui ebbe i tutto il Vangelo gli scontri più aspri, ma come descrive veramente questo primogenito? Il padre, che lascia andare e non insegue il figlio minore, che pure sta andando ad abbracciare la morte, esce invece per andare a supplicare il figlio maggiore. Quando mai ci si ferma su questa parola? Esce e supplica e gli dice una parola stupenda: “Tu sei sempre con me, ciò che è mio è tuo”. Il padre riconosce la grandezza della vita di quel suo figlio. Immoralità e moralità non sono sullo stesso piano. Dio Padre rimane giusto e valuta con giustizia. L’accoglienza totale del figlio che ritorna non gli fa perdere attenzioni e amore per il figlio che è sempre restato fedele e obbediente a casa. Non c’è nessuna asprezza in questa parabola contro il fratello maggiore. L’atteggiamento di molti è distante anni luce da quello del Padre. Il Padre attende il ritorno, un ritorno doloroso che porta in sé una presa di coscienza se non dell’errore almeno della differenza tra la casa del padre e il bordello zeppo di finti amori e finte amicizie. Non sappiamo se il fratello maggiore entrò, ma questa sera il Vangelo ci autorizza a spezzare una lancia a suo favore. Perché i due fratelli in realtà sono vicinissimi, opposti nel comportamento morale, ma vicinissimi nella distanza dal conoscere il cuore del padre. Nessuno dei due conosce suo padre. Esprimono entrambi la ribellione di chi vorrebbe festeggiare e crede che il padre non voglia la festa, quando loro padre è l’unico ad invitare alla festa. Entrambi sono incapaci di festa, sono accomunati dalla tristezza. Tristezze differenti, ma tristezze. Figli capaci, come noi, solo di allegrie smodate che si chiudono drammaticamente o di recriminazioni arrabbiate. Tutti e due hanno un sospetto e una paura descritte benissimo qualche anno fa da Papa Benedetto XVI.

Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà?

Emerge, allora, profondamente la solitudine amorosa di questo padre, non conosciuto dai suoi stessi figli. È commovente la voce di domenica scorsa del Padre che è nei cieli: Ecco il Mio Figlio amatissimo: ascoltatelo! Il Figlio Amatissimo racconta una parabola che descrive il cuore di quel Padre celeste che solo Lui conosce. Se vogliamo Gesù è qui anche questa sera per trascinarci al di là del sospetto e della paura, per diventare in Lui totalmente figli. In Lui che è il Figlio Amatissimo del Padre Suo.

di Padre Maurizio Botta C.O.

L’assassino di mio fratello

La scuola di maglia

La scuola di maglia - copertina completa

 

La scuola di maglia, nuovo romanzo di Gerardo Ferrara, in uscita il 27 febbraio 2016

Questa la storia:
Basilicata, 1946. Penelope, giovane e affascinante vedova piemontese di un conte lucano, abita da sola, ridotta in povertà, nel grande e decadente palazzo della nobile famiglia. Lotta per sopravvivere, tra intrighi ed amori torbidi, senza rinunciare agli adorati abitini di lusso, ai trucchi ed ai golfini attillati e dai colori accesi che tanto scandalizzano la mentalità paesana.
Costretta da una frana avvenuta nel suo rione e dal suo baldanzoso amante Antonio, che praticamente la mantiene tra ricatti ed angherie, ad accogliere in casa propria la famiglia di una popolana, la nobildonna vince la sprezzante avversione nei confronti della plebe e mette in piedi, per la sua ospite e per altre del suo ceto, un piccolo laboratorio di lavoro a maglia; tenterà, così, di portare alla luce nelle insolite allieve una femminilità e una bellezza sepolte fra logori stracci, colori smunti ed anni di prevaricazione da parte degli uomini.
Intanto, la lotta tra maschile e femminile, tra tradizione e modernità e tra Penelope ed il suo amante Antonio si farà sempre più dura e senza esclusione di colpi, mentre l’intreccio tra le storie di personaggi particolarmente caratterizzati, che ruotano intorno ai protagonisti, svelerà i retroscena di una vita difficile e faticosa per le donne del tempo.

E’ possibile acquistare e/o ordinare il libro presso le librerie Mondadori (quella più vicina la si trova su: http://www.mondadoristore.it/negozi/regioni/)

Possibilità di acquisto online su Amazon: http://tinyurl.com/La-scuola-di-maglia , su Internet Book Shop (IBS): http://tinyurl.com/jxd4xxh

 

Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

No, la prova costume no!

Mi si ripropone…

Lacapannadellozioblog

“Urlo” di Edvard Munch (1893)

Stamattina pensavo che la Chiesa cattolica potrebbe, forse, aggiornare la propria liturgia, tenendo conto dell’esistenza di un nuovo periodo liturgico durante l’anno: il Tempo della Prova Costume. Proprio così: ormai, dopo il Tempo di Avvento, di Natale, di Quaresima, quello Ordinario e quello Pasquale, la società postmoderna, così attenta alle nuove esigenze dell’uomo, contempla anche un altro momento di vitale importanza, ovvero quello in cui tutti i fedeli, di qualunque sesso, razza e orientamento politico ricorrono a palestre, centri benessere, diete, yogurt specifici e lampade abbronzanti per essere perfettamente in forma e pronti per il di’ fatale, quando affronteranno il Giudizio Universale sotto l’ombrellone! I sacerdoti dovrebbero, in questo senso, dare il buon esempio celebrando messa in abiti più consoni allo stile necessariamente sobrio del periodo in questione, in cui sacrifici e privazioni indicibili sono richiesti a tutti (mentre ci si scandalizza se, durante la…

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