Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

Rahamìm: il grande utero

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In ebraico e in altre lingue semitiche, come l’arabo e l’aramaico, la misericordia di Dio si esprime con la radice r-h-m, da cui il termine ebraico rahamim, plurale o accrescitivo di rehem, utero, seno materno. Sempre in questa lingua, quindi, misericordia ha il significato di “uteri”, al plurale, o meglio ancora di “grande utero”, un’unione infinita di tanti seni materni. Alla luce di questo, riesce più facile comprendere il passo in cui è scritto:

Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Isaia 49,15)

Di madri che si dimenticano dei loro figli, li abbandonano, li abortiscono, li sacrificano alla propria carriera, agli amori, al successo oggi abbiamo tanti, troppi esempi. Di altrettante madri che, involontariamente, feriscono, sbagliano e, in qualche modo, deludono sentiamo ugualmente parlare. In ultimo, tutti sperimentiamo o sperimenteremo un primo, un secondo, tanti distacchi dalla madre, dalla sicurezza e dall’affettuoso calore che ci proteggevano e ci circondavano prima di venire al mondo e nella prima infanzia. C’è il parto, il freddo, traumatico contatto con il mondo esterno, ci sono le luci al neon dell’ospedale e le tante persone che circondano il neonato, lo affliggono con mille controlli, lo schiaffeggiano leggermente per farlo iniziare a piangere e a respirare da solo, gli tagliano il cordone ombelicale; ci sono gli altri legami da tagliare, il primo giorno di scuola, l’adolescenza, la ribellione, l’uscita di casa per andare a studiare fuori e poi il matrimonio, la malattia, i capelli che divengono bianchi e i volti che si riempiono di rughe e di segni che tradiscono il passare del tempo che condurrà, inevitabilmente, all’ultima, definitiva separazione.

La vita non è priva di madri che dimenticano i figli, molto più spesso è piena di figli che dimenticano le madri e, ancor più frequentemente, di persone costrette – perché è naturale che sia così – ad imparare a camminare ogni giorno con le proprie gambe e a non poter contare più su qualcuno che ti aspettava al ritorno a casa, che ti riempiva di attenzioni e il cui mondo ruotava intorno a te.

In questo tempo di particolari e drammatiche incertezze, poi, siamo un po’ tutti attoniti di fronte a tanti avvenimenti, tanti abbandoni, mancanze e nostalgie. E’ come se l’umanità intera avesse paura, si sentisse smarrita di fronte agli eventi che stanno inevitabilmente marcando il momento storico nel quale ci troviamo. Da un lato, emerge la necessità, per ognuno di noi, di una maggiore virilità e di una più grande consapevolezza delle nostre responsabilità di adulti; dall’altro, la nostra povera umanità ci spinge sempre a guardare in su, anche se siamo cresciuti, verso qualcuno che è più grande di noi, verso occhi che ci rassicurino, occhi che siano più in alto rispetto ai nostri, proprio come quelli della madre quando eravamo bambini.

Penso che la misericordia di Dio sia proprio questo: uno sguardo dall’alto, delle braccia che avvolgono; una voce soave ma, allo stesso tempo, autorevole che spinge, conduce, indica, traccia il cammino da seguire e che incoraggia a non fermarsi; un grande utero che, nonostante, i mille difetti, i mille tradimenti della creatura che custodisce, nonostante le accuse di chi afferma che la nostra umanità sia indegna di vivere, di esistere perché difettosa, imperfetta, piena di handicap e di deformità, si rifiuta di abortire il frutto delle sue viscere, ma gli dona la vita gratuitamente una, dieci, cento, mille volte, lo chiama ad amare, a divenire grande come l’universo di cui, apparentemente, questo piccolo essere costituisce solo una parte infinitesimale e trascurabile. E, perché questo puntino ricordi di essere amato dall’Infinito, il grande utero che lo porta in grembo ne assume la forma e gli dona persino una Madre in carne ed ossa, quella stessa Madre che lo magnifica per averla tenuta nel suo grembo, ovvero per aver avuto misericordia di lei, sua serva, figlia del suo Figlio, cosicché anche quelli di noi che non hanno mai conosciuto la dolcezza di una mamma terrena possano essere certi di essere figli amati di qualcuno.

