Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

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Il posto mio

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Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto (Giovanni 14, 1-2)

Capita anche a voi di pensare di non sentirvi al vostro posto? Di realizzare, dopo tanti anni di sforzi, di sacrifici, di lotte per essere il figlio perfetto, l’amico perfetto, il padre, la madre o il fratello perfetto, che invece no, non lo siete affatto? Di punto in bianco, parlate con chi avete di più caro in questo mondo, gli svelate le vostre più intime emozioni, i sogni che avevate e avete tuttora e pure ciò a cui avete rinunciato… E che cosa vedete, negli occhi dell’essere tanto amato con cui vi siete aperti, denudati, compromessi? Nient’altro che incomprensione! No, non dico indifferenza, ingratitudine, menefreghismo, non è qualcosa per cui quella persona andrebbe biasimata e questo, tuttavia, non vi consola. Perché forse avreste preferito ricevere una pugnalata, avreste magari scelto, piuttosto che la distanza abissale di cui avete dolorosamente sperimentato l’esistenza tra voi e le persone che vi sono più care (incluse quelle che sono “carne della vostra carne e osso delle vostre ossa”), vedere nei loro occhi odio, disprezzo, qualunque cosa, ma non il vuoto che avete contemplato. E qui sto parlando non solo di qualcosa che mi sono reso conto di aver subito, bensì di qualcosa che ho provocato io ad alcuni proprio – ironia della sorte – nello stesso tempo in cui altri lo provocavano a me. E’ un circolo vizioso, una spirale di non senso nella quale cadiamo tutti prima o poi, perché è il nostro destino, perché ce l’abbiamo scritto dentro, perché ogni singola cellula del nostro corpo ed ogni parte della nostra anima ce lo grida da che abbiamo consapevolezza di noi stessi: non siamo di questo mondo. Come mai, dunque, ci sforziamo tanto di appartenergli e di piacergli, a questo mondo che ci respinge, è un mistero, un’antinomia.

Mi trovo qui, a mezzanotte, a ridere di me stesso perché sono trentacinque anni suonati, quasi trentasei, che, come un innamorato non corrisposto, corteggio la stessa donna, faccio di tutto per cercare di attirare la sua attenzione, di farmi guardare, di colpirla e lei niente, gira lo sguardo dall’altra parte e va per la sua strada. Io, ostinato, non mi arrendo, le vado dietro, cambio abiti, pettinatura, profumo, modo di parlare, di camminare, faccio qualunque cosa per lei, pur sapendo, dentro di me, che non le piacerò mai. Sarei disposto a dare la vita per un’occhiata, una sola occhiata da parte sua e c’è da ringraziare davvero Dio che la vita, in fondo, io non l’abbia mai davvero data fino in fondo, altrimenti non sarei qui a scriverne.

Questa donna, almeno nel mio caso, è il mondo, e con la parola mondo non intendo solamente quelle cose cattive e “mondane”, appunto, cui i bacchettoni come me sono soliti pensare quando ci si riferisce a quest’argomento; no, con tale termine considero anche e soprattutto quei doni preziosi, bellissimi, insostituibili che sono i nostri affetti, le persone che amiamo, quelle che mai vorremmo ferire e soprattutto da cui mai vorremmo essere feriti.

Purtroppo, però, non c’è niente da fare: feriremo e saremo feriti. Punto e basta. C’è solo da farsene una ragione.

Dov’è che voglio arrivare? – vi chiederete.

E’ presto detto. In pochi giorni, ho realizzato (per l’ennesima volta) che il figlio delude sua madre, l’amico il suo amico, il fratello sua sorella, il padre suo figlio e viceversa, la zia suo nipote, il cane il suo padrone, eccetera, eccetera, eccetera. Non sono stato all’altezza. E ho avuto la sensazione che altri non fossero all’altezza di quanto io avevo nel cuore. Non ho corrisposto e, allo stesso tempo, non sono stato corrisposto. Non ho dato la vita per persone che l’avevano data per me, magari non ho mostrato neanche gratitudine. Così pure mi è parso di non ricevere gratitudine e considerazione quando mi pareva di aver dato, svelato, condiviso, confidato tanto.

Poche sere fa, tuttavia, il mio padre spirituale mi ha rivelato che, nel passo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù incoraggia i suoi discepoli assicurando loro che il Padre suo ha tanti posti nella sua casa, nella versione originale del brano, in lingua greca, si parla di monài, cioè di unità, di posti individuali. Camere singole, forse? Beh, magari, ma non solo: molto di più!

Si tratta, alla fine, non di un posto qualsiasi, ma del mio posto, quello in cui il mio essere potrà esprimersi nella sua totalità e in cui tutte le sue caratteristiche, la sua storia, i suoi talenti, i suoi affetti e la sua vita passata, presente e futura, comprese le persone care, potranno trovare spazio e riconoscimento. Sarà il posto in cui io sarò davvero io, ciò che sono, quello che non sono mai potuto essere qui, su questa terra. Non perderò nulla e nessuno, al contrario guadagnerò tutto e tutti. Sarò vero figlio, vero amico, vero padre perché in questo mondo non lo sono mai stato, non completamente. Come avrei potuto, infatti? Troppi vincoli spaziali, temporali, culturali, sentimentali, troppe ferite, recriminazioni, incapacità, troppi errori e troppe lacrime me l’hanno impedito.

