Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

La stanza in fondo al cuore

Vincent Van Gogh, "La camera ad Arles"

Vincent Van Gogh, “La camera ad Arles”

“Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”  (Matteo 6, 6)

C’è una stanza in fondo al cuore di ognuno di noi in cui per gli altri è impossibile entrare. Non vi entrano gli amici, non i genitori, né le mogli e neanche noi stessi. Ne possediamo la chiave ma, stranamente, non ne apriamo mai la porta se non per gettarvi tutto ciò che non ci piace avere davanti agli occhi, quasi fosse uno sgabuzzino in cui si accumula la roba vecchia di casa, il ciarpame, la mobilia inutilizzata e antiquata che resta a marcire laggiù per anni, forse per sempre.

Nella mia nuova casa, che è molto grande e bella, vi sono numerosi ambienti, spazi ampi, confortevoli e gradevoli a vedersi. Lì tutto è in bella vista: quadri, scaffali, fotografie, ricordi e raccolte di musica e libri. Poi, per entrare nella mia camera, si apre una porta scorrevole e si scendono tre gradini, quasi si accedesse a un rifugio segreto, nascosto, pressoché invisibile dall’esterno ma in cui è ancora possibile, se io lo voglio, essere invitati. In fondo alla mia camera, poi, vi sono un’altra porta ed altri tre gradini: si scende ancora in un minuscolo tugurio, minuscolo, buio, pieno di scatole e valigie accatastate, di borse e sacche per la biancheria sporca, di tutto ciò che io desidero non si veda. Ecco, quello è il posto più basso – in tutti i sensi – di tutta la casa. Non vi è zona meno abitabile e confortevole di quella né meno degna di essere mostrata.

Così, secondo me, sono io, siamo noi: fatti a strati, come i carciofi, duri all’esterno e poi sempre più morbidi e fragili man mano che gli strati superficiali vengono tolti. Per proteggere quella fragile intimità sviluppiamo sin da bambini una forma di pudore e di orgoglio che, negli anni, ci rende sempre più inaccessibili e misteriosi, tutti intenti a far sì che nessuno conosca veramente chi siamo e, soprattutto, ad evitare ad ogni costo di vederlo noi stessi.

La stanza in fondo al nostro cuore, pur essendo piccola, buia, umida e poco curata, ha, in realtà, un enorme potere magico, essendo in grado di influenzare la tenuta della struttura dell’intera casa, che su di essa si poggia, proprio come il mio appartamento poggia sullo sgabuzzino della mia camera. Vi entra poca luce perché essa è dotata solamente di due feritoie attraverso cui l’osservatore più attento può persino arrivare a dare un’occhiata all’interno: i nostri occhi. In più, nonostante noi lottiamo con tutte le nostre forze per far finta che quella camera scura non esista ed evitiamo persino di posarvi lo sguardo, basta pochissimo perché la sua irresistibile forza di attrazione ci risucchi e ci imprigioni, anche solo per brevi momenti: una canzone, delle parole dette in un modo particolare, dei gesti, un film. Avviene, allora, che la razionalità non abbia più il controllo sulle nostre azioni e domini il caos, cosicché iniziamo una strenua resistenza che ci rende apparentemente folli agli occhi degli altri. Recitiamo una parte che risulta, tuttavia, poco credibile ed esageratamente forzata; cerchiamo di coprire con battute e modi di dire le frasi, che, senza accorgersene, la nostra bocca starebbe per pronunciare se quel poco di raziocinio ancora funzionante non le bloccasse mentre fuoriescono dal subconscio in cui sono chiuse; aaddirittura, diciamo il contrario di ciò che vorremmo, perché non si capisca quello che stiamo provando.

Mi capita spesso che i rapporti più solidi e duraturi entrino in crisi se io mi avvicino troppo alla stanza in fondo al cuore di qualcuno e se questi si avvicina troppo alla mia. Sarà l’istinto di sopravvivenza; sarà il terrore di pensare che, se gli altri scoprissero il ciarpame che è nascosto nell’angolo più estremo della nostra anima, non ci amerebbero; sarà che siamo troppo orgogliosi per ammettere che siamo feriti, malati, bisognosi e non accettiamo, non ammettiamo di essere fallibili, imperfetti, umani.

Da un po’ di tempo sto cercando di non fuggire più e di aprire quella stanza, per condurvi l’unica persona che possa capirci qualcosa, che sappia spiegarmi come mettervi un po’ d’ordine e che, effettivamente, desideri rimanerci per sempre. Mi è stato fatto capire, infatti, che né gli amici, né gli psicologi né la famiglia possono comprendere il cuore di un uomo, giacché esso è ingannevole più di ogni cosa, segreto, sacro e solo a Dio è dato capirlo. Di conseguenza, ho tirato fuori la vecchia e arrugginita chiave che tenevo nel taschino della giacca e l’ho consegnata a Qualcun altro, anche se ammetto che è arduo, per me, capire come mai quella persona voglia addentrarsi nel mio tugurio, preferendolo ad ampie, confortevoli e bellissime camere dotate di ogni lusso e comodità. Di quell’angolo nascosto, io non riesco a sopportare il tanfo, devo tapparmi il naso ogni volta che mi ci avvicino; non riesco a tollerare la vista di tutte le cose che in esso sono contenute e aborro il doverle mostrare a chi, invece, le vuole per sé.