Nell’ora della morte, della prova e dell’errore, sarebbe bello invocare la misericordia di Dio in ebraico: רחם עליי, אדוני, rehàm alei, adonì, abbi misericordia di me, o Signore, fammi rimanere nel tuo grembo, non abortirmi anche se sono deforme e indegno di vivere, tienimi ancora avvolto nella tua dolce presenza, lasciami vivere nel tuo utero! Là, io sarò al sicuro, certo che, se anche esistesse una madre capace di espellere il frutto del suo grembo, di dimenticarsene, di ucciderlo o di abbandonarlo, tu, o Signore, mi terrai, mi farai vivere perché hai fiducia che, anche peccatore, io possa essere un bene per me stesso e per l’umanità.

 

Salmo 138

Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie.

La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile.

Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.

Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte”, nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.

Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda;  meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa  quando venivo formato nel segreto,  ricamato nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno

 

Il mio regno per un mutuo!

Marinus van Reymerswaele, Gli usurai, 1540

E’ sera. Ho appena bruciato il minestrone, dopo aver scoperto con orrore che un accappatoio rosso, da me messo incautamente in lavatrice con una maglietta bianca che mi piace particolarmente, ha tinto di rosa questa ed altri capi fino a poco prima candidi come la neve. Perciò, cari amici vicini e lontani, in attesa di sbollire la rabbia e di far ribollire un altro minestrone surgelato, ho deciso di scrivere direttamente a voi, come se vedessi i vostri volti e percepissi i vostri sguardi. Sarà perché è sera e non mi farebbe male un po’ di compagnia nel mio solitario monolocale da single, sarà perché immagino ognuno di voi preso in mille faccende, con la vita che va a mille e mai un attimo per poggiare il capo da qualche parte e riposare non tanto il corpo quanto l’anima.

Non so se per voi è lo stesso, ma, almeno in questo istante, le dimissioni della Polverini da presidente della Regione Lazio mi preoccupano molto meno della polvere che si deposita sul mio pavimento e su quei pochi mobili che possiedo (e che in gran parte non sono neanche miei!). D’altronde, sono un uomo non sposato che non può permettersi un mutuo per una casa di proprietà e, semmai dovessi accenderne uno, non potrei sognare che un microappartamento a via di Malafede o all’Infernetto (prospettiva non molto allettante, con tutto il rispetto per chi vive da quelle parti… A me solo il nome suscita un viscerale timore!). D’altra parte, quanta gente della mia età a Roma, sposata o non sposata, condivide la stessa problematica, con particolare difficoltà per chi non è di queste parti e non ha neanche una famiglia cui appoggiarsi! Io, di certo, non posso proprio lamentarmi, dato che ho provvidenzialmente trovato una soluzione vantaggiosissima praticamente al centro dell’Urbe. Tuttavia, non può essere per sempre e – devo ammetterlo – vivere da solo mi ha un po’ stancato.

