Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

Al posto mio (Atlante)

"Atlante", di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

“Atlante”, di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

Credo capiti a tutti, in determinati momenti della vita, di fermarsi a riflettere su chi ci sia davvero amico, su chi ci stia accanto per convenienza, per pena, per senso del dovere, su chi ci dia per scontati e su chi, invece, si faccia in quattro per noi.

La stessa cosa, immagino – o spero – possa capitare al contrario: di chi siamo veramente amici noi? Per chi daremmo la nostra vita? Per chi possiamo davvero dire di aver fatto qualcosa di buono?

La risposta, per me, non può che essere una sola: nessuno mi è amico come vorrei, nessuno mi sta vicino come vorrei e nel modo in cui io ne avrei bisogno; ugualmente, io non sono davvero amico di nessuno e non sono capace di stare accanto a nessuno nel modo in cui l’altro avrebbe bisogno.

Pensavo, qualche giorno fa, a cosa avrei potuto chiedere al mio migliore amico, a mio fratello, a mia sorella, alla moglie per dimostrarmi che sono amato: porta il peso della mia vita.

Sì, questo chiederei. Mi ami davvero? Non voglio i tuoi consigli, né la tua commiserazione, non ho bisogno di frasi di circostanza né di incoraggiamenti basati sulla poca conoscenza di ciò che davvero mi assilla. Vuoi amarmi? Allora smetti di parlare e prenditi quello che mi fa male, quello che non riesco a sopportare, le cose della mia vita che mi provocano dolore, rabbia, insoddisfazione. Non puoi farlo? Allora vattene!

Questo è ciò che direi.

Fortunatamente, in quel momento, ho capito (certo, una cosa è capirlo e una cosa è accettarlo) che nessun uomo è in grado di portare su di sé i pesi degli altri, è già difficile farlo con i propri; nessun essere umano potrà mai essere perfetto consolatore, amico, sostegno, padre, fratello, figlio per un suo simile; non ci sarà mai una persona in grado di capire nel profondo ciò che è nascosto nel nostro cuore, negli anfratti della nostra anima e negli angoli nascosti, dimenticati, oscurati della nostra esistenza, né di afferrare al volo i nostri pensieri, coglierne le sfumature, apprezzarne i più minuziosi dettagli e i più impercettibili risvolti.

Siamo soltanto delle gocce, è vero, ma pesanti e consistenti quanto un oceano. Sembriamo dei minuscoli ed insignificanti puntini nell’universo, eppure custodiamo dentro di noi un segreto prezioso, misterioso e grande quanto tutto il creato, portiamo in noi l’Infinito, che tuttavia non siamo capaci di comprendere, mentre Egli è l’unico a poterci davvero comprendere.

Sono convinto del fatto che un sinonimo della parola “amare” possa essere un altro verbo: “togliere”, o meglio tollere, nel suo significato più autentico e letterale, che indica il “portare su di sé”.

Agnus Dei qui tollis peccata mundi

Questa frase non vuol dire, come molti pensano, “agnello di Dio che togli i peccati dal mondo”, bensì “agnello di Dio che porti su di te i peccati del mondo”, te ne fai carico, ne prendi il peso insostenibile per il genere umano.

Dona nobis pacem

Dona a noi la pace!

Vi è solamente una persona in grado di portare su di sé (l’ha già fatto) il peso dei nostri peccati, dei nostri limiti, dell’imperfezione e del dolore, dell’angoscia e del male di vivere che a volte ci coglie alla sprovvista. C’è sempre stato e sempre ci sarà un solo Atlante, che è Cristo. Di conseguenza, solo Lui potrà darci la pace: non gli amici, non i genitori, non la realizzazione professionale, non il matrimonio, meno che mai i figli.

A questo Amico, e solo a Lui, possiamo chiedere, con la certezza che Egli lo farà, di farsi carico dei pesi che non riusciamo – e non riusciremo mai – a sostenere.