Tuttavia, questa è la verità: non ci è dato conoscere davvero né il nostro cuore né quello delle persone che amiamo, giacché non l’abbiamo creato noi; è inutile sforzarci di capire e credere che possiamo risolvere i nostri problemi e quelli altrui soltanto ascoltando, parlando, aiutando. Non siamo, purtroppo, i terapeuti di nessuno, tantomeno quelli della nostra anima. Come può, infatti, un cieco essere guida di un altro cieco?

Così, quello che io faccio è, un tantino per volta, aprire quella stanza a Dio, rimanervi per un po’ con lui, anche se malvolentieri, sforzandomi sino all’inverosimile, senza tentare oltremodo di cambiare ciò che non posso cambiare, bensì riconoscendo a lui il potere di farlo. Ciò non mi ha sicuramente reso diverso dalla persona che sono, tuttavia mi ha dato la consapevolezza che il tugurio è lì, davanti ai miei occhi, e non è più possibile ignorarlo. Anzi, come esso è presente in me, lo è anche in ogni altro essere umano, basta soltanto fermarsi a guardare per riconoscere tante dinamiche comuni a tutti. Ho compreso, poi, che è necessario e doveroso tenere segreta, riservare quella parte della nostra anima soltanto a Dio, il quale, stranamente, ne è geloso e la vuole tutta per sé, il che non significa infedeltà nei confronti dell’uomo, bensì rispetto per i propri e gli altrui limiti. Si è più amici se ci si ritira a pregare per un nostro caro insieme a Colui che sa come entrare nella sua anima e davvero può confortarlo, piuttosto che se si pretende di conoscere le parole giuste per cambiare la sua tristezza in gioia, quasi egli fosse un oggetto e non un figlio di Dio.

Vorrei dedicare queste “poche” e sicuramente non molto utili parole a coloro che mi sono più cari, con la consapevolezza che io non posso essere loro vicino come meriterebbero ma con la certezza che, rimanendo unito a Dio, potrò entrare anch’io insieme a lui dove soltanto a lui è dato entrare, e cioè nel più profondo della loro anima.

 

Sogni e miracoli

Rimango sempre colpito nel pensare alla millenaria attesa messianica del popolo ebraico, alle preghiere instancabili e a quel senso di appartenenza, di comunità che lo caratterizza. Sia nei brani dell’Antico Testamento che in quelli del Nuovo, nelle preghiere come nelle benedizioni, è facilissimo riscontrare un anelito continuo, quasi una fissazione, per la liberazione dalla schiavitù e dall’oppressione, per l’amore verso Gerusalemme e la Terra Promessa, per il ritorno a Dio e alla patria perduta. In tutto questo, vedo sempre una costante: i sogni, i desideri e le preghiere sono quasi sempre collettivi, per il popolo, per “noi” .

Rispetto agli ebrei, noi cristiani, che celebriamo in questi giorni la Settimana santa e commemoriamo la Pasqua di Gesù Cristo, Dio incarnato, divenuto il cuore della nostra fede al posto della Legge e di Gerusalemme, abbiamo forse perso un po’ l’abitudine di pregare per il nostro popolo, la Chiesa, di desiderare qualcosa che sia “nostro” e non solo “mio”. Eppure, quanta forza e quanta vita acquista un sogno se questo coinvolge anche le persone che amiamo, non solo noi.

Ultimamente, si è risvegliata in me una strana voglia di sognare che credevo fosse tipica dell’adolescenza. La differenza, rispetto ad allora, è che i miei desideri, a volte impossibili, altre ancora delle vere e proprie utopie che avrebbero bisogno di un miracolo per realizzarsi, mi sembrano molto più concreti, belli, reali, utili, puri perché alimentati da qualcosa che li rende potenzialmente veri: essi non sono solo i miei. E’ strano a dirsi, ma il sostegno, la preghiera, la partecipazione delle persone che mi sono vicine può trasformare un sogno in realtà ed il modo in cui il sogno nasce, si definisce, si sviluppa e, magari, si realizza è ancora più bello di un miracolo, perché condiviso, perché arricchito dal continuo apporto di idee, contributi, opinioni, spunti creativi, nuovi punti di vista che aiutano a conoscere meglio me stesso, ciò che voglio, ciò di cui ho bisogno e quello che posso fare.