Mi lascio molto andare, lo ammetto! Non transigo con la pulizia e l’ordine, questo mai, però sono diventato il re dell’imbustato e del surgelato, dei cibi precotti e delle serate passate in poltrona davanti alla televisione. Questo mi ha spinto a guardare troppo dentro me stesso e poco al di fuori, a concentrarmi sui miei problemi e a glissare su cose decisamente più importanti. No, non sono eccessivamente duro nei miei confronti, o forse sì… Purtroppo, però, ho dovuto constatare che non è bene che l’uomo sia solo. So che non ho voglia di condividere uno spazio abitativo con gente che non conosco e con cui ho a malapena un rapporto, ma tutto, dentro di me, grida che ho bisogno di una famiglia, di un “noi”, di smettere di avere l’”io” come centro della mia esistenza, della mia fatica, dei miei guadagni e dei miei fallimenti. Continuo a pensare e a ripensare a quale potrebbe essere la soluzione del problema: aspettare di essere sposato e di guadagnare abbastanza per poter vivere in un bel posto e con le persone che amo? Per carità! Potrebbero passare anni, decenni, secoli! E poi, chi mi garantisce che tutto filerebbe liscio e che non mi sentirei mai solo e incompreso? Alzi la mano chi, pur avendo una compagna, un compagno e una famiglia, non si è mai sentito solo! Ah, no, siete tutti dall’altra parte di uno schermo, non potrei vedervi mentre vi agitate per mostrarmi che il mondo non vi comprende, che vostra moglie o vostro marito vi danno il tormento e che i vostri figli sono degli ingrati… Ma la verità è proprio questa: c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella mentalità corrente, nel credere che le varie tappe del nostro cursus honorum (realizzazione professionale, affettiva, logistica!) ci renderanno felici e ci toglieranno quel vuoto, quella sensazione di vuoto ed estraneità che a volte, pur combattendola con tutte le nostre forze, sentiamo crescere in noi. Non passerà mai, semplicemente perché non apparteniamo a questo mondo, siamo stati creati per qualcosa di molto più grande e, come dice San Paolo, oggi noi vediamo come in uno specchio, non comprendiamo la realtà vera delle cose. Soltanto un giorno, passata questa vita, conosceremo allo stesso modo in cui siamo conosciuti e allora la nostra gioia sarà piena.

Certo, io sono convinto che la gioia e la felicità, se uno è di Cristo, siano già di questo mondo. Bisogna essere di Cristo, però! E capire che è Lui la fonte di ogni gioia, arrivando a maturare delle convinzioni e delle scelte che potranno non sembrare “logiche” ai più (ad ogni modo, qualcuno dovrebbe spiegarmi se è logico il modo in cui vanno le cose nel mondo oggi).

Prendiamo come esempio la casa: ricordo come fosse questo istante il giorno in cui don Fabio Rosini, uno dei santi sacerdoti che hanno segnato in bene la mia vita, disse sull’altare: “I cristiani so’ quaa ggente che nunn è fatta pe’ paga’ er mutuo” (tradotto: i cristiani sono quelle persone che non son fatte per pagare il mutuo). Che avrà voluto dire? Che non è bene comprarsi una casa? Affatto! Sicuramente, tuttavia, si riferiva al fatto che non è giusto vivere esclusivamente per mettere da parte il denaro necessario a divenire proprietari di un immobile, divenendo schiavi di quattro pareti. Mi viene in mente anche quando, poco tempo fa, con un altro santo sacerdote e degli amici carissimi, dopo un viaggio in Terra Santa, si discuteva di come le case di Nazareth e Betlemme non fossero concepite perché le persone e le famiglie vi si chiudessero e vivessero isolate dal mondo esterno, dagli altri. Era così, un tempo, anche nei nostri vecchi paesi del sud Italia.

Quello che voglio dire è che io (non so voi!) sono stufo di vivere in questo modo, di aspettare che tutto sia perfetto, che si risolvano i problemi, che la mia situazione lavorativa e sentimentale cambi per poi mettermi un peso enorme sul groppone, da portare per trent’anni, e andarmene a vivere all’Infernetto (le probabilità, da un punto di vista statistico, che io vada prima all’inferno, quello vero, sarebbero addirittura maggiori, se non fosse per la grande misericordia che Dio ha nei miei confronti). Sono stufo di vedere che Roma si svuota per far posto ai turisti e alle multinazionali, che c’è sempre meno posto per la fede e per le cose belle in questa città dove davvero “homo homini lupus est” e di attendere che siano sempre i politici, la Fiat o il Papa a trovare una soluzione per aggiustare tutto. So di affrontare un tema scottante e delicato e che tanti, a questo punto, potrebbero dirmi: “e vabbeh, allora trovace tu ‘na soluzione”! La mia soluzione io la sto già cercando e, quando l’avrò trovata, forse presto, ne racconterò volentieri i particolari. Ora come ora, desidero soltanto condividere questo pensiero, e cioè che, da cristiano, la mia casa è la Chiesa in quanto corpo mistico di Cristo il quale, a sua volta, è la mia vera Casa, più di qualunque luogo fisico o affettivo in cui io abbia mai riposato le mie stanche membra o il mio spirito affranto. La mia soluzione, quindi, non può che essere il cercare di conformare la mia dimora terrena con quella celeste la quale, come Gesù stesso ha detto, sarà chiamata “casa di preghiera”, ma anche di comunione, di unità, di fraternità.

