Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

Verso l’alto (El Al – אל על)

scala cielo

Una premessa: non sto scrivendo quest’articolo per pubblicizzare la compagnia di bandiera israeliana, ma per il senso che ha il suo nome: El Al (אל על), che in ebraico vuol dire “verso l’alto” (e con un doppio senso: “alto” è il cielo, ma “alta” è anche la Terra d’Israele, verso cui gli aerei della El Al volano. Israele, infatti, in particolare Gerusalemme, sono, per gli ebrei così come per i cartografi cristiani medioevali, il punto più alto della terra, il più vicino a Dio, tanto che gli immigrati in questo Paese si definiscono “olìm” – dalla stessa radice “Al” – cioè ‘coloro che salgono’).

Scrivo, invece, perché, come tutti gli esseri umani, sono sempre, costantemente alla ricerca di un senso, di uno scopo, di una missione, di qualcosa per cui valga la pena vivere.

E’ strano pensare che gli animali, le piante, persino i microorganismi meno evoluti, se ci riflettiamo, uno scopo nella vita ce l’hanno eccome: mangiare e riprodursi per poi, a loro volta, essere mangiati o servire da concime per il terreno. Non hanno bisogno di interrogarsi continuamente, non hanno bisogno di scervellarsi, di cercare, di pregare, di ridere, di sognare, di piangere o disperarsi.

Noi no.

Ogni essere vivente, a questo mondo, espleta una funzione e occupa un posto preciso. Se gli squali non esistessero, il mare sarebbe una pattumiera; se i fiori non fossero così belli, le api non ne verrebbero attratte e i semi delle piante non sarebbero trasportati lontano dai venti e dagli insetti, per cadere poi in un luogo fertile ed originare una nuova vita. Persino le zanzare hanno il loro ruolo nel creato.

Noi no.

Se sparissimo dalla faccia della terra, non credo che le altre specie sentirebbero la nostra mancanza; se ci estinguessimo, per chi sarebbe un danno?

Eppure, il nostro cervello si è evoluto in maniera tale da farci credere di essere necessari, eterni, insostituibili. A quale scopo, poi, se dobbiamo finire a marcire sottoterra e tutto finisce lì?

Trovo difficile affermare, come farebbe un ateo, che non esiste una Ragione più alta della nostra e che siamo il frutto di un’evoluzione casuale, quando nulla, nel mondo, è casuale, quando la natura, a differenza di quanto spesso crediamo, ha sempre scritti, in sé, nelle sue leggi, nei suoi processi, il perché, il come, il quando e il dove. Non v’è evoluzione o regola naturale che possa spiegare la perfetta inutilità dell’essere umano – quando non l’estrema pericolosità di questo per la sopravvivenza del mondo stesso – giacché questo è ciò che, per natura, siamo: un manipolo di infelici costantemente alla ricerca di qualcosa che in questo mondo non troveranno mai. La natura non avrebbe potuto commettere uno sbaglio tanto grande.

Non può essere tutto frutto del caso, anzi, può esservi solo una spiegazione: siamo al mondo perché qualcuno ci ha voluti, perché era bello che ci fossimo, perché, per quel qualcuno, dovevamo esserci.

Sono alla mia scrivania e contemplo le pile di fogli bianchi e le cartellette color senape, immaginando che gli uni siano spuma del mare che si infrange sulle scogliere del mio grigio tavolo da lavoro e che le altre siano sabbia e roccia del deserto del Negev, in Terra Santa. Vorrei essere là, ora.

Poi, la mia mente si interroga su quanto instabili siano le mie emozioni: le cose e le persone che più amo sono proprio quelle che, un istante dopo, detesto; voglio essere in un posto e un minuto più tardi vorrei andarmene; smanio per avere una realizzazione professionale, una carezza, una soddisfazione, un successo e, nel momento in cui le ho ottenute, non riesco a goderne per più di un secondo.

Niente, in questo mondo, può darmi pace, nessuno può donarmi qualcosa che sia in grado di saziare completamente la mia sete di amore ed eternità. Forse è perché io sono eterno, ma ciò che mi circonda non lo è e quello per cui sono stato creato, quello a cui sono destinato, non si trova qui.

Cercare le cose di lassù, andare verso l’alto. Questo è il nostro destino di creature in pellegrinaggio su questa terra. Amore celeste, non terrestre; amicizia celeste, non terrestre; vita celeste, non terrestre.