Dalla mia meta, dalla mia terra promessa, dal mio sogno mi separa il Mar Rosso e mi trovo ancora nel bel mezzo del deserto, ma non sono solo, c’è il mio popolo, i miei amici: siamo tutti uniti nel camminare nella stessa direzione, verso il medesimo obiettivo ed è, forse, più bello per noi costruire insieme una diga che contenga le acque e ci permetta di attraversare il mare piuttosto che aspettare un fuoco dal cielo che venga ad aprirle miracolosamente e ci consenta il passaggio. Intendiamoci, l’aiuto di Dio è necessario, richiesto, gradito, di per sé miracoloso, ma essere suoi collaboratori, anziché marionette che attendono di essere collocate in un punto o in un altro, è decisamente più affascinante.

Per me, la Pasqua di quest’anno è segno non solo del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla vita eterna, dal dolore alla risurrezione. Essa mi ricorda che, se Qualcuno è morto da solo per me, è perché io avessi la vita e la vivessi con e per il mio prossimo, i miei amici, per cui sono chiamato anch’io a dare la vita e che sono chiamati, a loro volta, a dare la vita per me. Che cosa significa questo? Morire, essere crocifissi? Non necessariamente. Amare, dare la vita in questo caso significa, altresì, rendere l’esistenza di una persona degna di essere vissuta, alimentare i suoi sogni, quelli buoni, veri e utili, partecipare alle sue gioie (non soltanto alle sofferenze), darle speranza, godere del dono di noi stessi a quella persona e di quella persona a noi stessi, essere felici insieme facendo qualcosa di bello.

Questa Pasqua rappresenta, dal mio punto di vista, la (ri)scoperta di quanto io e i miei amici, familiari, fratelli e sorelle siamo un corpo e un’anima sola: se non posso contare sulle mie gambe per attraversare il deserto, so che quel mio amico, più forte e atletico di me, mi darà una mano; se mi sento solo, posso contare su un’altra amica, dolce e materna, che sa sempre come prendermi; se, nell’attraversare il Mar Rosso, avrò paura, sono certo che sarò circondato da persone che mi incoraggeranno ad andare avanti e saranno pronte persino a prendermi in braccio, quando non ce la farò; se sarò triste, ci sarà chi saprà farmi ridere; se sarò malato, avrò chi mi curerà; se sarò nudo, qualcuno mi vestirà e, se avrò fame, mi daranno da mangiare. Mi sono stati donati mille occhi, di tutti i colori, e senza bisogno di lenti a contatto; braccia femminili, maschili, forti e virili, abili e sensibili; ho tante voci che raggiungono tutte le tonalità; infinite possibilità e capacità, nell’arte, nella musica, nella vita, tante quante sono le persone che mi sono accanto. Io sono loro e loro sono me.

Del libro della mia vita, posso dire di essere lo scrittore, ma i volti dei miei cari sono le parole su ogni pagina, i paesaggi, le sensazioni, le emozioni. Per questa ragione, posso affermare che la parola che accompagnerà le festività pasquali sarà per me “comunione”: un solo corpo, un solo spirito, una vita da condividere.

Buona Pasqua

L’altra guancia

“La sconfitta”, di Walter Bongiorni

Quante volte, nella mia vita, avrò porto l’altra guancia? Forse troppe, forse troppo poche, non saprei dirlo. Quel che so, invece, è che mi viene da ridere nel pensare a me stesso come a uno che si arrende, a uno che accetta l’ingiustizia, i soprusi e l’inganno con grazia e dignità, quasi godendo nel farmi recare un danno; riconosco, al contrario, di avere un’indole tutt’altro che pacifica, un carattere iracondo e orgoglioso, permaloso e rancoroso, una memoria fin troppo lunga sul male ricevuto ed eccessivamente corta per ciò che riguarda il bene. In sostanza, prima di porgere l’altra guancia devo ingoiare un sacco di rospi.

Perché lo faccio, allora? E’ presto detto: in primo luogo, per obbedienza; poi, perché so che, in fondo, mi conviene: a lungo termine, non sono mai uscito sconfitto dopo aver lasciato che i miei nemici fossero convinti di avere la meglio su di me. Ho visto che è il modo migliore per vincere il male.

Come lo faccio? Di certo, non lasciando che chi mi percuote lo faccia sentendomi dire “peace and love“, né godendo del male che ricevo. Non sono mica un sadico! No, io ho un altro metodo, mi ispiro al profeta Isaia (cap. 50, vers. 7)  e, ovviamente, a Gesù, il mio Maestro:

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.

Io so di non restare deluso, ho visto che il Signore Dio mi assiste. Per questo, nonostante il turbinio di emozioni negative che sconvolge il mio animo quando subisco un torto, nonostante la rabbia, nonostante l’orgoglio, rendo la mia faccia dura come pietra e soltanto allora, dopo che essa ha assunto la durezza della roccia, porgo l’altra guancia. Non è un ammettere la sconfitta; non è una resa né un segno di debolezza. E’, piuttosto, rimettere la mia causa nelle mani del mio Avvocato celeste, che, a differenza di me, è davvero in grado di occuparsene, lasciando a lui la giustizia e il buon esito della contesa, il che non vuol dire che il mio nemico debba per forza pagare o essere punito, ma neanche il contrario: semplicemente, lascio che sia qualcun altro a decidere che cosa sia meglio per me e per lui e sono sicuro che, almeno per quanto mi riguarda, le cose andranno per il meglio, anzi, vanno già per il meglio se, al danno per il torto ricevuto, io non vado ad aggiungere il rancore, l’odio, la voglia di vendetta, sentimenti che possono distruggere il cuore di un uomo, il mio cuore.