E’ ora, quindi, di darsi da fare per uscire dalla spirale secolare e borghese (come qualcuno a me particolarmente caro l’ha definita) del modo di vivere, di abitare, di esistere individualmente e familiarmente, senza i fratelli e le sorelle, senza chi è già parte del nostro corpo perché parte del corpo di Cristo, senza qualcuno con cui confrontarsi costantemente e condividere le gioie e i dolori dell’esistenza, qualcuno che non solo ci costringa a uscire da noi stessi ed a superare i nostri limiti, ma che ridimensioni il nostro ego e quegli ostacoli che a noi sembrano insormontabili, qualcuno per cui rinunciare a una parte di noi, morendo a noi stessi per ricordare che non siamo al centro dell’universo, né come uomini né come famiglie mononucleari circondate, protette e, a volte, assediate dalle mura domestiche.

Se qualcuno di voi ha visitato la Terra Santa, cari amici, rammenterà sicuramente le dimore dei primi cristiani, chiamate “Domus Ecclesia” (casa-chiesa) poiché luoghi di vita e di preghiera insieme, di condivisione, di amore e di dono di sé all’altro. Che non sia arrivato il momento di una svolta nella nostra civiltà? Che non sia giunto il tempo per iniziare a costruire quella che Giovanni Paolo II chiamava la Civiltà dell’amore, una civiltà basata non più sul furto (e non solo alla Regione, ci sono furti ben più importanti!) ma sulla partecipazione, non solo sulla realizzazione di sé, costi quel che costi, ma anche sul sacrificio perché pure altri possano realizzarsi, non più sull’attesa, bensì sulla realizzazione di un mondo migliore per noi e per i nostri figli? Qualcuno penserà che mi abbia dato di volta il cervello e sia diventato comunista… Giammai! Qui non si tratta di passare come una falce sulla volontà delle persone e di annichilire tutto e tutti in nome di un’ideologia; qui si tratta semplicemente di iniziare a vivere non più per se stessi. Allora, forse, avremo per noi molto più di quanto non abbiamo adesso.

I primi cristiani non erano “stanziali”: uscivano dalle case, dalle famiglie, dalle patrie per evangelizzare, cambiare le vite e le storie degli altri. Noi, invece, scappiamo via da Roma e dal suo cuore, perché ci accontentiamo di avere una casa piccola, scomoda e cara purché sia “tutta nostra”, per le esigenze nostre e di quei pochi che hanno l’onore (o l’onere) di vivere con noi, e non ci facciamo scrupolo alcuno nel lasciare la città santa in mano alle gozzoviglie dei pagani.

Allora, come diceva Don Fabio Rosini, ricordiamoci che non siamo fatti per pagare un mutuo e chiuderci nei nostri angusti tuguri, ma per il Regno di Dio e la sua edificazione in questo tempo, in questo luogo, in questa città!

Riprendiamoci Roma, abitiamola, amiamola, seminiamo le sue strade, le sue piazze, le sue chiese con la testimonianza della Parola e della nostra vita!

Fine del primo episodio

 

Dedalo ed Icaro

Quand’ero bambino, una maestra dell’asilo mi scrisse una lettera. Mi descriveva come un bambino riflessivo, solitario, pensieroso. Mi chiedeva come mai non mi godessi la dolce spensieratezza della mia età e mi ripeteva che, secondo lei, sarei diventato qualcuno.