Ho come l’impressione di trovarmi sempre dinanzi a una scala collegata al cielo, direttamente comunicante con Colui che è la fonte di ogni mio bene. Se davvero è così (e io credo che lo sia), dovrei dunque smetterla di scavare nel fango e nel terreno alla ricerca di tesori caduchi e salire più spesso per quella scala, raggiungere il cielo (ai cristiani questa possibilità è stato data e si chiama sacramento) e prendere da lassù ciò che mi serve, modellando la mia esistenza quaggiù, donando a piene mani di quanto ho ricevuto e che non viene da me.

Solo cercando le cose di lassù, andando sempre verso l’alto, il grigiore di una scrivania, il bianco dei fogli e il senape delle cartelline possono trasformarsi in terra, mare e roccia, in fuoco e in acqua, in Amore vero, in uno scopo degno: servire, offrire, dare la vita, anche quando tutto sembra impossibile, brutto, insensato, inaccettabile.

Cercare le cose di lassù, dove Cristo è assiso alla destra del Padre. Questo è il senso di tutto.

 

Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, Santa Messa in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno, 4 novembre 2010

 

Il mio mutuo per un regno

'Primavera vicino alla casa di campagna", di  Wojciech Niemiec

“Primavera vicino alla casa di campagna”, di Wojciech Niemiec

Seguito di “Il mio regno per un mutuo”

Mi sono buttato! Ho lasciato le mie tranquille serate in compagnia di Premium Crime e delle sue appassionanti serie; ho gettato via le mie zuppe surgelate e il mio monolocale da single; ho nuovamente imbustato, impacchettato e trasportato la mia vita in un altro angolo della città; ho abbandonato le mie piccole, insignificanti – ma rassicuranti – certezze, quasi fossi Abramo che lascia Ur dei Caldei per recarsi, su ordine di Dio, in una nuova, sconosciuta terra che gli è stata promessa.

Non so come si sia sentito Abramo, in quel momento… Di certo, lui non avrà dovuto affrontare quell’inferno in terra che è l’Ikea. Senz’altro – glielo concedo – le sue difficoltà saranno state ben maggiori: partire con cammelli, pecore, una moglie sterile e centinaia di persone al seguito non sarà stata un’impresa facile. Tuttavia, devo ammettere che passare dalla totale, indiscussa autonomia alla divisione dei piatti, delle pentole, degli spazi, al trasporto degli armadi ed al cambiamento radicale delle proprie abitudini non è una passeggiata. Non per me, almeno.

Ora vivo nel cuore della capitale del mio Paese e della cristianità, nel luogo in cui Giulio Cesare è stato assassinato da Bruto e in cui migliaia, milioni di persone ogni anno si ritrovano per guardarsi intorno con la bocca aperta. A dieci minuti a piedi da casa mia – il più delle volte anche meno – mille tesori inestimabili non attendono altro che di essere ammirati: Piazza Navona, il Pantheon, San Pietro, il Colosseo. Non desidero, tuttavia, soffermarmi sugli aspetti di ordine pratico o logistico, non ho molto tempo per scrivere in questi giorni. In fondo, poi, il quartiere in cui abitavo prima mi piaceva tanto e non è certo per motivi di comodità né per ragioni economiche che ho scelto di traslocare.

No, ho scelto di cambiare non per poter avere a pochi passi da me il Colosseo, bensì dei tesori molto più grandi e preziosi, degli amici che sono una famiglia.

Devo ammettere che non è facile rendersi conto che la nostra solitudine non è una semplice condizione in cui gli altri ci hanno messo. Spesso, infatti, capita che la solitudine non sia altro che un vaccino antinfluenzale contro le ferite cui si può andare incontro se si vive, se si ama, se ci si lascia amare; è come un guscio protetto in cui ci si rifugia e si soffre ma, allo stesso tempo, ci si compiace, si gode della propria miseria. Questo non è sempre da imputare alla nostra malafede. A volte accade e basta, magari per colpa della vita o di certi comportamenti, atteggiamenti che non sappiamo neanche spiegare e comprendere ma che ci portano a scappare via, a fuggire qualunque tipo di relazione, se questa minaccia un equilibrio interiore che tanto fatichiamo a tenere in piedi. Allora, le nostre case diventano un’estensione di quel guscio, fatto per mantenere gli altri fuori, a distanza di sicurezza… Tanto non si sa mai, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. In più, guardati dai nemici ma molto più dagli amici!

Altre volte, invece, sono meccanismi diversi che si mettono in funzione: abbiamo questa strana idea per cui pensiamo che amare qualcuno (mogli, figli, fratelli, amici) voglia dire riuscire a mantenere sempre alto il livello della relazione con loro, temendo ed evitando i confronti, gli scontri, la condivisione delle cose che riteniamo essere troppo poco nobili da conoscere e far conoscere, in primis il nostro vero carattere e la nostra natura non sempre mite ed arrendevole. Percepiamo lo stato ideale della vita come le vacanze che aspettiamo per un anno intero e che poi, una volta arrivate, passano e ci lasciano l’amaro in bocca; oppure come la chiacchierata con l’amico del cuore, anch’essa tanto attesa, ma che ci delude perché né noi né i nostri amici abbiamo saputo, in quell’occasione, dire o ascoltare ciò che avremmo desiderato; o, ancora, come l’appuntamento con la ragazza che ci aveva colpito, quell’uscita al cinema o a cena che avevamo pianificato nei dettagli ma che, alla fine, si è risolta in un totale fallimento. Tutto, quindi, è un totale alternarsi di aspettative e ritorni alla realtà, sorprese e delusioni, sogni mancati ed altri che si realizzano. Eppure, di fronte a questo altalenarsi di sensazioni, sentimenti, imprevisti e sfide, l’istinto che domina in me è quello della fuga: ogni fibra del mio corpo mi spinge ad andare via, a cercare un rifugio, a scappare dove nessuno mi possa raggiungere e dove io possa essere finalmente me stesso. Lì, io costruisco intorno a me un altro mondo, diverso, perfetto, in cui io sono il protagonista e gli altri le comparse, io chi muove i fili e il mio prossimo una marionetta nelle mie mani. Quanto egoismo!

Quello su cui ho avuto modo di riflettere, da quando, qualche giorno fa, è iniziata la mia nuova avventura insieme ad altre persone e in un nuovo appartamento, è che non sono stato chiamato tanto ad avere una casa, quanto ad esserlo. Sebbene mi sembri assurdo per una persona dalle mille paturnie e dalle mille manie, come io sono, è proprio quello che sento. So anche che è giusto che chi mi ama mi veda nel modo in cui io realmente sono, nel bene e nel male, e questo non sarà possibile finché continuerò ad iniettarmi degli anticorpi contro chi mi vuole bene, finché casa mia – ed io stesso con lei – sarà soltanto il muro di separazione che mi consente di tenere fuori chi costituisce una minaccia per il mio fragile e incostante umore (cioè ogni singola creatura su questa terra). Non posso fare altro che lasciare, dunque, che si vedano le mie sconfitte, oltre alle mie vittorie, le mie ferite, oltre alle mie certezze, le mie incapacità, oltre ai miei talenti. Ed anche nei difetti chiederò di riconoscere l’amore, anche nella quotidianità, nella noia e nelle situazioni ordinarie imparerò a vedere la mano di Dio, poiché è nelle piccole cose che si è chiamati ad essere santi, a fare la differenza, e questo il nostro nemico lo sa bene, come aveva espresso benissimo C. S. Lewis nel suo meraviglioso “Le lettere di Berlicche”. Non si può essere fedeli, amici, sposi, fratelli nel molto se non lo si è anche e soprattutto nel poco.

Ecco, dunque, ciò che vorrei si realizzasse nella mia vita, ciò che io vorrei diventare:

 

“A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra” (Marco 4, 30-32)

 

Non posso, ovviamente, affermare che si sia compiuta in me questa parola, anzi! Semplicemente, ho capito che non vale la pena rinunciare al proprio regno per un “mutuo” (e con mutuo intendo le nostre piccole e misere certezze, le nostre tane, i nostri muri divisori in senso figurato, non certo il desiderio legittimo di avere un luogo accogliente in cui vivere). Semmai il contrario: il mio mutuo per un Regno!

 

Il mio regno per un mutuo

 

Fortezza

A volte sogni ancora di ergerti là, su uno sperone roccioso, isolato, al di sopra di tutto e di tutti, di sovrastare ogni creatura con la tua maestosità, la tua imponenza e la tua impenetrabilità. Vorresti apparire inespugnabile, invulnerabile, inaccessibile e invece, quando ti svegli, non ti resta altro che un pugno di macerie. Allora, non sei più ancorato sulla roccia, ma nella voragine di un dirupo, quelli che prima immaginavi lontani, laggiù a valle, piccoli, incapaci di nuocerti, di farti del male in alcun modo, ora sono davanti a te, sopra di te, ti assalgono, ti calpestano, ti colpiscono, ti demoliscono e tu cadi, cadi rovinosamente a terra, conosci il sapore amaro della sconfitta e ti senti annientato.