 

Aggettivi

foglie

Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno (Salmo 138)

Sono un uomo che vive di parole, le cerca, le desidera, le fa sue, ci gioca, ne analizza il significato, l’origine, la storia, la traduzione e la pronuncia in altre lingue; sono uno che vorrebbe lavorare con le parole, raccontare storie utilizzandone le più belle e preziose, incantare chi mi legge e mi ascolta per portarlo a viaggiare lontano, in altri mondi, o forse nel mio, che è già abbastanza complicato.

Sono anche un uomo che vive di note. Non so descrivere il mio rapporto con la musica. A dir la verità, più che un rapporto è una simbiosi, un percepire la realtà in modo a volte diverso da chi non ha nella musica una chiave della propria esistenza. Sin da piccolo, mi arrampicavo sulla sedia per ascoltare, per ore intere, un vecchio giradischi; con la mia tastierina Bontempi suonavo le prime melodie prima di iniziare ad avere il ricordo di tante e tante altre cose, piacevoli e spiacevoli; esercitavo le mie dita su un piano o, in mancanza di quello, su un tavolo quando gli altri allenavano le gambe con un pallone; studiavo l’armonia, il solfeggio e il canto quando i miei coetanei erano in vacanza per l’estate, dopo gli esami e la scuola.

Tutto questo vivere di note e parole ha plasmato profondamente il mio modo di essere. Spesso, da bambino, mi bastava ascoltare il suono di un aspirapolvere per sentire una melodia o scorrere un elenco telefonico per immaginare storie, miti ed avventure di chi portava nomi che reputavo particolarmente interessanti.

Il vento, la pioggia, la doccia, la ventola del computer, tutto per me non è un rumore, ma un suono, così come ogni parola non è semplicemente un agglomerato di lettere ma un insieme complesso di tante componenti che non sto qui a spiegare.

Il problema è che, sovente, le singole parole rischiano di diventare più importanti della frase che esse compongono, così come le singole note possono distrarre dall’opera di cui esse non sono che un piccolo tassello.

Così avviene, oggi, per noi esseri umani e per la nostra esistenza quotidiana: sembra che alcune nostre peculiarità siano divenute più importanti di noi, di ciò che siamo. Si esaltano certe caratteristiche, giuste o sbagliate che siano, per creare delle categorie che forzano la nostra natura e la grandezza della nostra essenza. Omosessualismo, positivismo, progressismo, relativismo piaiono mirare proprio a questo: abbattere l’unità della persona, la sua unicità ed irripetibilità, l’indivisibilità del suo essere in nome dell’esaltazione e dell’assolutizzazione di aspetti, come la sessualità, che non sono nulla se estrapolati dall’estrema complessità della storia di ogni individuo, come se un uomo fosse solo il suo apparato riproduttivo, solo il suo cuore, solo il suo cervello e non la somma di tutte le componenti, somma che, in un essere umano, diviene non più divisibile in quanto preponderante rispetto ai singoli fattori. In pratica, l’uomo è come un numero primo, indivisibile.

Personalmente, pur cercando da una vita intera di definirmi, di classificarmi in base a determinate caratteristiche, agli studi, a particolari gusti e sensibilità, talenti e doti, difetti e pregi, non sono ancora riuscito a comprendere me stesso. L’unica conclusione a cui sono giunto è che sono un uomo, quindi un maschio (se fossi donna, ovviamente, sarei femmina!), e che sono figlio di Dio.

Già, Dio. Se ci pensiamo, il rischio che corriamo con la creatura è il medesimo che corriamo con il Creatore: non comprenderlo nella sua pienezza, in nome dell’insensata smania di affannarci a coglierne singoli aspetti che non possono essere messi da parte e isolati rispetto agli altri. Dunque, alle volte Dio è per noi misericordioso, altre giusto, altre buono, altre potente, altre ancora umile. Mai tutto insieme. Il risultato è una divinità schizofrenica, incoerente e disunita con se stessa, la quale, come logica conseguenza, produce un’umanità con identiche caratteristiche. In sostanza, ciò che facciamo oggi è come ostinarci a pensare che la Patetica di Beethoven sia un la bemolle anziché un’intera sonata in più tempi e che lo stesso Beethoven sia un dente, o un dito, o un capello bianco o ancora un orecchio sordo anziché un uomo, la cui immensa grandezza è data non dalle singole peculiarità, ma da come queste in lui si sommavano e si armonizzavano. Questa è la mia sensazione.