Mia madre ha conservato questa lettera in uno di quei diari in cui si chiudono tutti i ricordi d’infanzia, così, nel tempo, ho continuato a leggerla e rileggerla, domandandomi sempre che senso avessero quelle parole e che cosa direbbe di me quella maestra se oggi mi incontrasse. Sono diventato quello che lei sperava, che lei sentiva? Chi è quel “qualcuno” a cui si riferiva tanti anni fa?

Oggi mi rendo conto che, in tutti questi anni, la mia vita era diventata un labirinto, come quella di molti uomini e donne di questo mondo. Era un labirinto freddo e grigio, fatto di paletti, schemi, pregiudizi e paure, costruito non soltanto in orizzontale, ma soprattutto in verticale. Qualcosa, sul soffitto, mi impediva di guardare il cielo. Forse ho un po’ confuso le parole della mia maestra, ho cercato sì di diventare, ma non qualcuno, bensì qualcosa. Lo vedo chiaramente: guardavo la mia vita dall’esterno, come uno spettatore, il mio collo era paralizzato da una specie di cervicale interiore che lo obbligava a rimanere sempre dritto ed il mio stomaco, riempito dall’acidità del mondo, non riusciva più a gustare i frutti prelibati che la nostra esistenza ha in serbo per noi, se solo li sappiamo cogliere.

Come Dedalo, ero rimasto prigioniero della mia stessa creatura, qualcosa che avevo costruito per impedire ai mostri di uscire e farmi male mi aveva intrappolato e paralizzato per sempre. Per non far venire fuori il Minotauro, mi ero chiuso dentro con lui. Lunghe ed alte mura scorrevano alla mia destra ed alla mia sinistra e, sopra di me, un intrico di rovi spinosi talmente fitto da non lasciar entrare neanche la luce del sole.

Un giorno, mentre vagavo all’interno del labirinto, da solo e senza una meta precisa, ho incontrato un uomo che – mi ha detto – si era chiuso lì volontariamente soltanto per farmi compagnia e dirmi che non ero da solo. Quell’uomo mi ha anche rivelato di possedere la chiave per uscire dalla prigione in cui ci trovavamo e che, al di fuori di essa, esisteva un universo intero, eterno, immenso, di cui non conoscevo l’esistenza: io ero fatto per quell’universo e, se solo l’avessi voluto, lo sconosciuto mi avrebbe aiutato a scappare dal labirinto. Ora potevo scegliere di essere libero, ma temevo ciò che avrei scoperto fuori e, soprattutto, mi terrorizzava l’idea di rischiare di morire fuggendo dalla mia prigione. A quel punto, l’uomo di fronte a me ha indicato le mie spalle e, voltando la testa, ho scoperto di avere delle ali pronte a spiccare il volo. E’ strano, avevo sempre saputo di avere qualcosa di speciale, mi chiedevo a che cosa servissero certe cose che sapevo fare, certe caratteristiche solo mie, ma non ero in grado di vedere, di capire e, soprattutto, di alzarmi da terra.

L’uomo, di fronte al mio scetticismo, mi ha chiesto se volessi essere libero. Io, senza più esitare, gli ho risposto: “Sì, voglio essere libero!”.

Con la chiave dorata che aveva in mano ha aperto una piccola finestra tra i rovi che, immediatamente, sono caduti come scaglie su di noi, trasformandosi in piccoli fiori bianchi, come quelli dei mandorli a primavera. Poi, la luce! Una luce fortissima ci ha inondati, l’azzurro del cielo era bellissimo e il calore dei raggi del sole quasi bruciava. Ho avuto ancora paura, perché sapevo che, da solo e senza l’aiuto di qualcuno, non sarei mai stato in grado di sopravvivere a quel calore, a quell’immensità. La cera che teneva incollate le mie ali si sarebbe sciolta come neve al sole ed io sarei precipitato, come Icaro, negli abissi del mare.