Avere una faccia dura come la pietra vuol dire disporre non soltanto di un’altra, ma di infinite altre guance da porgere, di infinite vite ed opportunità per ricominciare, di infinite corone di vittoria da raccogliere perché, come continua il profeta Isaia (versi 8-10):

È vicino chi mi rende giustizia;
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa?
Si avvicini a me.

Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?
Ecco, come una veste si logorano tutti,
la tignola li divora.

Se la mia faccia è dura come la pietra, ogni volta che il male si abbatterà su di essa si spaccherà, si frantumerà, si ridurrà in mille pezzi. Il male. E chi mi percuote, invece? E il nemico, l’uomo che mi schiaffeggia? Beh, lui potrà sempre redimersi, così come io potrò redimermi quando sarò io a fargli un torto. Dopotutto, la più grande vittoria di Dio – nonché il più grande successo per un uomo – non è che un altro uomo muoia e paghi per i suoi errori, ma che questi si converta e viva, che, dopo essere stato vinto dalla superiorità morale della Misericordia sulla giustizia, ritorni alla pace, quella vera, senza compromessi, senza ulteriori rivendicazioni, senza rancori.

So che il Signore mi assiste e non rimarrò deluso. In questo mi viene in aiuto un verbo greco: οῖδα (oida). Questo termine ha due significati: “ho visto” e “so”. In effetti, esso rende un concetto fondamentale, quello di conoscere una verità, un fatto, dopo averli sperimentati. Per me è proprio così. In tante situazioni della mia vita ho visto, e quindi so, che non sono solo, che non resterò deluso, che la mia vittoria futura sarà molto più grande dell’apparente sconfitta presente. E’ questo che rende la mia faccia dura come pietra.

Io non solo credo, non solo spero, ma so. Per questo motivo, ho una riserva davvero inesauribile di altre guance da porgere.

Che cosa aspettarmi da lei?

“Studio per testa di donna” (1483-1488), di Leonardo Da Vinci

Che cosa aspettarmi da lei, quando verrà? Che sia bella, perfetta, dotata d’ogni grazia e splendore umano? Scenderà da una lunga scalinata, indossando un abito lungo che ne risalti il corpo sinuoso e le curve morbide? I suoi capelli corvini le incoroneranno il capo e saranno un rifugio profumato, insieme al suo petto e al suo grembo, per me, quando, stanco e disanimato dalla vita, vorrò trovare in lei riparo? Sarà lì ad aspettarmi tutte le volte che cadrò, lungo il cammino, per ridare senso alla mia esistenza?

La sogno vestita di bianco, pura, senza macchia né difetti, agnello pasquale preparato per me da tutta la vita, come io non sono, come io non sarò mai. La immagino distesa in un letto di rose, morbida, voluttuosa al punto giusto, una signora solo mia, per sempre bella. La vorrei colta, intelligente, ironica, ma non più di me! Che non mi rubi la scena, che stia un passo dietro a me, che si prenda cura dei nostri figli; che abbia una carriera, la sua realizzazione, ma resti sempre mia, curata, femmina, giovane, tutta per me. Mi piacerebbe che sapesse cucinare come mia madre, che fosse amorevole, ben disposta, sempre sorridente ed attenta ai miei bisogni, eppure mai stanca, mai triste, mai sola… Spero sia un po’ gelosa, cosicché io mi senta al centro del suo mondo, che abbia bisogno di me, ma, nello stesso tempo, sia generosa e comprensiva, lasciandomi spazio per i miei amici, per le mie attività, per i miei sogni: che mi sostenga in quello che faccio.

Rileggo le mie parole, che lascio lì, senza correggerle, senza smussare nessuno spigolo, senza vergognarmi di quello che ho scritto, bensì tenendole come monito per rammentarmi sempre quanto io sia maschilista, egocentrico e corrotto, completamente l’opposto rispetto a quanto chiedo a Dio ogni giorno di divenire.

Già, divenire… Credo che molto sia stato detto sull’amore e non spetta certo a me aggiungere altro. Tuttavia, quello che ho sperimentato conoscendo il Vero Amore è che esso dona la forza proprio di divenire ciò che realmente si è, ciò che realmente si sente di volere e dover essere. Credo che questo tipo di amore trasformante, potente, gratuito, fonte di vita lo si trovi soltanto in Cristo. Se un giorno lei, se esiste, verrà da me, le parlerò di questo, condividerò con lei questa mia esperienza e tutta la ricchezza che ho ricevuto, poiché, da solo, non sono ricco di nulla e nulla avrei da offrirle, ma solo da rubarle.