E’ impossibile, finché saremo quaggiù, non deludere, non far del male e, allo stesso tempo, non essere delusi e non essere vulnerabili perché siamo universi singoli e distinti gli uni dagli altri. Solo Dio può comprendere il cuore di ogni uomo, gli altri uomini non ne sono capaci.

Ecco perché, magari, Gesù ci ordina di non aver paura e che il nostro cuore non sia turbato: non solo perché il paradiso non sarà quel luogo rarefatto in cui subiremo il lavaggio del cervello e dimenticheremo tutto ciò che siamo stati per fonderci in una sorta di brodo primordiale spirituale nel quale non si sa dove inizia l’uno e dove finisce l’altro, ove il divino si confonde con l’umano, il bene con il male e il Creatore con la creatura e l’amòre (quello con la “o” aperta) ci farà capire che la fine è il nostro inizio e il vuoto il nostro destino (non so voi, ma a me passa la voglia di andare in paradiso di fronte a certe ipotesi di universi new age e nirvana postmoderni vagheggiate da vari guru che ci hanno scritto su pure dei bestseller).

No, credo che le parole di Gesù in questo senso possano e debbano, come sempre, avere un riscontro anche in questa vita: di fronte all’incapacità altrui di amarci come noi vorremmo essere amati ed alla nostra di amare gli altri come vorremmo e non siamo in grado di fare, non dobbiamo disperare, perderci d’animo, non deve essere turbato il nostro cuore, perché quel tipo di amore non è di questo mondo, non ha questo mondo come sua fonte, così come noi non proveniamo da questo mondo.

La nostra eterna insoddisfazione, la mancanza d’affetto e di parole d’incoraggiamento, gesti di consolazione e – soprattutto – di comprensione resterà immutata quaggiù. Sì, certo, riceveremo moltissimo, ma solo nel momento in cui ci renderemo conto che non è tanto il posto che avremo in paradiso a doversi conformare con quello che abbiamo sulla terra, bensì il contrario: è la monè, il posto che abbiamo in paradiso, la nostra vera identità a dover permeare la vita che abbiamo sulla terra. La differenza sostanziale, in pratica, è appunto la fonte: tutto è nostro e nulla è perduto se l’inizio e il fine di ogni cosa che amiamo è Cristo, Colui dal quale veniamo e a cui ritorneremo. Infatti, il Vangelo di Giovanni prosegue con una frase: io vado a prepararvi un posto e poi tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.

Se è così, allora, il nostro posto è Lui, lassù come quaggiù. Non saremo mai figli perfetti, padri perfetti, amici perfetti, perciò è inutile, dannoso e terribilmente doloroso passare la vita a cercare di esserlo, a tentare di piacere agli altri. Saremo, al contrario, veri figli, veri padri, veri amici in Lui, perché Lui è perfetto e, dove noi saremo carenti, ci penserà Lui. Ragion per cui possiamo andare a dormire tranquilli, con la certezza che Cristo custodirà quelle persone che non abbiamo saputo amare e allo stesso modo si prenderà cura anche di noi quando non ci sentiremo amati come vorremmo, il che in questa vita, come è normale che sia, avviene molto più spesso di quanto non desidereremmo.

 

 http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3245

https://www.youtube.com/watch?v=G33opPoryh4&hd=1

 

 

Alzati e risplendi

Rovine della Cattedrale di Nagasaki distrutta dalla bomba atomica, 1946

Rovine della Cattedrale di Nagasaki distrutta dalla bomba atomica, 1946

Dedicato a Takashi Paolo Nagai e ai martiri di Urakami

Il 9 agosto 1945, alle 11:02 del mattino, un’orribile esplosione nucleare squassò il cielo su Nagasaki, in Giappone, proprio sopra la cattedrale della città, dedicata all’Assunzione di Maria. Ottantamila persone morirono e più di centomila rimasero ferite.

La cattedrale di Urakami, chiamata così dal quartiere in cui sorgeva, è il simbolo di una città due volte martire: per le persecuzioni religiose di cui furono vittime, nel corso di quattro secoli, centinaia di persone a causa della fede cristiana – primo tra tutti S. Paolo Miki – e per lo scoppio di un ordigno infernale che incenerì all’istante molti dei suoi abitanti, tra cui migliaia di cristiani, giustamente definiti da un loro illustre contemporaneo e concittadino, il dott. Takashi Paolo Nagai, “agnello senza macchia offerto in olocausto per la pace nel mondo”.

Non so perché stamattina, curiosando, per motivi di lavoro, su alcuni archivi informatici relativi ai nomi delle città del mondo, sono capitato su Nagasaki. Dovevo sistemare e riordinare alcuni dati, un lavoro noioso e di certo non appassionante. Eppure, arrivato su quella città, ho voluto saperne di più, forse perché giorni fa, su un canale di documentari, History Channel, mi aveva colpito l’apparente casualità dietro all’orrendo destino di questa sfortunata città.