L’uomo, allora, mi ha spiegato che al mondo ci sono tanti Icaro. Costoro – diceva – pensano di poter volare da soli e si ostinano a voler osservare la propria vita dall’esterno, come facevo io. Essi hanno incollato le proprie ali con la cera perché ciechi, incapaci di distinguere quella dal cemento ed anche ingenui: si fidano di altri che, ciechi più di loro, li condannano a morte. Mi tornava in mente, in quel momento, il tentativo di tanti storici e studiosi i quali tentano di osservare la fede con occhi increduli e critici, bollandola come follia anacronistica, usando parole non loro per parlare di se stessi, divenendo un libro di citazioni ambulante. Avrei fatto come loro? Sarei stato un turista che si lascia condurre in una visita guidata alla propria vita? Quale collante avrei scelto per le mie ali?

Ho raccontato quello che mi passava per la testa, i miei dubbi e le mie paure al mio compagno, all’uomo che mi aveva ricordato che avevo le ali, ma poi gli ho detto che avevo deciso: da quel momento non avrei più solo studiato la storia della mia vita, della mia fede, la ragione della mia esistenza; da quel momento avrei fatto la storia e sarei diventato quel qualcuno di cui parlava la mia maestra d’asilo: avrei finalmente usato le mie ali e tutte le cose che avevo per liberare me stesso e raccontare ad altri, prigionieri come me, le gioie della vera libertà.

Dopo avermi versato, prendendola dal suo costato, un’abbondante dose di vera supercolla sulle ali, l’uomo mi ha preso la mano e insieme abbiamo iniziato a volare, sempre più su. Il calore del sole cresceva, ma le mie ali rimanevano saldamente ancorate alle mie spalle. Vedevo il labirinto dall’alto e pensavo a quanto orribile fosse l’idea di trascorrere l’intera mia esistenza in uno spazio così ristretto e così angusto e, tuttavia, mi rendevo conto che l’intrico e il disegno delle sue vie aveva un senso che ora, alla luce del sole e da un’altezza considerevole, tornavo a scoprire.

Dal giorno in cui tutto questo è successo, sento davvero che mi sto avvicinando ad essere la persona che sono nato per essere. Io e l’uomo che mi accompagna non abbiamo ancora raggiunto la meta designata, ma va bene così. Mi limito a lasciarmi portare in volo da lui e gli credo quando mi ripete che un anno di grazia è stato proclamato per me: un anno in cui ho spiccato il volo, lasciando il mio dedalo di viuzze, dopo aver deciso di conoscere la bellezza e l’immensità della mia vera vita e di diventare finalmente qualcuno: me.

 

Il Pianista e il notturno

Lui si siede al pianoforte. Finora, ha composto e suonato molto, da solo e con l’orchestra: concerti, ballate, suite, fughe. E’ stato virtuoso e romantico, impetuoso e soave, perfetto nell’esecuzione e nella ripartizione delle note, degli intervalli, dei tempi e delle scale: non ha commesso il minimo errore. Il pubblico che assiste al concerto è in visibilio, estasiato di fronte a tale maestria e non può fare altro che lodare il livello artistico del Maestro.

All’improvviso, egli mette a tacere gli applausi e le ovazioni e ricomincia a suonare, stavolta solo per sé. Desidera eseguire un notturno che ha composto unicamente per il proprio diletto, una composizione differente da tutte le altre, speciale, apparentemente imperfetta e priva della regolarità e dell’equilibrio che contraddistinguevano le precedenti.