Chiederò al Vero Amore di insegnarmi a guardarla con altri occhi per vederla come lei realmente è, con tutti i suoi bisogni, i suoi difetti, le sue virtù e quelle piccole cose che la rendono unica e le dirò che ho imparato ad essere sposato già prima di incontrarla, perché, in fondo, la vocazione cristiana è questa: essere sposati. Che si sia consacrati, laici o uniti in matrimonio con qualcuno, se si conosce e si ama Cristo, si è sposati innanzitutto con Lui, ci si impegna in un rapporto costante con Lui, lo si ama perché si è amati in primo luogo da Lui. Questo è ciò che chi vive fuori dalla relazione con Cristo non potrà mai comprendere: un cristiano è sposato con il suo Signore e non solo non deve, ma non vuole tradirlo, commettere adulterio, a meno che Egli non sia sacramentalmente presente in un’unione, rendendo una sola carne coloro che si uniscono in matrimonio.

In questo modo, un cristiano è già felice e realizzato, anche prima di sposarsi, e non ha bisogno che arrivi un’altra persona a consolarlo, a prendere su di sé le sue pene, a riempire i vuoti, piccoli o grandi, che rendono, a volte, oscura la nostra esistenza. No, un cristiano ha già Chi fa questo ogni giorno per lui. Inoltre, da sposo di Cristo, un uomo impara che amare una donna è condividere con lei tale rapporto con Gesù, il quale diviene la fonte di ogni felicità, causa e fine per cui una relazione rimane viva, sorgente da cui scaturirà un’acqua che renderà l’uomo e la donna una sola cosa, una sola persona capace di generare figli carnali e spirituali per il Padre Celeste.

Molte persone, recentemente, dicono di vedermi più sereno, più spensierato, più maturo. Se vedessero la lotta che devo sostenere dentro di me non tanto con la vita e con le sfide che questa mi pone, quanto con me stesso, il principale ostacolo che si frappone tra il mio ego e la persona che realmente sono, forse la loro opinione cambierebbe. Nondimeno, posso dire che è proprio vero, sono sereno, sono una persona completa e sposata, non abbandonata, non sola, perché Dio mi ha sposato alla mia vita, alla mia vocazione quotidiana, agli affetti ed al lavoro di ogni giorno. Non mi manca niente e sono felice.

E’ con questa consapevolezza che posso dire di aver compreso che, se e quando lei verrà da me, vestita di stracci o di seta, non potrò certo aspettarmi che soddisfi le mie esigenze in toto, non potrò certo chiederle di diventare chi voglio io… Piuttosto, entrambi ci sposeremo in Cristo e con Cristo, per essere una nuova persona, due facce della stessa medaglia, due mani tese verso coloro che a noi vorranno aggrapparsi, due fari che illumineranno la notte, due corsie della stessa strada, su cui cammineranno i nostri figli, i nostri amici, le nostre famiglie, due pilastri che sorreggeranno la casa della nostra famiglia.

A lei non chiederò di essere qualcuno che non è né io pretenderò di essere perfetto. Non credo che sia umano (almeno, io non ne sarei capace) amare qualcuno per tutta la vita nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Credo che il sollievo di tutti gli sposi e di quanti devono ancora sposarsi sia proprio il fatto che la grazia di Dio e l’unione con Cristo rendono i coniugi capaci di andare oltre l’umano, amandosi con un amore che non viene da loro e che annulla l’egoismo, le crisi, i dubbi e persino, se dovessero capitare, i tradimenti.

Che cosa aspettarmi, dunque, da lei? Che diventi con me, in Cristo, una carne sola.

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Alla mia età

“Montre molle au moment de sa première explosion”, di Salvador Dalì (1954)

Ci sono tante cose che possono essere realizzate, alla mia età. Alcune persone hanno fatto la storia attraverso opere compiute quando vivevano, appunto, gli anni in cui mi trovo; altre, invece, hanno, semplicemente, fatto parlare di sé: Gesù, ad esempio, è stato crocifisso ed è risorto alla mia età; Dante ha scritto la Divina Commedia “nel mezzo del cammin di nostra vita”; Desmond Hatchett, del Tennessee, a 33 anni, nel 2009, aveva già avuto ben 39 figli!

Che cosa posso replicare io, invece, al mio orologio biologico quando i suoi rintocchi mi ricordano, inesorabilmente, che il tempo scorre velocemente e che, almeno secondo determinati calcoli, metà della mia vita è già passata?