Non sapevo nulla dei suoi trascorsi cristiani, dei suoi martiri, né conoscevo la figura splendida di Takashi Paolo Nagai. Sapevo solamente che il pilota dell’aereo americano che aveva sganciato il famigerato ordigno  – volutamente fatto esplodere dal governo statunitense nonostante la resa del Giappone fosse ormai imminente, soprattutto perché a Hiroshima, pochi giorni prima, era detonata una bomba di tipo diverso e su un territorio dalla conformazione differente, il che rendeva quindi necessario un nuovo esperimento – non aveva inizialmente scelto Nagasaki, bensì un’altra città, Kokura. Il lancio, tuttavia, non era avvenuto date le cattive condizioni atmosferiche persistenti sull’obiettivo primario.

Su Nagasaki, invece, eletta come “riserva”, splendeva il sole. Risultava, dunque, più agevole, dall’aereo, individuare il bersaglio prescelto in città, ovvero una fabbrica di munizioni. Una volta sganciato l’ordigno, tuttavia, si verificò un nuovo contrattempo: il vento deviò leggermente la traiettoria della bomba nucleare, facendola detonare proprio sopra il quartiere di Urakami, ove sorgeva quella che era a suo tempo la più grande cattedrale cattolica dell’estremo oriente, in quel momento gremita di fedeli che pregavano per la pace.

Verrebbe da domandarsi: è amore quello di un Dio che permette che migliaia di suoi figli innocenti periscano in questo modo in un istante, proprio mentre Lo stanno supplicando affinché il mondo si salvi dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale?

E’ quanto mi chiedo ogni volta che qualcosa che mi ferisce, o ferisce qualcuno a cui tengo, o che definisco “giusto”, immeritevole di cattiva sorte. Il male ai buoni, il bene ai malvagi: è ciò che ci ripetiamo. Sarà davvero questo che vuole Dio, da sempre?

Non secondo Takashi Paolo Nagai. Egli arrivò addirittura a ringraziare Dio per il sacrificio di tanti martiri polverizzati dalla bomba, inclusa la sua adorata moglie Midori – di cui il medico giapponese, lui stesso gravemente ferito e ammalato di leucemia, ritrovò, tra le rovine della loro casa, nient’altro che le ossa carbonizzate, con accanto la catena del rosario – e per la sorte beata riservata a coloro che erano morti in quel modo orribile, secondo lui divenuti strumento del Padre per salvare un numero infinitamente maggiore di vite.

Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace (Sap. 2, 23-3,9)

Anche Gesù, di fronte alle disgrazie di coloro che, nella visione del popolo, pagavano con la malattia e con la vita il fatto di essere peccatori, rispondeva che queste persone erano così “perché si compisse la volontà di Dio”: il cieco nato, la fanciulla morta e risuscitata, Lazzaro.

Ho fatto qualche piccola ricerca e scoperto che Ura-Kami vuol dire “baia di Dio”, o anche qualcosa che sta dietro a Dio. “Kami”, in giapponese, indica, infatti, la parola “Dio”.

“Thalitha kùm”, invece, significa in aramaico – lingua di Gesù – “fanciulla, alzati!”, dove “kùm” è un imperativo dal verbo “kama” (“alzarsi”, in molte lingue semitiche, tra cui ebraico, aramaico ed arabo).

Pensando alla somiglianza tra “Kami” e “kama”, ho iniziato, nella mia piccola, vivace e tormentata mente, ad associare tanti concetti diversi, soltanto in apparenza lontani tra loro: Dio; sacrificio; morire; risorgere; farsi distruggere e dare la vita per altri; sofferenza; dolore; Gesù.

La vecchia Gerusalemme deve morire per la nuova; l’antica alleanza ha bisogno di una vittima perché la nuova, più perfetta, possa nascere; l’Agnello senza macchia deve essere sottoposto alla morte di croce perché da Lui abbia origine la vita eterna, e con Lui i suoi seguaci che hanno lavato le loro vesti con il sangue dell’Agnello.

Concetti, questi, che sembreranno assurdi, a molti, ma che nella vita di un cristiano risuonano in continuazione.

Tanta distruzione, tanta desolazione, tanta morte, tanta ingiustizia… Perché?

L’unica risposta che mi sono dato è: àlzati!

Credo che se tutti noi ci rendessimo conto di quanto valore abbia il gesto di alzarci la mattina, per affrontare, il più delle volte, giornate che non avremmo affatto voglia di vivere, occupazioni e mestieri che ci danno il tormento, persone che non vorremmo incontrare, ebbene scopriremmo di essere noi stessi il carburante che fa andare avanti il motore scoppiettante, forse un po’ malandato, del mondo.

Non ci si alza al mattino perché se ne ha voglia. Ci si alza per un imperativo categorico, quello di mangiare, guadagnarsi il pane, vivere, far vivere chi dipende da noi. Lo si fa spesso in lacrime, senza alcun entusiasmo, al buio, con il suono orribile di un apparecchio che vorremmo lanciare contro il muro. Si esce al freddo, con gli occhi gonfi di sonno, chiedendosi come si farà ad arrivare alla fine di una giornata che, potendo scegliere, si farebbe di tutto per non vivere.

