Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

Dalla Castiglia alla Nigeria

Chi non conosce Don Chisciotte? Credo che anche i più illetterati tra noi ne abbiano sentito parlare, quantomeno perché, della famosa opera letteraria di Miguel de Cervantes, esistono anche versioni a fumetti e in disegni animati. Chissà se lo conoscevano anche gli uomini, le donne e i bambini nigeriani barbaramente massacrati nelle chiese del loro Paese in questi giorni; chissà se, in qualche scuola del Boko Aram, viene spiegato agli studenti il significato profondo delle avventure dell’hidalgo spagnolo, sempre pronto a battersi contro qualunque nemico per difendere i propri valori e la propria fede, non arrendendosi alla decadenza della sua epoca e sino ad arrivare al grottesco; chissà se gli scolari del Pakistan, della Siria, dell’Egitto o della stessa Nigeria avranno riso, come me, nell’immaginare il personaggio del contadino-scudiero Sancio Panza o riflettuto, crescendo, sull’indiscutibile fedeltà che questi tributa al suo padrone (mi azzarderei a proporre una similitudine tra Sancio e Sam del Signore degli Anelli, il quale, nella sua fedeltà e dedizione nei confronti di Frodo Baggins, arriva a superare, in eroismo e coraggio persino il suo padrone, cui offre sempre sostegno e speranza).

Rivolgo a me stesso queste domande dopo aver ascoltato, da parte di alcuni vescovi e sacerdoti, i soliti discorsi annacquati e politicamente corretti su quanto i veri musulmani non ammazzino impunemente i cristiani, sul fatto che questi ultimi siano vittime più di giochi di potere e di intrighi internazionali che di vera e propria persecuzione religiosa, sulla necessità di dialogare con gli “altri” e di non dare troppo peso al male fatto ai cristiani medesimi, all’Occidente e all’Europa, colpevoli, da sempre, di imperialismo, colonialismo, razzismo, sfruttamento, nazismo, pedofilia (marxismo, materialismo e ateismo no?) e chi più ne ha più ne metta. Comprendo la necessità ed il dovere della Chiesa e nostro di non accusare chi ci perseguita, di porgere l’altra guancia, di non commettere il grave errore di credere che tutti i musulmani, o i non cristiani in genere, siano uguali e che tutti ci odino: infatti, non tutti lo fanno e non sono essi il Nemico, o almeno non sempre. Comprendo, altresì, la responsabilità ed il dovere morale e civile di chiedere perdono per tutti i crimini commessi (sia quelli attuali che quelli di seicento anni or sono). Ciò che non comprendo, tuttavia, è la ragione per cui la Verità che la Chiesa ed i cristiani sono chiamati a proclamare debba essere addolcita, stemperata, sbiadita e privata del proprio significato assoluto, in nome di un perbenismo e di un buonismo stolti e sconsiderati, e per cui questa stessa Verità, che altro non è se non Cristo ed il rapporto di ognuno di noi con Lui, debba passare in secondo piano rispetto ad un’idea asfittica di pace come compromesso tra le parti, alla polemica su stipendi, salari, sprechi, alla crisi e all’emergenza sociale (per inciso, a provvedere agli ultimi e agli emarginati è stata sempre, e per prima, la Chiesa, ma di questo scriverò un’altra volta).

E’ così difficile gridare che ogni anno, secondo le statistiche dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) muoiono nel mondo, per la loro fede, circa 105 mila cristiani (un morto ogni cinque minuti)? E’ così arduo rendere giustizia a queste vittime – le quali non vanno necessariamente e sprezzantemente alla ricerca della morte, ma neppure fuggono di fronte ad essa – riconoscendo loro quantomeno di essere dei martiri, testimoni della fede uccisi per mano di infedeli? E’ davvero così tremendamente assurdo affermare che delle persone fatte saltare in aria in una chiesa, mentre partecipavano alle funzioni religiose, hanno testimoniato con il sangue la veridicità della propria fede ed il loro attaccamento alla Verità, divenendo essi stessi sigillo, con i loro corpi martoriati, del messaggio che desideravano trasmettere e vivere? Perché si deve temere così tanto di offendere qualcuno recuperando delle categorie e delle definizioni quali “martire”, “testimone”, “infedele”, “crociata”, che noi cristiani abbiamo introdotto e non utilizziamo quasi più, lasciando, invece, che altri se ne servano del tutto impropriamente?

Il martire, nell’accezione cristiana e secondo il termine greco da cui questa parola deriva, è colui che, dopo aver visto e sperimentato, rende testimonianza pubblicamente di ciò che ha vissuto in prima persona ed è, perciò, pronto a dare la vita affinché tale testimonianza venga proclamata e conosciuta. L’infedele, al contrario, o il “perfido”, non è una persona necessariamente cattiva, bensì colui che non crede al messaggio proclamato dal martire e che può arrivare a perseguitare quest’ultimo a causa della testimonianza che questi rende. Le crociate, infine, non sono mai state concepite, come molti credono, come conquista di territori e di potere in nome della religione (se questo è avvenuto è imputabile alla sete di potere che molti, troppi uomini hanno mascherato con la legittimità che il senso del sacro avrebbe fornito loro): esse sono nate come conseguenza della conquista islamica di territori cristiani e come tentativo di difendere sia i cristiani di quegli stessi territori che il diritto dei pellegrini europei di recarsi nei luoghi più sacri della cristianità. E’ lapalissiano che chi venga ucciso o perseguitato perché cristiano sia un martire, così come è ovvio che il persecutore, se commette il crimine in nome di una fede o di idee avverse a quelle del martire, debba essere definito un infedele!

Forse, però, per noi europei, troppo occupati a scrollarci di dosso i pensieri di questa crisi economica e morale che attanaglia la nostra decadente civiltà ed a cercare compromessi laddove non possono esservene, è più scontato e più ovvio condannare all’oblio e all’indifferenza i nostri fratelli perseguitati in nome della fede che abbiamo in comune, soprattutto perché affermare che essi sono dei martiri significa, il più delle volte, ammettere che noi non lo siamo, che non ci interessa più chi siamo, che viviamo benissimo nel non sapere da dove veniamo e ciò che siamo divenuti. Ci sembra assurdo, inaudito, improponibile, quasi offensivo che ci sia ancora della gente pronta a morire per qualcosa in cui crede e ancora più inconcepibile che ciò per cui si muore sia Cristo. Molto meglio l’illusione e le false speranze riposte nel relativismo, nel pacifismo, nel pluralismo e nel buonismo, che non sono riusciti a risolvere nessun conflitto tra gli uomini ed hanno condotto al soffocamento di qualsiasi anelito verso l’infinito, verso ciò che è più alto, verso una vita vera, una verità indiscutibile e una libertà reale e tangibile.

Così, i martiri divengono dei Don Chisciotte che combattono mulini a vento e nemici inesistenti, dei sempliciotti i quali si ostinano a credere ancora che esistano il bene e il male e che i due concetti non siano compatibili; i valori assoluti, intoccabili, quelli da difendere con la vita cessano di essere tali e noi possiamo continuare la nostra esistenza misera, mediocre, falsamente libera, lasciando che essa sia scandita non più dalla liturgia delle ore, dalle campane della festa, dal lavoro equilibrato e sano e dalle melodie celestiali che avrebbero indotto in schiavitù, secondo la mentalità di questo secolo, l’intero genere umano, ma dall’ansia di trovare una destinazione per il fine settimana incombente o per le vacanze in arrivo, dagli appetiti sessuali, dagli orari delle nostre trasmissioni preferite, dalla prova costume per l’estate e dai saldi invernali, dalle settimane bianche, dalle automobili rosso Ferrari, dai SUV, dalle labbra rifatte, dai seni rifatti, dalle lampade abbronzanti e dalle creme dimagranti.