Certo, io, naturalmente, non oso proporre soluzioni e non mi permetto neanche il lusso di credere di essere in grado di capire fino in fondo il problema.

C’è, però, un momento, un solo momento, in cui ho come l’impressione di toccare me stesso, di comprendermi in pieno, nel quale i miei aggettivi e le mie singole note scompaiono, anzi, si fondono tra loro, quando si dissolvono i limiti spaziali e temporali e mi sembra di salire più in alto del sole e di scendere più in basso delle profondità del mare, di vincere la notte e di essere, finalmente, libero. Non è un semplice stato d’animo, non è semplice felicità – così come noi intendiamo una gioia protratta nel tempo – e non è neanche solo divertimento. No, direi che è libertà assoluta, è umanità pura, è diventare chi sono, ciò che sono.

Questo momento, solo mio, è quello in cui si spengono le luci della mia chiesa e io rimango, per un po’, davanti al tabernacolo illuminato da un piccolo faro e nessun altro è intorno a me, ci siamo soltanto io, Gesù ed il mio piano elettrico. In quell’istante, in cui io comincio a cantare ed a suonare per lui, le note si fondono in una melodia e la mia voce, pur non essendo quella di un grande cantante, non è da meno di quella degli angeli, poiché colui per il quale canto e suono rende sublime tutto ciò che io produco, non importa se di scarso valore artistico, semplicemente perché è per lui. Anche il silenzio diviene canzone, anche la noia, la tentazione, il pianto o il sonno, tutto si fonde armoniosamente. Là, infatti, io non sono più un conservatore o un progressista, un braccio o una gamba: sono la creatura perfetta, così come essa è stata concepita, sono io, spogliato dei miei aggettivi e finalmente riunito a colui da cui traggo vita. E poiché lui non ha aggettivi, non è definibile, non è mortale e io sono stato fatto a sua immagine, anch’io divento come lui, la mia voce è la sua voce, le mie mani le sue mani. Non canto, ma cantiamo; non suono, ma suoniamo; non vivo, ma viviamo.

Non mi manca più nulla per essere chi davvero sono e tutte le cose che cercavo di avere, tutti i complimenti che desideravo,  le acclamazioni che sognavo, le lodi cui aspiravo e, ancora, i dolori di cui volevo liberarmi, le ferite che mi soffocavano e le preoccupazioni che mi seppellivano, ogni cosa sparisce, portata via come foglie dal vento. Rimango solo io, io con lui.

E se questo fosse il paradiso?

 

Io non temerò

CRISTO E GLI APOSTOLI DURANTE LA TEMPESTA

Io non temerò, dice la Chiesa di Dio…

Pur vedendo ammassarsi grandi e scure nubi all’orizzonte, pur se la tempesta giungesse e mi cingesse in una morsa; anche di fronte al nemico, a schiere di eserciti, a folle di oppositori. 

 Non devo temere i terrori della notte né freccia che vola di giorno – mi viene detto – perché mille cadranno al mio fianco ma nulla mi colpirà.

Nell’esilio, nel lutto, nel giudizio, nella solitudine, nell’abbandono, attraversando una valle oscura, non avrò paura perché Dio è con me.

Innumerevoli volte Dio mi parla e mi dice di non temere e io mi fido di lui, gli credo. La mia forza sta nella roccia su cui è costruita la mia esistenza, sul sangue dei martiri che irriga il mio tronco, sul sacrificio dei santi che ogni giorno muoiono per me, donando linfa ai miei rami, perciò, nonostante il mondo sembri andare a rotoli e tutti, sgomenti, parlino di una mia prossima fine, io rimango in vita, per sempre, attraverso i secoli e le generazioni, oltre le guerre e le dinastie, al di là dei giorni e delle notti, fino alla fine dei tempi.

La mia non è la forza del singolo ed ogni mio membro sa che egli è intimamente legato al Maestro che mi ha fondata, ma anche ai suoi fratelli che sono parte di me. Per questo vado avanti, perché sono fatta non solo di carne e sangue, ma dello Spirito di Dio.