Risplendi! E’ un altro imperativo categorico per un credente. Personalmente, ogni santo giorno della mia vita, mi chiedo come farò a obbedire a tale comando, di quale luce potrò mai risplendere io, che mi sento tenebra più ancora della tenue luce mattutina che a malapena illumina la mia stanza quando suona la sveglia.

Evidentemente, senza un aiuto dall’alto, non sarei capace né di risplendere né di alzarmi.

Takashi Paolo Nagoi descrive così la sua idea di come a Nagasaki vi sia potuto essere dello splendore:

Quanto nobile, quanto splendido è stato l’olocausto del 9 agosto, quando le fiamme si sono levate dalla cattedrale, dissipando l’oscurità della guerra e portando la luce della pace!

Queste parole le pronunciava nel corso dell’elogio funebre per gli ottomila cristiani morti nel quartiere di Urakami a Nagasaki, a causa dello scoppio della bomba nucleare.

Una bomba nucleare. Nostro malgrado, è quello che ognuno di noi è chiamato a diventare, ovviamente in modo diverso, secondo quella che è la storia personale di ciascun uomo. Le bruciature, la rovina, le ferite, i chiodi, le spine, il dolore non scompaiono nella vita di un cristiano. Nell’esistenza di qualcuno, magari, vengono addirittura amplificate, eppure gli permettono di partecipare alla salvezza del mondo e di divenire sacrificio gradito a Dio.

Al mio mondo di piccoli sacrifici, la storia di Takashi e dei martiri di Nagasaki ha donato una commozione enorme, un grande rispetto e grande amore per il popolo giapponese, molto più vicino di quanto non immaginassi, una grande partecipazione alla sua immensa sofferenza, nonché infinita stima. Il tutto, ovviamente, misto alla gratitudine e alla speranza che ogni sacrificio, anche quello che è nascosto al mondo, agli occhi di Dio valga molto, ma molto di più che agli occhi degli uomini.

Basta solo continuare ad alzarsi. Con fatica, con dolore, l’importante è alzarsi. E, quando si cade, rialzarsi. Lo splendore verrà, quando sarà il momento, magari quando io neanche me ne accorgerò perché, per risplendere, sarò già divenuto fumo.

 



“Alzati e risplendi”, dal Libro del Profeta Isaia, cap. 60

Storia di Takashi Paolo Nagai

Dr. Takashi Nagai’s Funeral Address for the 8000 Catholic Victims of the Atomic Bomb

 

 

   

Verso l’alto (El Al – אל על)

scala cielo

Una premessa: non sto scrivendo quest’articolo per pubblicizzare la compagnia di bandiera israeliana, ma per il senso che ha il suo nome: El Al (אל על), che in ebraico vuol dire “verso l’alto” (e con un doppio senso: “alto” è il cielo, ma “alta” è anche la Terra d’Israele, verso cui gli aerei della El Al volano. Israele, infatti, in particolare Gerusalemme, sono, per gli ebrei così come per i cartografi cristiani medioevali, il punto più alto della terra, il più vicino a Dio, tanto che gli immigrati in questo Paese si definiscono “olìm” – dalla stessa radice “Al” – cioè ‘coloro che salgono’).

Scrivo, invece, perché, come tutti gli esseri umani, sono sempre, costantemente alla ricerca di un senso, di uno scopo, di una missione, di qualcosa per cui valga la pena vivere.

E’ strano pensare che gli animali, le piante, persino i microorganismi meno evoluti, se ci riflettiamo, uno scopo nella vita ce l’hanno eccome: mangiare e riprodursi per poi, a loro volta, essere mangiati o servire da concime per il terreno. Non hanno bisogno di interrogarsi continuamente, non hanno bisogno di scervellarsi, di cercare, di pregare, di ridere, di sognare, di piangere o disperarsi.

Noi no.

Ogni essere vivente, a questo mondo, espleta una funzione e occupa un posto preciso. Se gli squali non esistessero, il mare sarebbe una pattumiera; se i fiori non fossero così belli, le api non ne verrebbero attratte e i semi delle piante non sarebbero trasportati lontano dai venti e dagli insetti, per cadere poi in un luogo fertile ed originare una nuova vita. Persino le zanzare hanno il loro ruolo nel creato.

Noi no.

Se sparissimo dalla faccia della terra, non credo che le altre specie sentirebbero la nostra mancanza; se ci estinguessimo, per chi sarebbe un danno?

Eppure, il nostro cervello si è evoluto in maniera tale da farci credere di essere necessari, eterni, insostituibili. A quale scopo, poi, se dobbiamo finire a marcire sottoterra e tutto finisce lì?

Trovo difficile affermare, come farebbe un ateo, che non esiste una Ragione più alta della nostra e che siamo il frutto di un’evoluzione casuale, quando nulla, nel mondo, è casuale, quando la natura, a differenza di quanto spesso crediamo, ha sempre scritti, in sé, nelle sue leggi, nei suoi processi, il perché, il come, il quando e il dove. Non v’è evoluzione o regola naturale che possa spiegare la perfetta inutilità dell’essere umano – quando non l’estrema pericolosità di questo per la sopravvivenza del mondo stesso – giacché questo è ciò che, per natura, siamo: un manipolo di infelici costantemente alla ricerca di qualcosa che in questo mondo non troveranno mai. La natura non avrebbe potuto commettere uno sbaglio tanto grande.