Pensavi di aver scelto bene i materiali da usare per la tua costruzione, avevi progettato meticolosamente dove collocare le feritoie, dove le mura e dove le torri ed i bastioni; avevi, poi, provveduto a circondarti di un fossato, a premunirti contro ogni attacco e non uscivi mai, proprio mai, dal tuo piccolo mondo, se non per qualche breve sortita. Quando lo facevi, però, eri sempre armato di tutto punto. Il nemico, infatti, non doveva coglierti impreparato.

Poi, come nebbia che cala silenziosa sul far del mattino, il tuo oppressore, dopo averti trovato, ha avuto la meglio e non è bastata la muraglia più resistente a salvarti: quando la nebbia si è alzata, di te non rimaneva pietra su pietra e la tua rovina è stata grande.

Oltre al trauma della sconfitta, alle grida lancinanti del tuo orgoglio ferito ed al dolore per le ferite enormi tra le tue mura, ti rimaneva un interrogativo: come era potuto accadere tutto questo? Dunque, tra te e te, hai ripensato ai dettagli, a quello che potevi aver fatto male, a dove potevi aver sbagliato, soprattutto perché l’elemento costante che avevi voluto mostrare a tutti quelli che ti guardavano e pensavi ti temessero era sempre e soltanto uno: la forza. Sì, ti avevano detto che quello era il materiale più in voga, il più resistente e il meno fragile di tutti. Così ti avevano detto. Ah, se non li avessi ascoltati! O, forse, se li avessi ascoltati meglio!

Nella foga di volerti difendere, di far presto per non lasciarti sorprendere e trovare impreparato quando gli assalitori fossero arrivati, non hai prestato attenzione agli esperti capomastri che volevano aiutarti a tirar su quella dannata costruzione. Quindi, allorché si trattava di ordinare i materiali, ti ricordavi solamente una parte del nome di quello che avresti utilizzato, che non doveva affatto essere la forza, bensì la fortezza.

Fortezza, sì, come avevi potuto confonderti così? Per errore – ricordi – te ne avevano anche consegnata un po’, ma l’hai messa da parte, nelle segrete, pensando non ti sarebbe mai servita. D’altronde, non dicevano forse le istruzioni che si trattava di materiale alquanto raro che non ti avrebbe protetto dalla possibilità di essere attaccato o danneggiato, bensì ti avrebbe dato l’unica certezza che le fondamenta su cui sei costruito non avrebbero ceduto mai, che avresti resistito, pur nella debolezza, a qualsiasi nemico, che saresti stato capace di non arrenderti di fronte a tutti gli assalti mossi contro di te? Già, ma tu non volevi questo: tu desideravi soltanto proteggerti, isolarti, rimanere al sicuro e non dover neanche trovarti a fronteggiare il tuo nemico. Lo temevi pavidamente, lui era il tuo incubo. Per questo non hai badato a quel po’ di fortezza che ti avevano mandato, per questo sei andato a isolarti su quello sperone pressoché irragiungibile. Così facendo, hai finito per assediarti da solo.

Ora, tutto ciò che ti rimane è quel poco di fortezza lasciato giù nelle segrete, impolverato, abbandonato. Quasi senza speranza, ti accorgi che puoi usarlo per costruire qualcosa che, pur non diventando esattamente ciò che avevi edificato prima, almeno stia in piedi. E piano piano cominci e realizzi che quella nuova costruzione, apparentemente più misera, fragile, forse un tantino traballante, decisamente non appariscente, miracolosamente regge, anzi non la smuovono neanche le cannonate. Hai voluto ancorarla alla roccia sottostante e questo le garantisce ancor più stabilità. In più, hai finalmente permesso che qualcun altro venisse ad edificare la propria costruzione accanto alla tua, provando a mettere da parte, con immensa fatica, quella sfiducia e quelle paure ataviche che ti porti dietro. E vedi che funziona. Certo, non sarai un magnifico maniero, ma resti pur sempre una piccola, grande fortezza che prende il nome dal materiale con cui è stata edificata. Forse è questo ciò che dovevi diventare.