Io mi servo dei deboli per sconfiggere la forza dei prepotenti, degli umili per far breccia nei cuori dei superbi, dei vecchi per ringiovanire il cuore dei ragazzi e dei giovani per suscitare tenerezza in chi è ormai alla fine della vita. Io sono universale ed unica, santa ma peccatrice perché così sono stata voluta. I miei pensieri non sono i pensieri del mondo e le mie vie non sono le vie degli uomini. In questo mondo, io rappresento un altro potere, quello vero, eppure sono piegata, prostrata, flagellata e penitente, come lo è stato colui che mi ha creata.

Risorgo dalle mie ceneri come una fenice, solco i mari come una grande nave, risalgo i fiumi e scalo le montagne e questa è sempre stata la mia vocazione, mia croce e mia delizia.

Io sono la Chiesa di Cristo e su di me le tenebre non prevarranno, non finché ci saranno anche solo due persone che, unite, pregheranno il mio Signore e diranno: “Eccomi, io vengo per fare la tua volontà”.

Come un sigillo sul cuore

hands

Oggi sono andato a controllare la data di nascita della Capanna dello Zio Blog: 9 dicembre 2011. Quest’avventura dura, quindi, da un anno e quasi non me ne ero accorto. Durante questo periodo, a quelli di voi che hanno avuto la pazienza di leggere ciò che scrivevo,  ho propinato migliaia e migliaia di parole e svariate riflessioni – spero non tutte così noiose – su tutto quello che mi saltava in mente. Nella mia vita, nel frattempo, sono cambiate tante cose, io stesso sono cambiato (se in bene o in male non so dirlo), ma quello che mi rende felice, in questa ricorrenza, non è festeggiare uno spazio virtuale, bensì le persone e la Persona che mi hanno spinto ad iniziare questa avventura, così come tutti coloro che mi sono cari, i quali, nonostante i miei cambiamenti e le mie instabilità, ci sono sempre e questo è quello che più conta. Ciò detto, non ho intenzione di soffermarmi più di tanto sul primo anno di vita della Capanna. Anzi, per quelli di voi che sono ancora sulla porta di questa casupola in riva a un fiume: perché non entrate? Accomodatevi, facciamo quattro chiacchiere!

Vorrei parlarvi, oggi, di qualcosa a cui pensavo in questi ultimi giorni: la fede intesa come memoria di un’esperienza. Pensavo, infatti, che la differenza tra chi crede e chi non crede non mi appare tanto basata sulla mancanza di fede in Dio, bensì sulla mancata esperienza di Lui.

Mi spiego meglio. Sono cristiano da tutta la vita, non so che cosa significhi non credere in Dio. Eppure, per molti anni ho avuto una fede costruita unicamente sul senso del dovere, sul perfezionismo, sul “fare” per avere ed essere. Poi, un bel giorno (o meglio, da quel giorno in poi), Dio si è reso presente nella mia vita, in determinati momenti, in modo diverso, particolare, direi quasi sensibile. Da allora, il vivere in prospettiva di qualcosa che sarà è divenuto compiere delle scelte in conseguenza di qualcosa che è stato e che è, ovvero un memoriale. Io non conoscevo Dio, mi sono reso conto che non avevo capito davvero nulla di Lui e lo immaginavo completamente diverso da come poi mi si è rivelato. Diciamo pure che mi ero costruito un dio a mia immagine e somiglianza, un idolo. Non so spiegare bene che cosa sia successo dopo, anche se mi viene in mente il termine utilizzato da San Paolo: μετάνοια (metànoia, cambiamento del modo di pensare in greco). Perché ciò è avvenuto?

Mi sono sentito toccato, amato, considerato da qualcosa, o da Qualcuno, infinitamente superiore a me e, in quel momento, ho capito che tutto ciò che si diceva di Lui era vero. Doveva essere così, in quel modo, in quel momento e attraverso gli strumenti e le persone che Egli mi ha messo davanti. E’ questo che mi ha spinto a cambiare la mia esistenza ed è il ricordo di quello e di altri momenti che mi aiuta ogni giorno a vivere di conseguenza, anche se, ormai da un po’ di tempo, non provo più quelle sensazioni che il primo, vero incontro con Dio provoca.