Non può essere tutto frutto del caso, anzi, può esservi solo una spiegazione: siamo al mondo perché qualcuno ci ha voluti, perché era bello che ci fossimo, perché, per quel qualcuno, dovevamo esserci.

Sono alla mia scrivania e contemplo le pile di fogli bianchi e le cartellette color senape, immaginando che gli uni siano spuma del mare che si infrange sulle scogliere del mio grigio tavolo da lavoro e che le altre siano sabbia e roccia del deserto del Negev, in Terra Santa. Vorrei essere là, ora.

Poi, la mia mente si interroga su quanto instabili siano le mie emozioni: le cose e le persone che più amo sono proprio quelle che, un istante dopo, detesto; voglio essere in un posto e un minuto più tardi vorrei andarmene; smanio per avere una realizzazione professionale, una carezza, una soddisfazione, un successo e, nel momento in cui le ho ottenute, non riesco a goderne per più di un secondo.

Niente, in questo mondo, può darmi pace, nessuno può donarmi qualcosa che sia in grado di saziare completamente la mia sete di amore ed eternità. Forse è perché io sono eterno, ma ciò che mi circonda non lo è e quello per cui sono stato creato, quello a cui sono destinato, non si trova qui.

Cercare le cose di lassù, andare verso l’alto. Questo è il nostro destino di creature in pellegrinaggio su questa terra. Amore celeste, non terrestre; amicizia celeste, non terrestre; vita celeste, non terrestre.

Ho come l’impressione di trovarmi sempre dinanzi a una scala collegata al cielo, direttamente comunicante con Colui che è la fonte di ogni mio bene. Se davvero è così (e io credo che lo sia), dovrei dunque smetterla di scavare nel fango e nel terreno alla ricerca di tesori caduchi e salire più spesso per quella scala, raggiungere il cielo (ai cristiani questa possibilità è stato data e si chiama sacramento) e prendere da lassù ciò che mi serve, modellando la mia esistenza quaggiù, donando a piene mani di quanto ho ricevuto e che non viene da me.

Solo cercando le cose di lassù, andando sempre verso l’alto, il grigiore di una scrivania, il bianco dei fogli e il senape delle cartelline possono trasformarsi in terra, mare e roccia, in fuoco e in acqua, in Amore vero, in uno scopo degno: servire, offrire, dare la vita, anche quando tutto sembra impossibile, brutto, insensato, inaccettabile.

Cercare le cose di lassù, dove Cristo è assiso alla destra del Padre. Questo è il senso di tutto.

 

Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, Santa Messa in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno, 4 novembre 2010

 

Lo scrittore

penna-calamaio

Nel cuore della notte, mi siedo a una scrivania. Comincio a frugare tra i cassetti dell’anima, alla ricerca di qualcosa che so di poter trovare ma che non mi è sempre facile tirar fuori. Il ticchettio di una tastiera si confonde con le note di una musica che mi fa compagnia e, mentre il mondo là fuori non sembra voler calmare il suo spirito ribelle, io cerco di mettere pace e ordine dentro me, sperando di far tacere le mille voci che rimbombano nella mia mente e dare, finalmente, spazio all’unica che voglio davvero ascoltare e che so essere veritiera, benigna, pacifica, delicata eppure franca e sincera, mai prepotente, mai troppo forte e, nondimeno, autorevole, appassionata, chiara.

Ci sono tante cartelle da scartare, parole, righe, pagine intere da cancellare, periodi e frasi da riscrivere completamente, pensieri da affinare, termini da ricercare, stili da abbellire senza esagerare, senza trucchi, fronzoli e inganni.

Quanto tempo, quante lacrime, quanta aridità e quanto silenzio prima che compaia, sul mare piatto, placido e monotono di una giornata apparentemente senza senso, un’impercettibile increspatura che, pian piano, si trasforma in scia da seguire, insignificante rigonfiamento dell’acqua e poi, incredibilmente, in onda da cavalcare, sentiero da seguire, dove nuotare e saltare come un delfino dietro a una barca veloce.

E’ tempo di capire che, prima di scrivere, devo lasciarmi scrivere, far sì che il mio spirito sia solcato, come foglio bianco, da una penna che scaverà profondamente per lasciare il suo segno inconfondibile e indelebile su di me. Nulla sarà mai più come prima e le parole che prima sembravano strani suoni privi di significato appariranno ora ricche di senso, le note si sistemeranno sul pentagramma e, seguendo uno schema ordinato, suoneranno una melodia mai udita, eppure familiare, figlia indipendente che inizia a danzare da sola seguendo un ritmo tutto suo, puledro irrequieto, bellissimo e ribelle che fatica a essere domato e che rischia continuamente di sfuggire. Ma non deve sottrarsi al mio controllo, no, per il bene di coloro per i quali è venuto al mondo, coloro per i quali io l’ho creato: i lettori.