Un arpeggio, poi il suono tranquillo e pacato delle prime note, come l’alba di un nuovo giorno, una vita che nasce, i primi passi di un bambino. Il viso del Pianista è rilassato e compiaciuto, come se il pianoforte fosse una creatura che egli sta cullando ed egli ne fosse il padre: alla sua opera dà colore, espressione e vitalità e il tocco delle sue dita forma dolcemente l’esistenza del brano che sta eseguendo. Questa prima parte ne è l’infanzia. Ogni suono è un ricordo, ogni accordo una sensazione, ogni battuta un’emozione: le giornate sulla spiaggia, i primi giochi sulla neve, i pomeriggi tranquilli di primavera, la spensieratezza di chi non sa ancora che cosa diverrà ma non se ne preoccupa.

Poi, il tocco si fa più deciso, il motivo cambia, sempre più incerto, sempre più drammatico, finché un fuoco deciso non scaturisce, attraverso una scala eseguita con abile virtuosismo, dal profondo del bambino divenuto repentinamente un uomo. Dolore. Passione. Turbine di emozioni improvvise che invade la composizione come ardore adolescenziale ed improvvisa tempesta di vento, fulmini e tuoni, quasi la composizione volesse liberarsi dal controllo e dalle intenzioni del suo creatore. Sembra riuscirci finché il tema principale non ritorna a conquistare nuovamente lo spazio perduto, seppur con nuove sfumature che lo rendono più ricco e ancor più piacevole per l’udito del pubblico in platea, come se le intemperie avessero aggiunto personalità, maturità e colore all’esecuzione, benché risulti altrettanto evidente che qualcosa è perduto per sempre: forse l’innocenza, forse il candore delle prime note.

Il tutto cambia ancora poco dopo, quando la composizione sembra di nuovo prendere vita in maniera autonoma rispetto a chi la sta eseguendo. Agli occhi dei convenuti, il Pianista non è che un altro spettatore e il brano una persona nuova, libera, nata da un pianoforte ma non sussistente in esso. Nessuno sa spiegarsi che cosa stia accadendo: se prima il Pianista aveva stupito il pubblico con la propria arte, la quale, tuttavia, rimaneva sotto il totale controllo di lui, così come le stelle, le stagioni e la natura obbediscono a precise regole che ne stabiliscono i ritmi e l’alternanza, adesso il notturno era esso stesso motivo di meraviglia, figlio del suo compositore eppure altro rispetto a quest’ultimo, il quale lo ha reso capace di ispirare, di creare, a sua volta, altra musica nei cuori di chi lo ascolta, di suscitare emozioni diverse in ognuna delle persone che si trovano in platea: ognuno interagisce con il brano, lo fa suo, lo interpreta, ha delle aspettative precise che a volte trovano una risposta, altre soltanto delusione.

Le mani del Pianista suonano ancora, toccano la tastiera, eppure le note che fuoriescono dal pianoforte parlano una lingua nuova. E’ il momento della maturità, delle gioie vere e dei dolori più crudeli, è il tempo dei suoni decisi, convinti, forti; è mare in tempesta le cui onde si infrangono sugli scogli, la risacca a distruggere tutto ciò che non è al riparo; sono tramonti infuocati che tingono il cielo dei colori della passione; è ribellione totale che sconvolge ogni cosa. Il notturno sembra gridare al suo creatore e al pubblico in platea: “Guardatemi, ascoltate, sono vivo, esisto, non potete controllarmi, ho un cuore!”.

All’improvviso, la stanchezza, la sfiducia, la progressiva perdita di vigore e, alla fine, l’abbandono nelle mani del Pianista: non più una lotta, non più la ribellione, ma l’armonia. Il Creatore e la creatura suonano insieme il tema principale, quello dell’infanzia, eppure sempre nuovo, sempre diverso, sempre più ricco di sfumature, emozioni, sensazioni. Nuovi trilli, arpeggi, scale ornano la composizione, al culmine della sua bellezza, ed essa trova finalmente la pace, fino a lasciare che il Pianista la conduca finalmente là dove essa è destinata ad esalare l’ultimo respiro, quell’ultimo accordo e quell’ultima nota che daranno il senso definitivo alla sua esistenza.

Ispirato dal Nocturno di Fréderic Chopin, si maggiore,

Op 62 Nº 1