Nell’Antico Testamento c’è un costante richiamo a ricordarsi di Dio: “Io sono il Signore Dio tuo, che ti ho fatto uscire dall’Egitto”. La parola ebraica che definisce il ricordo è  זיכרון (zikhron), la quale deriva da una radice (זכר, zakhar) che indica non solo il ricordare, bensì il penetrare, imprimere, bucare, tanto da significare anche “maschile”. Il ricordo di Dio è maschio, penetra il cuore e l’anima, la plasma e ne sconvolge l’esistenza, come a una donna gravida, e la parola più giusta per tradurre zikhron sarebbe memoriale.

Come nell’Eucarestia, nell’Antico Testamento Dio invitava costantemente il suo popolo a ricordare, e non semplicemente degli eventi lontani, bensì qualcosa che era ancora vivo e presente, anche nei momenti di tenebra, di nuova schiavitù, di deportazione, di dolore: ricordati di me, che ti ho fatto uscire dall’Egitto perché, come l’ho fatto allora, posso ancora farlo! Ricordati di me che ho fatto questo per te, perché sei prezioso ai miei occhi, degno di stima, d’amore. Ricordati di me perché Io Sono e ho dato la mia vita perché tu vivessi. Questo non è semplicemente una memoria, è vivere la propria vita in virtù di qualcosa che si è impresso nel nostro cuore come un sigillo. Siamo stati penetrati da Dio, in noi Lui ha scritto ciò che siamo e questo ci rende capaci di essere felici, di essere completamente noi stessi anche quando non Lo sentiamo presente come lo era nel momento in cui ci si è rivelato all’inizio. In questo modo, il ricordo si trasforma in forza per andare avanti, per credere che quanto abbiamo sperimentato sia vero oggi come lo era ieri.

Non ritengo di avere dei particolari meriti per il fatto di credere in Dio, ma ho la certezza di aver sentito la sua presenza e di essere, quindi, impossibilitato a voltarmi dall’altra parte. Non posso ignorare, non posso far finta che quello che ho visto e sentito non sia vero. Per questa ragione, dovrei sentirmi responsabile per chi non ha fede. Un cristiano sa, infatti, che il Memoriale per eccellenza è l’Eucarestia; e sa, inoltre, che, nutrendosi del corpo di Cristo, egli stesso diviene una teofania e un memoriale per chi lo circonda. Pensavo, qualche giorno fa, che forse è per questo motivo che esiste la tentazione: il demonio non ha particolare interesse nei miei confronti, dopotutto che cosa sono io? Lui mi odia in quanto creatura amata da Dio e desidera portarmi via da Lui per provocare un dolore a Lui, non a me che non sono nulla; conosce, inoltre, il mio potenziale e sa che, attraverso di me, tante altre persone possono sperimentare ciò che io stesso ho visto e sentito e che, inevitabilmente, mi strapperà alle sue grinfie giacché è pur vero che io sono un peccatore, ma è altrettanto vero che non sono uno stupido: chi, infatti, tra la morte e la vita sceglierebbe la prima? Chi, tra la felicità eterna e la dannazione, sceglierebbe quest’ultima? Chi, dopo aver conosciuto veramente Dio, non considera spazzatura ciò che non viene da Lui e non è disposto a qualunque sacrificio pur di non perdere ciò che gli è stato donato?

Mi piace pensare che la fede non sia soltanto un’idea astratta, un sogno, bensì abbia gambe, braccia, mani, così come l’amore non è un concetto astratto. L’Amore, quello vero, ha avuto un corpo crocifisso, una vita donata, di carne e sangue. Così è entrato nelle vite degli uomini. Ed ha bisogno ancora di corpi crocifissi, vite donate, carne e sangue, poiché tanti cuori devono ancora ricevere il suo sigillo. Un essere umano è anima e corpo ed entrambe queste componenti sono indispensabili ed inscindibili perché un uomo sia considerato tale. Allo stesso modo, la fede è anche ragione, parole, gesti, carezze, consolazione, abbracci. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: ricordati di me, che ti ho amato e ti amo, anche quando non mi vedi; ricordami nelle tue lunghe notti insonni, nei tuoi giorni bui e privi di senso ai tuoi occhi, perché io ci sono; ricordati di me che ti ho abbracciato e ti ho portato via con me quando eri disperato. Posso farlo ancora. Abbi pazienza e arriverò presto. Non ti lascerò da solo. Sono come un sigillo sul tuo cuore.

Potrei essere il sigillo di Dio nella vita di qualcuno e questo mi fa rabbrividire sia per la gioia sia per l’angoscia di non dire di sì nel momento in cui mi sarà chiesto di diventarlo. E quel momento, per me e per tanti, è arrivato.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio (Cantico dei Cantici 8, 6-7)

 

Lettura consigliata: L’Eucaristia, memoriale dei “mirabilia Dei”

 

Mozart, Adagio for violin and orchestra in E major, K. 261

Le rovine di Gerusalemme

Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Publio Terenzio Afro)

 

Nipoti carissimi (se io sono lo Zio Blog e questa la mia capanna, lasciate che pensi a voi come dei nipoti che vengono a trovarmi ogni tanto per un thè e quattro chiacchiere), forse pensate che questo articolo sia dedicato a Gerusalemme, Gaza, israeliani, palestinesi e guerre ma, in realtà, non è così, o, almeno, non del tutto. Certo, chi mi conosce sa quanto io sia appassionato alla questione israelo-palestinese e vi abbia dedicato anni della mia vita, ma non ritengo questo sia il posto giusto per parlarne. Pensavo, invece, riflettendo proprio su quanto accaduto in questi giorni in Medio Oriente e su quanto avvenga ordinariamente nella vita di ognuno di noi, a come la storia di ogni uomo e di ogni popolo sia, molto spesso, una storia di prevaricazione, desiderio di affermazione di sé attraverso l’annientamento totale dell’altro.

Siamo stati creati per vivere insieme ai nostri simili e, nondimeno, il nostro prossimo è sia croce che delizia: lo amiamo se rimane un gradino più in basso rispetto a noi, ci ricordiamo di lui quando abbiamo disperatamente bisogno del suo sostegno – tanto che la nostra identità si forma proprio attraverso l’interazione con gli altri – e siamo pronti a fare qualunque cosa per chi diciamo di amare, purché questi se ne stia discretamente al suo posto e non ci costringa a metterci in discussione.

Certi conflitti violenti e disumani che sconvolgono tanto la nostra sensibilità non sono poi così diversi da quello che avviene ogni giorno nella nostra apparentemente pacifica esistenza. Dopotutto, anche noi lanciamo quotidianamente i nostri missili, anche noi subiamo costantemente bombardamenti e aggressioni, anche noi, volenti o nolenti, giriamo armati. Di che cosa? E’ presto detto: di parole, di atteggiamenti, di pensieri, di invidie e gelosie, di mancanze. Vi sono molti modi per uccidere gli altri e tante, troppe volte ci scandalizziamo di omicidi commessi da persone lontanissime da noi, mentre dimentichiamo delle parole che ci vengono ripetute continuamente nel Vangelo:

 

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; infatti chi uccide è sottoposto a giudizio. Io invece vi dico: chiunque si adira con il suo fratello sarà sottoposto al giudizio. Chi dice al suo fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio. Chi dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Mt 5,21-22)

 

Credetemi, vi parlo come un vecchio zio e non come un predicatore, soprattutto perché sono il primo colpevole, se parliamo di ira, gelosie, possessività e giudizio nei confronti del mio prossimo. Nondimeno, le parole dette da Gesù sono molto chiare ed estendono il comandamento “non uccidere” a tutti gli ambiti della vita relazionale con le persone che ci circondano. Definiamo assassini gli israeliani se tirano bombe contro i palestinesi e, viceversa, questi ultimi se lanciano razzi sulle teste dei primi. Noi, invece, che cosa saremmo? Ve lo dico io: secondo Gesù, siamo assassini anche noi! Ognuno combatte le guerre che può con le armi di cui dispone ed ogni guerra, anche se pare non cruenta, miete le sue vittime. Quante saranno le nostre?

Ultimamente, sto realizzando che non sono capace di pensare a me stesso come a una persona “realizzata” se non misuro la mia realizzazione in confronto a quella degli uomini e delle donne intorno a me; non riesco a considerarmi bravo in qualcosa se non lo sono di più rispetto a qualcun altro; ho bisogno di riuscire di più, di guadagnare di più, di avere di più, di valere di più, di essere ascoltato, amato, rispettato di più, di più, sempre di più. Quale grande e soffocante schiavitù è mai questa?! Stimo il mio “territorio” non abbastanza grande per me e, allora, devo affermarmi a scapito di altri, invadendo ciò che non è mio, opprimendo chi non la pensa come me, uccidendo, con le armi che conosco, il mio prossimo. Che stolto! Se almeno fossi a Gaza o in Israele, potrei giustificarmi dicendo che ne va della mia sopravvivenza, che devo difendermi in qualche modo, che ho lottato per la mia vita. Invece no! La mia unica motivazione è esistere, perché, per qualche strano motivo (o meglio, per il peccato originale), una vocina dentro di noi ci fa credere che solo fagocitando gli altri, come lupi, saremo qualcuno.

Personalmente, a volte mi sento come una grande quercia mobile… Sì, mobile perché senza radici, o meglio, con le radici non piantate nel terreno. Corro di qua e di là e, con le mie ingombranti e possenti membra, travolgo chiunque sul mio cammino. E non ho pace, non trovo riposo perché mi ostino – pur ripetendo continuamente a Dio che voglio sia fatta la sua volontà e non la mia – a puntare su quello che credo di avere e che il mondo mi offre e che, parliamoci chiaro, è davvero molto, molto poco. Come una pianta, l’animo umano ha bisogno di crescere e crescere sempre di più, verso l’alto ma, se non radicato in qualcosa di solido e fertile, è destinato a marcire, a piegarsi su se stesso, magari dopo essersi elevato un po’ e aver soffocato altre piante intorno a sé. Il suo destino è, comunque, segnato.

 

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? (Giacomo 4, 1-4)

 

E’ strano, ma questa parola, se, da un lato, mi ricorda le lotte violente tra Israele e Gaza, dall’altro mi fa pensare alla cruenta battaglia nella mia anima, alle difficoltà nel garantirmi uno spazio vitale per il mio gigantesco ego, ai miei cannoni puntati su qualunque minaccia esterna alla mia stabilità. E quale stabilità posso garantire a me stesso in questo mondo? Forse esiste qualcosa, nella vita degli uomini, non destinato a perire e a svanire come fumo? Vale la pena, quindi, uccidere per ciò che è fatuo e vano, per ciò che è fumo?

Vorrei essere come un albero piantato lungo corsi d’acqua, l’acqua che dà la vita vera. Le mie foglie non cadrebbero mai e i miei frutti, dolci e prelibati, maturerebbero al momento opportuno e nutrirebbero tutte le creature che volessero rifugiarsi alla mia ombra. Capirei perché sono al mondo e non avrei bisogno dell’ombra di altri alberi, giacché Dio sarebbe il mio solo rifugio. Sarei piantato lontano dai parassiti, dagli acari e dai funghi e la mia linfa scorrerebbe in abbondanza, saziando non solo me. Vedrei i miei nemici appassire e sarei consapevole – come invece, troppo spesso, non sono – di essere stato messo nel posto migliore, quello creato apposta per me e per cui io sono stato creato. So che questo è possibile, ma penso anche che tutti dovremmo cominciare a scandalizzarci di meno per le vittorie, per le sconfitte e per le guerre a mille miglia da noi (che non ci sono certo estranee ma per cui, comunque, non ci spendiamo più di tanto) ed a pensare a noi stessi come a creature cui è dato di scegliere se uccidere o meno il proprio vicino. Sì, perché, a chiunque creda in Cristo, questa scelta è data.

 

Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere (Salmo 1)

 

Niccolò Paganini, Sonata per violino, n° 6