Già, i lettori. Chi saranno mai queste figure ingombranti ed onnipresenti nella vita di uno che scrive? La risposta è facile: il prossimo.

Nessuno, adesso lo so, può imparare davvero il mestiere di scrivere se non ama il suo prossimo. Stolto è colui che gode delle proprie altisonanti rime se queste non sono state destinate all’orecchio di qualcuno; misero chi si consuma nel cercare sempre il termine più bello, il più adatto, il più sofisticato se non ha in mente gli occhi che si poseranno sulle pagine che la sua fatica partorirà.

D’altronde, chi è l’artista se non colui il quale, con ogni respiro, magnifica la gloria del creatore, del creato e delle creature? Come può egli dormire in pace pensando di non aver messo a frutto i propri talenti nel creare un monumento, seppur piccolo, magari neppure apprezzato, e tuttavia ricco d’amore, per le persone da lui amate, per quelle che ha incontrato nel corso della sua vita, del suo cammino? Può forse egli trovare riposo sapendo di non portare su di sé le cicatrici dei solchi di quella penna che sa di dover far passare sul proprio cuore? Io dico di no e forse è proprio questo il motivo per cui tanti, troppi immensi talenti muoiono e appassiscono come fiori che nascono e periscono nel corso di una notte, perché sanno di aver deviato dal vero cammino dell’arte, che è quello del dono e del servizio a Dio ed alla sua creatura più bella e complessa: l’uomo.

Sono alla vigilia della pubblicazione del mio primo romanzo, lavoro duro perché il secondo sia migliore e mi impegno ogni giorno per lasciarmi scrivere, cancellare, correggere e, a volte, anche strappare. Esattamente come le pagine che io stesso scrivo.

Mi affeziono più facilmente ai personaggi che somigliano maggiormente alle persone che ho conosciuto e, pur avendo una memoria di ferro, fatico a ricordare i tratti, sovente anche i nomi di coloro che ho amato come figli mentre la mia fantasia ne tracciava le sembianze come degli schizzi. Dimentico, perché sono già proteso verso quelli che aspettano di essere creati.

Quello che, però, non posso dimenticare, sono le tue parole, amico, amica, padre, madre, sorella, fratello, semplice conoscente che un giorno mi sei passato accanto.

Il mio lavoro è per voi. I vostri cari, insostituibili e amati volti mi accompagnano nelle mie notti insonni, nei miei giorni di fatica e nel tempo della siccità, quando le parole e l’ispirazione si fanno attendere come pioggia sulle zolle secche e piagate.

E’ allora che ricordo che l’acqua siete voi e, ancor più di voi, Colui che dà il seme al seminatore e pane da mangiare, Colui che invita a non preoccuparsi troppo per il domani e a fidarsi della sua bontà.

Nell’aria torrida e rovente di una sera estiva, senza brezza e senza frescura, la mano del Creatore e i vostri sorrisi divengono per me linfa vitale che scorre nell’anima, portando vita ove sembrava non ne fosse rimasta e le mie mani ricominciano a scorrere sulla tastiera e a produrre ancora parole, a volte belle, a volte meno, spesso inutili, forse troppe. Eppure, come per miracolo, capiterà che si trovi qualcuno a cui esse faranno almeno un po’ di compagnia.

Allora, potrò riposare in pace.

 

Aggettivi

foglie

Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno (Salmo 138)

Sono un uomo che vive di parole, le cerca, le desidera, le fa sue, ci gioca, ne analizza il significato, l’origine, la storia, la traduzione e la pronuncia in altre lingue; sono uno che vorrebbe lavorare con le parole, raccontare storie utilizzandone le più belle e preziose, incantare chi mi legge e mi ascolta per portarlo a viaggiare lontano, in altri mondi, o forse nel mio, che è già abbastanza complicato.

Sono anche un uomo che vive di note. Non so descrivere il mio rapporto con la musica. A dir la verità, più che un rapporto è una simbiosi, un percepire la realtà in modo a volte diverso da chi non ha nella musica una chiave della propria esistenza. Sin da piccolo, mi arrampicavo sulla sedia per ascoltare, per ore intere, un vecchio giradischi; con la mia tastierina Bontempi suonavo le prime melodie prima di iniziare ad avere il ricordo di tante e tante altre cose, piacevoli e spiacevoli; esercitavo le mie dita su un piano o, in mancanza di quello, su un tavolo quando gli altri allenavano le gambe con un pallone; studiavo l’armonia, il solfeggio e il canto quando i miei coetanei erano in vacanza per l’estate, dopo gli esami e la scuola.

Tutto questo vivere di note e parole ha plasmato profondamente il mio modo di essere. Spesso, da bambino, mi bastava ascoltare il suono di un aspirapolvere per sentire una melodia o scorrere un elenco telefonico per immaginare storie, miti ed avventure di chi portava nomi che reputavo particolarmente interessanti.

Il vento, la pioggia, la doccia, la ventola del computer, tutto per me non è un rumore, ma un suono, così come ogni parola non è semplicemente un agglomerato di lettere ma un insieme complesso di tante componenti che non sto qui a spiegare.