Di certo, sto realizzando che, alla mia età, sono diventato una persona più autentica e più simile a chi ho sempre sentito di essere. Gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e dei ruggiti da ventenni mi sono sempre stati un po’ stretti: non ho mai concepito la mia vita come un eterno party per studenti Erasmus; non mi sono mai piaciute le feste tutte alcool, fumo e niente arrosto tipiche di un certo modo di concepire la giovinezza (e non solo quella, visto che tanti trentenni, quarantenni e cinquantenni si ostinano a vivere così, per sentirsi sempre rampanti e stigmatizzare la maturità che non hanno); d’altro canto, ho sempre detestato anche le manifestazioni di massa, i concerti, i meeting immensi quali la Giornata Mondiale della Gioventù, chiedendomi come mai, anche nel cattolicesimo, i giovani debbano essere sempre concepiti come una categoria a parte, quelli che amano “fare chiasso” e divertirsi, come se non ci fosse spazio per altre cose e soprattutto per quelli come me che, anche a vent’anni, non hanno mai amato stare per le strade a suonare chitarre e tamburelli. Addirittura, posso affermare che io amo “fare chiasso” (nei limiti del possibile) ora più di allora!

Mi piace la mia età perché sono autonomo, indipendente nel bene e nel male e finalmente libero di compiere le mie scelte. Mi è permesso di vivere la mia vita percorrendo la strada giusta, quella del vero, del bello, del buono, cambiando rotta se mi accorgo di aver intrapreso quella sbagliata, rialzandomi se sono caduto, riposando se sono stanco. In più – dettaglio non trascurabile – ho acquisito una discreta esperienza che mi consente di fare da “fratello maggiore” a coloro i quali vivono anni per me ormai lontani e di rianimare chi, più anziano o più giovane di me, ha perso la speranza.

Sì, alla mia età sono finalmente in grado di dare ragione della mia speranza, della mia fede, della mia felicità e della mia libertà.

Non c’è nulla di meglio che alzarsi la mattina e poter vivere un’altra giornata, positiva o negativa che sia (se vogliamo usare dei criteri di giudizio mondani), ricordando e incarnando le parole del profeta Isaia (cap. 50, vv. 4 e 5):

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato
una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.

Sì, farò così: proverò a lottare con me stesso e, con l’aiuto di Dio, a “vincere il mondo” dentro e fuori di me, senza temere, senza indietreggiare; metterò da parte la mia maledetta, orgogliosa e molesta vena polemica soprattutto qui, in questo spazio virtuale, evitando di accusare, giudicare e fare sproloqui come tanti, troppi guru della nostra epoca i quali, dai loro palcoscenici teatrali ed elettorali urlano, di fronte a spettatori infervorati e ben paganti, vacue parole di disprezzo, odio e disperazione; parlerò di cose ritenute, a torto, banali e fuori moda ed userò un linguaggio comprensibile. Questo perché il Signore mi ha fatto giungere ad un’età e maturare delle esperienze, umane e spirituali, per cui ritengo sia mio dovere, con il suo aiuto, usare la mia “lingua da iniziati” per scrivere e parlare nel modo giusto ed il mio “cuore da iniziati” per amare nel modo giusto.

Il mondo, specialmente di questi tempi, ha bisogno di speranza, di fiducia, la gente intorno a me è scoraggiata, io non lo sono! Il Signore mi ha aperto gli occhi e le orecchie ed io non opporrò resistenza, non mi tirerò indietro, darò ragione di tutto il bene che mi è stato donato. Non ho oro né ricchezze, tuttavia ciò che posseggo vale molto più di tutti i tesori e le perle preziose del mondo. E, alla fine della mia giornata, consapevole dei miei limiti, potrò rendere grazie, chiedendo che i semi di bene, sparsi nel corso del giorno che va via, portino frutto, giacché il seme sparso non viene da me e i frutti che nasceranno non sono miei.

Mi sembra davvero un bel progetto! Ne sono convinto, questo è ciò che posso fare… Alla mia età.

La casa del pane

Stamattina, appena svegliatomi, sentivo il bisogno di un buon pezzo di pane… Non di rosette, di panini all’olio, al latte, alle patate, di pancarré o di surrogati vari cui siamo abituati nelle nostre città. No, avevo voglia di pane genuino, quello delle mie parti, tipo pugliese: croccante fuori e morbido dentro, magari con un po’ d’olio d’oliva sopra, quello che sa di lavoro, di campi, di farina e di attesa paziente, di paese e di radici, di festa all’uscita da scuola, di mamma (che oggi compie gli anni!) e  di pranzo caldo che ti aspetta a casa. Non avendone nella mia dispensa, mi sono subito rifatto con dei dolciumi che ho ricevuto in dono da alcuni colleghi e amici in questi giorni prenatalizi. Il mio stomaco – e soprattutto il mio cuore – non erano, tuttavia, molto soddisfatti di ciò che avevo propinato loro: il mio corpo e la mia anima reclamavano il pane, quello vero, quello dell’infanzia e della famiglia e di tutto ciò che tali concetti significano.

Non ero per niente allegro, stamattina. La notizia di un ragazzo, uno studente lavoratore, morto per guadagnarsi cinque euro all’ora allestendo il palco per il concerto di Jovanotti (personaggio e musicista che aborro, con buona pace dei suoi estimatori) a Trieste, mi ha rattristato; il pensiero di recarmi a passare la mia intera giornata facendo un lavoro che non amo, che non mi fa sentire affatto contento di tutti i sacrifici da me affrontati nella mia vita per studiare e realizzare i miei sogni, un lavoro che comporta, tante volte, umiliazioni e ingiustizie subite solo per compiacere persone di cui non ho la minima stima, mi faceva venire voglia di tornare a letto e di restarci, anche se fuori c’era un bel sole; infine, la prospettiva della solita giungla urbana, tra resse su autobus che non passano mai, tentativi di non finire investito da macchine e scooter e orde barbariche di turisti gracchianti i quali, senza volerlo, con la loro andatura esitante e così poco romana si interpongono tra me e la mia pur non agognata destinazione; tutte queste cose rendevano il giorno che stava iniziando apparentemente indegno di essere vissuto. Tutti noi, uomini e donne, siamo accomunati dal fatto di vivere su questa terra e di affaticarci, lavorare dalla mattina alla sera, per poi comprare e mangiare un pane che non è quello vero, quello che può soddisfare non solo il nostro stomaco ma anche il nostro cuore, bensì il surrogato di ciò che in realtà desidereremmo.

Indegno… Quante volte ognuno di noi ripete questa parola a se stesso, alla propria vita, a quella degli altri e alla realtà che lo circonda? Io lo faccio troppo spesso. Mea culpa! Ciò che scrivo è indegno di essere letto; ciò che faccio nella vita è indegno di considerazione; il mio inquadramento professionale è indegno del mio curriculum; il mio stipendio è indegno della mia professionalità; tale persona è indegna della mia amicizia e io, a mia volta, sono indegno della sua; eccetera, eccetera, eccetera. Se tanto mi dà tanto, sembra quasi che io debba smettere di vivere, intrappolato come sono in questo diabolico circolo vizioso che è l’ideologia del do ut des, del riconoscimento per ciò che faccio, del diritto a qualcosa in base alle mie capacità, del lavoro per lo stipendio, dello scrivere e del vivere stesso in cambio dell’approvazione degli altri, degli stessi amici, del matrimonio e dei figli concepiti come strumento per la mia gratificazione personale e per il riempimento dei vuoti causati dalla mia solitudine, dei rapporti di qualunque genere, da quello di coppia a quello con la propria famiglia, vissuti come luogo e spazio per isolarsi da una realtà troppo triste e insicura e non come fonte di forza, coraggio, valore e amore per cambiare proprio la realtà da cui si vuole fuggire.

Una risposta a tutti questi miei farneticanti interrogativi mattutini mi viene proprio da ciò che stiamo per festeggiare in questi giorni, il Natale di Gesù Cristo, e dalla piccola città in cui questo ha avuto luogo due millenni fa: Betlemme, in Giudea. Il nome di questa località, composto da due diversi termini ebraici, significa “casa del pane” (בית =beth, casa; לחם = leḥem, pane). Curiosamente, il nome arabo di Betlemme, simile a quello ebraico, deriva anch’esso da due diversi termini, ma significa “casa della carne” (ﺑﻴﺖ = bayt o beyt,  casa; لَحْمٍ = laḥm, carne). Lo stesso nome, nelle antiche lingue sudarabiche, avrebbe il significato di “casa del pesce”. Tutte le lingue citate sono di origine semitica (per intenderci, sono detti semitici quegli idiomi, antichi e moderni, diffusi in Asia e in Africa settentrionale e orientale e di cui fanno parte l’accadico, l’aramaico, l’ebraico, l’arabo, l’amharico e altre lingue) e sono accomunate, oltre che da notevoli somiglianze grammaticali, sintattiche, fonetiche e lessicali, dal fatto che in esse un morfema – anche detto radice – di tre o quattro lettere o suoni dà origine, con l’aggiunta di prefissi e suffissi o tramite diversa vocalizzazione, a una parola. Ciò indica che, da una stessa radice di tre lettere, è possibile ricavare tantissime parole ricollegate al significato originario della radice di provenienza. Nel nostro caso, quello del nome composto di Betlemme, abbiamo due radici: b-y-t che dà origine a Bayt o Beth; l-ḥ-m che dà origine a Leḥem o Laḥm. In tutti i casi Bayt/Beth vuol dire casa, ma Laḥm/Leḥem cambia significato in base alla lingua. La risposta va ricercata nella provenienza delle popolazioni cui tali lingue appartengono. Gli ebrei, come gli aramei e le altre popolazioni semitiche nord-occidentali, vivevano nella cosiddetta Mezzaluna fertile, ovvero una vasta area tra la Palestina e la Mesopotamia in cui è possibile praticare l’agricoltura e, di conseguenza, erano un popolo sedentarizzato. La loro principale fonte di sostentamento era, dunque, il pane, insieme ai frutti del lavoro della terra. Gli arabi erano una popolazione nomade o seminomade della parte settentrionale e centrale della penisola arabica, prevalentemente desertica. Essi, dunque, traevano dalla caccia e dall’allevamento il loro principale sostegno, il che faceva della carne il loro cibo per eccellenza. I sud-arabici, infine, vivevano sulle coste meridionali della penisola arabica e il loro alimento principale era costituito dal pesce. Da ciò possiamo comprendere come mai la stessa parola, in tre lingue semitiche diverse, abbia come significato tre alimenti diversi.

Di conseguenza, è possibile notare come Betlemme non sia tanto la casa del pane, della carne o del pesce, bensì la casa del vero cibo, quello di cui non si può fare a meno, quello da cui dipende la nostra stessa sussistenza, quello senza il quale non è possibile vivere. C’è stato un momento in cui la città di Betlemme è davvero stata la casa del Vero Cibo, vale a dire quando ha accolto Gesù che nasceva in una mangiatoia (luogo da cui gli animali, e non gli uomini, traggono il proprio nutrimento). Poi, però, Gesù stesso ha detto di sé: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 51-58), aggiungendo che colui che mangerà del suo corpo e del suo sangue vivrà in eterno. Ora, noi cristiani crediamo che, nutrendoci di Cristo nell’Eucarestia, mangiamo e beviamo il suo corpo e il suo sangue, vero cibo e vera bevanda. Dunque, Betlemme non è più una cittadina della Giudea: Betlemme, la casa del Vero Pane, del Vero Cibo, siamo noi che ci nutriamo di tale Cibo! Ciò che stiamo per celebrare non è solamente il primo Natale del Signore, ma anche il preludio di ciò che sarebbe successo in seguito, quando quella mangiatoia, quel presepe, quel tabernacolo saremmo divenuti noi stessi.

Come si ricollega questo con l’indegnità di cui parlavo all’inizio? Come si concilia questa “buona novella” con la mia tristezza mattutina, con la delusione e la mancanza di fiducia nei confronti del mondo, delle persone e di me stesso? In effetti, è apparentemente inconciliabile. Come può uno come me essere Betlemme e cibo per gli altri? Certo, Gesù mi chiede di dare io stesso (e me stesso!) da mangiare al mio prossimo, ma è una responsabilità troppo grande e io ne sono, penso ancora una volta, indegno! La mia speranza, tuttavia, diventa viva più che mai quando comprendo che non sono io il Pane, ma sono solamente la casa del Pane. Il mio compito è quello di lasciare che il Vero Cibo trasformi me e la mia vita in qualcosa di nuovo, per non essere schiavo dell’ideologia del do ut des, dell’approvazione degli altri, del perfezionismo, del modo in cui il mercato ha plasmato questa società ed ha mercificato le persone, del bisogno di riempire i vuoti della mia anima con surrogati che non potranno mai veramente soddisfarne la sete di Verità. Ogni cosa diviene allora più chiara ed io posso uscire di casa la mattina senza pretendere che tutto mi sorrida, ma nutrendomi del Vero Pane e  lasciandomi, a mia volta, spezzare come il pane. Magari non sarò fragrante come una bella pagnotta appena sfornata, ma ho imparato dalla saggezza popolare della mia terra d’origine che il pane si può utilizzare in mille modi, anche se è ammuffito o raffermo: si può sempre, infatti, tagliar via la parte andata a male, continuando a usare anche solo la mollica in mille modi, o la crosta per grattugiarla; o, addirittura, intere fette possono essere abbrustolite sul fuoco e condite con olio e pomodoro, o ancora bagnate nell’acqua e insaporite in diverse maniere. La cucina italiana, tra le più rinomate in tutto il mondo, si caratterizza proprio per il saper trasformare anche gli avanzi e gli ingredienti meno raffinati in succulente ghiottonerie.

In pratica, per apprezzare la bellezza della vita – e per farla apprezzare agli altri – occorre lasciarsi cucinare, magari a fuoco lento, condire, insaporire, tagliare, spezzettare, tritare da Colui che è Vero Cibo; occorre considerare se stessi come l’ingrediente di qualcosa, magari anche solo un pizzico di lievito o di sale, per modificare completamente le categorie e gli schemi della nostra esistenza, sostituendo il concetto di carriera con quello di servizio, privilegiando quello di dono rispetto a quelli di successo e riconoscimento, abbattendo quello di denaro per far spazio a quello di Provvidenza. E’ un processo lungo, doloroso e pieno di ostacoli, ma davvero liberatorio, necessario, imprescindibile per non avere più paura di vivere, di buttarsi in un progetto, di sognare e di credere che sia possibile cambiare il mondo, lo stesso mondo che aspetta che sia proprio io a dare un contributo che nessun altro può dare, a scrivere o pronunciare parole che nessun altro può scrivere o pronunciare, a morire in un modo in cui nessun altro può morire, dando la vita ogni giorno per qualcuno. Che bello è pensare che, in un universo ricco di sapori, di profumi, di bontà e di ineffabile bellezza, il Vero Cibo, Colui che è allo stesso tempo chef e pietanza, si aspetta che io, piccolo, insignificante ingrediente, doni la giusta consistenza alla ricetta che Egli vuole preparare, come un pizzico di lievito nel pane!