Non voglio certo fare il predicatore degli ultimi giorni (già, mi rendo conto che parlando di Cristo potrei infastidire molti, ma se profetassi in nome dei Maya avrei un enorme successo) e dire che tutto ciò che vi è al mondo è male. Al contrario, penso che questo mondo sia meraviglioso. Credo, tuttavia, che, al fine di godere di tutte le sue bellezze, sia necessario riscoprire ciò per cui vale la pena anche di perdere la vita e riscoprire, prima della “libertà condizionata” che consiste nell’esistere in funzione di qualcosa di fatuo, la ragione che ci renda capaci di continuare ad esistere senza quel qualcosa.

Secondo il mio modesto avviso, sinché percepiremo i martiri cristiani della Nigeria, del Pakistan o di altre parti del mondo come lontani, idealisti e creduloni (in spagnolo, per riferirsi a chi, come Don Chisciotte, si ostinerebbe a credere in valori ormai decaduti e obsoleti, è stato coniato il termine “quijotista”) e non diverremo noi stessi martiri ogni giorno nella nostra vita, il nostro mondo non cambierà, poiché non ci accorgeremo di quanto è prezioso ciò che abbiamo e saremo disposti a venderlo al miglior offerente; se lasceremo che ci convincano che non esista un Bene assoluto e, di conseguenza, che non vi siano dei nemici che vogliono allontanarcene, non faremo altro che tapparci gli occhi, cercando di ripeterci l’un l’altro, come guide cieche, che non serve combattere per ciò che è vero, bello e buono, giacché ciò che è falso, brutto e cattivo, in realtà, sarebbe solamente un diverso modo di percepire la realtà, non necessariamente malvagio, non per forza il Male.

Ebbene, miei prodi, lasciamo che ci trascinino in battaglia e a singolar tenzone, permettiamo che si rida di noi, che i nostri nemici si facciano beffe della nostra vita e del nostro credo illudendoci di non esistere e mascherandosi da mulini a vento. Forse che i mulini a vento fanno strage esplodendo nelle chiese? Forse che i mulini a vento ci portano via i figli, lasciandoli a morire per le strade con mille sostanze stupefacenti in corpo? Se ci schiereremo con i martiri, il mondo intero si ribellerà contro di noi e vivremo combattendo la buona battaglia, ma saremo liberi. Orbene, io dico a voi, così come lo ripeto sempre a me stesso: “Cessate di petulare! Sempre viveste da femine… Cercate lo meno di morire da homini!”.

Per approfondimenti:

G. Potestà, G. M. Vian, Storia del Cristianesimo”, Il Mulino, 2010;

S. Runciman, Storia delle Crociate, Einaudi, 1966.

M. Introvigne, “Chiesa perseguitata e discriminata”, articolo apparso in La bussola quotidiana, 09/01/2012;

DNA (Apologia della vita)

“Mamma”, sussurra il bambino tenendosi stretto sul petto della madre, “ho visto in tv che si può condannare un uomo al carcere a vita, o addirittura a morte, perché, sul luogo di un delitto, è stato trovato il suo DNA. Non capisco… Mi spieghi che cosa significa?”.

“Non è facile da spiegare, bambino mio”, risponde la mamma, “tu sei troppo piccolo per capirlo ed io troppo inesperta per riuscire a fartelo comprendere. Tuttavia, ci proverò. Il DNA è una parte piccolissima del nostro corpo, talmente piccola che non è visibile ai nostri occhi. Eppure, in essa è contenuta la mappa di ciò che noi siamo. Ognuno di noi ha dentro di sé un codice che lo contraddistingue e che rende il suo corpo unico al mondo! La cosa speciale, poi, è che questa mappa non cambia mai: rimane identica dal momento in cui veniamo creati a quello in cui moriamo. Essa fa sì che il nostro corpo produca delle cellule che poi si specializzano e fanno sviluppare i tessuti, gli organi, la pelle, i capelli, tutto ciò che forma il nostro organismo. Inoltre, è proprio grazie al DNA che ogni parte del nostro corpo sa ciò che deve fare, dalla più grande alla più piccola. Pensa che magia!”.

“Va bene, ma che cosa c’entra questo con CSI?”, risponde il bambino, sfuggendo all’abbraccio della madre che era sicura di aver soddisfatto la sua curiosità. Egli, nondimeno, la guarda con aria perplessa e minacciosa, il piccolo volto imbronciato e le braccia conserte.

“Che cos’è CSI? Non stavamo parlando di DNA?” riprende la madre, attonita di fronte al nuovo acronimo che non riesce ad identificare.

“Mamma, ma sei proprio fuori dal mondo! CSI è un telefilm in cui i buoni riescono a prendere i cattivi che uccidono le persone, proprio grazie alla magia del DNA! Loro vanno nel posto dove qualcuno è stato assassinato, analizzano tutte le tracce con degli apparecchi supermegatecnologici, quasi come la mia XBox, e poi riescono sempre a trovare il colpevole dicendo: ‘Abbiamo il DNA’. E’ così che fanno a Las Vegas, ma anche a New York e a Miami. Lo fanno anche qui da noi?”.

“Chi ti ha detto che puoi guardare queste cose in tv?” ribatte la mamma, sempre più confusa. “Non eravamo rimasti d’accordo che saresti andato a letto dopo aver visto soltanto un po’ del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi? Questi programmi sul crimine ti fanno venire strane idee! Comunque, sappi che la magia del DNA la fanno anche qui da noi, in Italia, ed anche all’interno dei nostri programmi televisivi si possono vedere i buoni prendere i cattivi grazie a tale prodigio. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, il DNA si trova in ogni cellula del nostro corpo, anche la più piccola. Lo si può scovare persino in un capello, in una goccia di sangue, in un piccolissimo frammento di pelle, nella saliva. E’ così che i bravi poliziotti riescono a catturare i criminali: individuano una piccola traccia da essi lasciata e riescono a risalire alla loro identità”.

“Oh!”, esclama meravigliato il piccolo. “Quindi da un pezzettino piccolissimo di me riescono a sapere chi sono? Come fanno? Sanno anche che sono maschio, chi sono la mia mamma e il mio papà e che ho un cane?”.

“Beh, tesoro mio, che hai un cane proprio no, però che sei un maschietto e che io e papà siamo i tuoi genitori possono saperlo eccome”, afferma compiaciuta la mamma, sperando di porre fine a quell’intricata conversazione.

“Mamma, quindi la mia mappa del DNA resta uguale per sempre? Voglio dire, da quando sono piccolo piccolo nella tua pancia fino a quando divento grande e forte come papà?” chiede il bimbo, ancora insoddisfatto.

“Certo, caro. E ti dirò di più: quando mamma e papà si sono voluti così tanto bene da decidere di farti nascere, una mia cellula piccolissima, contenente una parte del mio DNA, si è unita ad una cellula altrettanto piccola di tuo padre, che portava, invece, la sua mappa del DNA. Insieme, queste hanno formato una cellula e una mappa completamente nuove, anche se da esse si può capire di chi sei figlio. Dunque, dall’istante stesso in cui la tua piccola cellula si è formata, la mappa di ciò che il tuo corpo è e diventerà negli anni rimane identica per tutta la vita”.

“Quindi il DNA è una persona?”, continua il piccolo.

“Non è proprio una persona, ma la identifica, la distingue da tutte le altre”.

“Non capisco, mamma”.

“Che cosa non capisci?” chiede la mamma.

“L’altra sera, in tv, c’era una signora di nome Emma che diceva che tutte le donne hanno il diritto di abortire perché il corpo è loro e che i bambini prima di nascere sono feti o embrioni, non li si può chiamare bambini. Non conoscevo il significato delle parole “abortire”, “feto” ed “embrione”, quindi le ho cercate su Google e ho visto anche dei video su Youtube che mostrano come avvengono questi aborti. E’ davvero una cosa brutta, mamma. Tu l’avresti fatto a me?” fa il bambino, con aria triste e tenera.

“No, certo che no, non l’avrei mai fatto a te”, s’agita la mamma. “Comunque, è ora di mettere dei limiti in questa casa! Dove hai visto questi video e queste porcherie? Da chi ne hai sentito parlare?”.

“L’altro pomeriggio, papà si è addormentato davanti al televisore, tu stavi lavando i piatti e io mi annoiavo. Così, mi sono collegato ad internet e ho cercato le cose di cui avevo sentito parlare qualche sera fa a Porta a Porta”.

“Tuo padre mi sentirà”, sentenzia la madre, indignata. “Per un momento che lo lascio solo con te, lui che fa? Si addormenta! E dire che gli avevo raccomandato di tenerti buono per un po’… Mi aveva detto che ti portava in salotto a vedere Uomini e donne, così stavo tranquilla”.

“Sì, ma mamma… C’è una cosa che proprio non capisco: se questo DNA è così importante da far condannare a morte gli assassini, se, come dici tu, identifica le persone perché si trova anche nelle parti più piccole del nostro corpo e se i bambini ce l’hanno da quando sono cellule piccole piccole nella pancia delle loro madri, perché quella signora diceva che essi non sono persone? Perché li fanno a pezzi e poi li buttano via come spazzatura? Hai appena detto che anche in loro c’è il DNA, quindi anche loro sono persone! Se questo basta, in un processo, per capire se qualcuno è colpevole di aver ucciso qualcun altro, perché non basta a dire che quei bambini, o feti, o embrioni, come ha detto la signora Emma, sono persone come noi e non meritano di essere trattati così, visto che, a differenza di quello degli assassini, il loro DNA non ha fatto del male a nessuno?”.

“Non lo so, bambino mio… Proprio non lo so”.

Lettera di un Abramo del 2011 al suo bambino

Caro figlio,

Anche se non sei ancora venuto al mondo, ti scrivo questa lettera perché mi è stato annunciato che un bambino nascerà per me, mi sarà donato un figlio. All’inizio non ci credevo e ho riso. Poi l’incredulità ha lasciato spazio alla speranza e la speranza alla fede.

Prima di dirti ciò che vorrei, desidero, tuttavia, dedicarti una poesia ebraica, musicata da una cantante che a tuo padre piace molto, l’israeliana Noa:

Uri

Se avessi un figlio, un bambino piccolo,

vispo e dai riccioli neri,

Lo condurrei per mano a passeggio

per i sentieri del giardino.

Il mio piccolo!

Lo chiamerei Uri, Uri mio!

Quant’è dolce e chiaro, questo piccolo nome,

come un barlume di gioia per il mio bambino!

Lo chiamerei Uri, sì, Uri.

Ma sono ancora sterile come Rachele,

Sto ancora pregando come Anna a Silo.

Lo aspetto ancora, lo aspetto.

Lo aspetterò.

Devi sapere che qualche anno fa, quand’ero un po’ più giovane e nacque tua cugina, figlia di mia sorella, cominciai a sentire un gran desiderio di paternità. Lo confidai, allora, a una persona che conoscevo, donna in carriera, diventata madre a quarant’anni perché prima era troppo occupata, la quale mi consigliò di dedicarmi quanto più potevo al lavoro, al successo e alla realizzazione dei miei progetti e delle mie ambizioni professionali, non facendomi condizionare dal mio “orologio biologico” – questa è l’espressione che usò – che rischia di compromettere la vita di tutte le povere giovani vittime che, a una certa età, già prima dei trent’anni, cominciano a sentire il desiderio di costruirsi una famiglia, di amare qualcuno e avere dei figli con quella persona. Dio ce ne scampi! Come si può pensare di limitare i propri sogni e il proprio “io” perché venga al mondo qualcun altro?

E’ buffo, ma fino ad allora la pensavo esattamente come lei e, viaggiando in continuazione, cambiavo continuamente città, Paese e lavoro, cercando sempre l’occasione buona per avanzare da un punto di vista professionale ed economico, per essere il migliore fra i migliori, il numero uno. Poi, un profeta mi disse che, da uomo, non ero chiamato ad essere schiavo dell’ansia di correre dietro a desideri sempre più irraggiungibili (in questo mondo in cui tu nascerai non si è mai contenti di nulla e si è sempre in crisi), ma che, al contrario, dovevo iniziare a comportarmi da padre, per poi essere pronto a diventare un genitore. Che cosa voleva dire questo? Non era facile da capire, anche perché, come ad Abramo, mi veniva chiesto di lasciare tutto ciò che conoscevo, le mie certezze, le mie ambizioni, la mia vita di cui io ero il protagonista assoluto e l’unico architetto! Il profeta mi ripeteva che tutte queste cose non erano che briciole, che avrei potuto avere mille volte di più, se solo lo avessi voluto, ma dovevo smetterla di vivere per me stesso. Bella faccia tosta! Chi era costui per dirmi che cosa dovevo fare della mia vita? E poi, che cosa mi si offriva in cambio delle mie “briciole”, che a me, invece, sembravano così importanti?

Devi sapere, figlio mio, che oggi il mondo non è più quello del nostro antenato Abramo: ora possiamo decidere come vivere la nostra vita senza dipendere dalle stagioni, dalla siccità, dai capricci della natura. Oggi abbiamo frutta fresca a volontà da tutto il mondo, beviamo acqua liscia, gassata, altissima, purissima, dietetica, povera di sodio, ricca di minerali, al sapore di frutta, ascoltiamo musica per strada e ci inviamo messaggi, post, tag, tweet. Come ci viene ripetuto in continuazione, siamo nell’epoca della tecnologia, della libertà, del motto “è tutto intorno a te”, del sesso libero in ogni sua forma, degli acquisti online, delle consegne a domicilio, della morte assistita e “dolce”… Siamo noi che scegliamo, come cittadini, se essere maschi, femmine o transgender; tutti siamo in grado avere vite virtuali, preferendole molte volte a quelle reali. Vi è, inoltre, una grande attenzione per le tematiche relative all’ambiente, alla salvaguardia della natura, delle piante e degli animali. Se oggi, come il nostro antenato Abramo, io decidessi di andare a caccia o a pesca, di ammazzare un agnello per accogliere degli ospiti o di sacrificare un toro per una cerimonia, susciterei la pubblica indignazione e vi sarebbe una sollevazione generale! Tutti sarebbero scandalizzati, si straccerebbero le vesti e mi darebbero del bruto, dell’insensibile e dell’incivile. Se, invece, caro bambino mio, io e tua madre sacrificassimo te, in nome della nostra libertà, della proprietà del nostro corpo, del diritto a gestire liberamente la nostra esistenza, la nostra carriera e le nostre relazioni sentimentali, se decidessimo di farti a pezzi prima della tua nascita, raschiandoti ed aspirandoti come un pezzo d’intonaco da una parete che si vuole ritinteggiare, oppure, dopo la tua nascita, ti trascurassimo perché dobbiamo vivere la nostra vita, realizzare le nostre aspirazioni e fare le nostre esperienze, questo sarebbe considerato non solo legittimo, ma anche auspicabile, indicherebbe addirittura che la società si è evoluta! Tempo fa, infatti, ascoltavo in radio i risultati di una ricerca dell’Unione Europea sull’emancipazione femminile e il nostro Paese risultava arretrato perché molte donne preferiscono ancora sacrificare la propria carriera per essere madri più presenti; e si trattava di un sondaggio sulla volontà delle donne, non sulla presenza o meno politiche sociali volte a migliorare l’occupazione femminile. Evidentemente, questo non è considerato, nel nostro modernissimo continente, un diritto o una decisione presa nella più totale autonomia, mentre il contrario lo è.

Da un certo punto di vista, il fatto di godere di tutta questa apparente libertà e, nello stesso tempo, di sentire che non si è veramente responsabili nei confronti di nessuno  – perché, in fondo, la vita va vissuta andando “al massimo, a gonfie vele”, divertendosi finché è giovani e senza rimpianti – mi spingeva a pensare che avrei avuto ancora tanto tempo per desiderarti e per prepararmi bene affinché tu trovassi un ambiente ricco d’amore e di stabilità ad accoglierti  nel momento in cui fossi venuto al mondo. D’altra parte, tuttavia, il non condividere questa mentalità, il credere ancora che ci siano dei valori assoluti ed il rifiuto di pensare che il fine ultimo della vita sia quello di godere dei piaceri terreni – pur avendo provato, nella mia giovinezza, grande divertimento e grande piacere in ogni cosa, senza la necessità di ubriacarmi o drogarmi – perché sono convinto che questo mondo non sia che l’anticamera della nostra vera esistenza, mi hanno fatto sentire poco adatto a diventare padre, sentendomi fuori moda, poco “cool” e, di conseguenza, poco divertente per un figlio, nonché poco attraente per un’ipotetica moglie.

A che cosa sarebbe servito, dunque, abbandonare le mie certezze e le mie “briciole” per diventare padre e prepararmi a diventare genitore? Che cos’avrei avuto in cambio?

Innanzitutto, posso dirti che ho compreso che desiderarti è un bene, ma averti non è un diritto! Crescere un figlio vuol dire avere a che fare con un’altro essere umano, unico e complesso: il bambino diventerà un uomo e la bambina una donna. Ti sembrerà strano, ma questo non era ovvio per me! Tante persone provano tenerezza e affetto per i bambini, finché questi sono piccoli, ma altrettante – me compreso – non riescono sempre a rendersi conto che poi quei cuccioli irresistibilmente teneri e delicati crescono e diventano ribelli, autonomi, reclamano il loro spazio e in alcuni casi sfuggono dal nostro controllo, finendo nel tunnel della droga, della disperazione, della contestazione a tutto quanto suoni come “regola”, del libertinaggio. Molte volte mi sono chiesto come facciano quelli che sono già genitori a continuare ad amare degli ex bambini che diventano anarchici, tossicomani, ladri, assassini, maleducati, black block, o, semplicemente, adulti! Non avevo capito che, evidentemente, è proprio quando una persona è adulta che la si può amare davvero, divenendo adulti noi stessi.

Rinunciare alle mie certezze, allora, significa rinunciare ad essere un bambino che pretende di affermare se stesso e di monopolizzare su di sé l’attenzione degli altri, che vorrebbe essere sempre padrone della propria vita e di quella degli altri, che fa i capricci ogni qualvolta la vita e le persone non gli danno quello che egli vorrebbe.

Se un giorno tu nascessi, e quindi io avessi un figlio, anch’io, come nella poesia, vorrei portarti a spasso per il giardino, sentire che mi ami, che desideri la mia protezione, che sono il tuo eroe… Per te imparerei a giocare a calcio, tollererei cose che ora non tollero, cercherei di essere un uomo migliore. So, tuttavia, che questo non basterebbe. Dovrei insegnarti a essere felice anche nei momenti tristi, ad avere speranza anche quando il mondo ti dice che speranza non ce n’è, a credere anche nei momenti in cui sembra non vi sia alcun Dio. Per farlo, devo diventare un padre prima che tu arrivi nella mia vita, imparando ad essere padre per altri figli, incarnando nella mia vita ciò che vorrei trasmettere a te: dovrò comportarmi da uomo per insegnare a te a diventare un uomo; dovrò sperare per dimostrarti che cos’è la speranza, pregare con te per insegnarti cosa sia la preghiera, amare per mostrarti che cos’è l’amore.

Al momento, può sembrare che anch’io sia ancora sterile come Rachele, Abramo e Zaccaria, perché non ti ho ancora avuto e non so se mai ti avrò, benché ci speri e ci creda. Tuttavia, se mi guardo intorno, scopro che posso essere padre per tante persone che hanno bisogno di me e mi accorgo di essere già diventato, come Abramo, padre di moltitudini. Non so se mai ci conosceremo, ma, se un giorno nascerai, mi troverai qui ad aspettarti. Mi sto già allenando alla palestra della paternità per insegnarti non solo a giocare a pallone.

 

Con amore

Tuo padre