Il problema è che, sovente, le singole parole rischiano di diventare più importanti della frase che esse compongono, così come le singole note possono distrarre dall’opera di cui esse non sono che un piccolo tassello.

Così avviene, oggi, per noi esseri umani e per la nostra esistenza quotidiana: sembra che alcune nostre peculiarità siano divenute più importanti di noi, di ciò che siamo. Si esaltano certe caratteristiche, giuste o sbagliate che siano, per creare delle categorie che forzano la nostra natura e la grandezza della nostra essenza. Omosessualismo, positivismo, progressismo, relativismo piaiono mirare proprio a questo: abbattere l’unità della persona, la sua unicità ed irripetibilità, l’indivisibilità del suo essere in nome dell’esaltazione e dell’assolutizzazione di aspetti, come la sessualità, che non sono nulla se estrapolati dall’estrema complessità della storia di ogni individuo, come se un uomo fosse solo il suo apparato riproduttivo, solo il suo cuore, solo il suo cervello e non la somma di tutte le componenti, somma che, in un essere umano, diviene non più divisibile in quanto preponderante rispetto ai singoli fattori. In pratica, l’uomo è come un numero primo, indivisibile.

Personalmente, pur cercando da una vita intera di definirmi, di classificarmi in base a determinate caratteristiche, agli studi, a particolari gusti e sensibilità, talenti e doti, difetti e pregi, non sono ancora riuscito a comprendere me stesso. L’unica conclusione a cui sono giunto è che sono un uomo, quindi un maschio (se fossi donna, ovviamente, sarei femmina!), e che sono figlio di Dio.

Già, Dio. Se ci pensiamo, il rischio che corriamo con la creatura è il medesimo che corriamo con il Creatore: non comprenderlo nella sua pienezza, in nome dell’insensata smania di affannarci a coglierne singoli aspetti che non possono essere messi da parte e isolati rispetto agli altri. Dunque, alle volte Dio è per noi misericordioso, altre giusto, altre buono, altre potente, altre ancora umile. Mai tutto insieme. Il risultato è una divinità schizofrenica, incoerente e disunita con se stessa, la quale, come logica conseguenza, produce un’umanità con identiche caratteristiche. In sostanza, ciò che facciamo oggi è come ostinarci a pensare che la Patetica di Beethoven sia un la bemolle anziché un’intera sonata in più tempi e che lo stesso Beethoven sia un dente, o un dito, o un capello bianco o ancora un orecchio sordo anziché un uomo, la cui immensa grandezza è data non dalle singole peculiarità, ma da come queste in lui si sommavano e si armonizzavano. Questa è la mia sensazione.

Certo, io, naturalmente, non oso proporre soluzioni e non mi permetto neanche il lusso di credere di essere in grado di capire fino in fondo il problema.

C’è, però, un momento, un solo momento, in cui ho come l’impressione di toccare me stesso, di comprendermi in pieno, nel quale i miei aggettivi e le mie singole note scompaiono, anzi, si fondono tra loro, quando si dissolvono i limiti spaziali e temporali e mi sembra di salire più in alto del sole e di scendere più in basso delle profondità del mare, di vincere la notte e di essere, finalmente, libero. Non è un semplice stato d’animo, non è semplice felicità – così come noi intendiamo una gioia protratta nel tempo – e non è neanche solo divertimento. No, direi che è libertà assoluta, è umanità pura, è diventare chi sono, ciò che sono.

Questo momento, solo mio, è quello in cui si spengono le luci della mia chiesa e io rimango, per un po’, davanti al tabernacolo illuminato da un piccolo faro e nessun altro è intorno a me, ci siamo soltanto io, Gesù ed il mio piano elettrico. In quell’istante, in cui io comincio a cantare ed a suonare per lui, le note si fondono in una melodia e la mia voce, pur non essendo quella di un grande cantante, non è da meno di quella degli angeli, poiché colui per il quale canto e suono rende sublime tutto ciò che io produco, non importa se di scarso valore artistico, semplicemente perché è per lui. Anche il silenzio diviene canzone, anche la noia, la tentazione, il pianto o il sonno, tutto si fonde armoniosamente. Là, infatti, io non sono più un conservatore o un progressista, un braccio o una gamba: sono la creatura perfetta, così come essa è stata concepita, sono io, spogliato dei miei aggettivi e finalmente riunito a colui da cui traggo vita. E poiché lui non ha aggettivi, non è definibile, non è mortale e io sono stato fatto a sua immagine, anch’io divento come lui, la mia voce è la sua voce, le mie mani le sue mani. Non canto, ma cantiamo; non suono, ma suoniamo; non vivo, ma viviamo.

Non mi manca più nulla per essere chi davvero sono e tutte le cose che cercavo di avere, tutti i complimenti che desideravo,  le acclamazioni che sognavo, le lodi cui aspiravo e, ancora, i dolori di cui volevo liberarmi, le ferite che mi soffocavano e le preoccupazioni che mi seppellivano, ogni cosa sparisce, portata via come foglie dal vento. Rimango solo io, io con lui.

E se questo fosse il paradiso?

 

Rahamìm: il grande utero

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In ebraico e in altre lingue semitiche, come l’arabo e l’aramaico, la misericordia di Dio si esprime con la radice r-h-m, da cui il termine ebraico rahamim, plurale o accrescitivo di rehem, utero, seno materno. Sempre in questa lingua, quindi, misericordia ha il significato di “uteri”, al plurale, o meglio ancora di “grande utero”, un’unione infinita di tanti seni materni. Alla luce di questo, riesce più facile comprendere il passo in cui è scritto:

Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Isaia 49,15)

Di madri che si dimenticano dei loro figli, li abbandonano, li abortiscono, li sacrificano alla propria carriera, agli amori, al successo oggi abbiamo tanti, troppi esempi. Di altrettante madri che, involontariamente, feriscono, sbagliano e, in qualche modo, deludono sentiamo ugualmente parlare. In ultimo, tutti sperimentiamo o sperimenteremo un primo, un secondo, tanti distacchi dalla madre, dalla sicurezza e dall’affettuoso calore che ci proteggevano e ci circondavano prima di venire al mondo e nella prima infanzia. C’è il parto, il freddo, traumatico contatto con il mondo esterno, ci sono le luci al neon dell’ospedale e le tante persone che circondano il neonato, lo affliggono con mille controlli, lo schiaffeggiano leggermente per farlo iniziare a piangere e a respirare da solo, gli tagliano il cordone ombelicale; ci sono gli altri legami da tagliare, il primo giorno di scuola, l’adolescenza, la ribellione, l’uscita di casa per andare a studiare fuori e poi il matrimonio, la malattia, i capelli che divengono bianchi e i volti che si riempiono di rughe e di segni che tradiscono il passare del tempo che condurrà, inevitabilmente, all’ultima, definitiva separazione.

La vita non è priva di madri che dimenticano i figli, molto più spesso è piena di figli che dimenticano le madri e, ancor più frequentemente, di persone costrette – perché è naturale che sia così – ad imparare a camminare ogni giorno con le proprie gambe e a non poter contare più su qualcuno che ti aspettava al ritorno a casa, che ti riempiva di attenzioni e il cui mondo ruotava intorno a te.

In questo tempo di particolari e drammatiche incertezze, poi, siamo un po’ tutti attoniti di fronte a tanti avvenimenti, tanti abbandoni, mancanze e nostalgie. E’ come se l’umanità intera avesse paura, si sentisse smarrita di fronte agli eventi che stanno inevitabilmente marcando il momento storico nel quale ci troviamo. Da un lato, emerge la necessità, per ognuno di noi, di una maggiore virilità e di una più grande consapevolezza delle nostre responsabilità di adulti; dall’altro, la nostra povera umanità ci spinge sempre a guardare in su, anche se siamo cresciuti, verso qualcuno che è più grande di noi, verso occhi che ci rassicurino, occhi che siano più in alto rispetto ai nostri, proprio come quelli della madre quando eravamo bambini.

Penso che la misericordia di Dio sia proprio questo: uno sguardo dall’alto, delle braccia che avvolgono; una voce soave ma, allo stesso tempo, autorevole che spinge, conduce, indica, traccia il cammino da seguire e che incoraggia a non fermarsi; un grande utero che, nonostante, i mille difetti, i mille tradimenti della creatura che custodisce, nonostante le accuse di chi afferma che la nostra umanità sia indegna di vivere, di esistere perché difettosa, imperfetta, piena di handicap e di deformità, si rifiuta di abortire il frutto delle sue viscere, ma gli dona la vita gratuitamente una, dieci, cento, mille volte, lo chiama ad amare, a divenire grande come l’universo di cui, apparentemente, questo piccolo essere costituisce solo una parte infinitesimale e trascurabile. E, perché questo puntino ricordi di essere amato dall’Infinito, il grande utero che lo porta in grembo ne assume la forma e gli dona persino una Madre in carne ed ossa, quella stessa Madre che lo magnifica per averla tenuta nel suo grembo, ovvero per aver avuto misericordia di lei, sua serva, figlia del suo Figlio, cosicché anche quelli di noi che non hanno mai conosciuto la dolcezza di una mamma terrena possano essere certi di essere figli amati di qualcuno.

Nell’ora della morte, della prova e dell’errore, sarebbe bello invocare la misericordia di Dio in ebraico: רחם עליי, אדוני, rehàm alei, adonì, abbi misericordia di me, o Signore, fammi rimanere nel tuo grembo, non abortirmi anche se sono deforme e indegno di vivere, tienimi ancora avvolto nella tua dolce presenza, lasciami vivere nel tuo utero! Là, io sarò al sicuro, certo che, se anche esistesse una madre capace di espellere il frutto del suo grembo, di dimenticarsene, di ucciderlo o di abbandonarlo, tu, o Signore, mi terrai, mi farai vivere perché hai fiducia che, anche peccatore, io possa essere un bene per me stesso e per l’umanità.

 

Salmo 138

Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie.

La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile.

Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.

Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte”, nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.

Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda;  meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa  quando venivo formato nel segreto,  ricamato nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno