Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

Goccia

Sono stata creata tanto tempo fa, non so dirti come. So che, come te, vengo dal cielo, perché è lì che sono nata. Credo siano state le tue parole – parole che venivano pronunciate dal cuore e dallo spirito, più che dalla tua bocca – a darmi una forma. Ricordo che ero come nuda, in questa nuvola immensa dall’atmosfera rarefatta. C’erano lampi, intorno a me, e tuoni, sprazzi di luce e tenebre improvvise, ma i tuoi pensieri mi plasmavano, pian piano ne ero rivestita e sentivo che cominciavo ad avere una struttura e un peso. Non ero sola, ve n’erano altre, come me. Eravamo tutte lì, colpite dai raggi di luce che facevano aumentare il nostro volume e la nostra consistenza. Sentivo, allora, che stavo cominciando a essere parte di qualcosa, ma non capivo bene di che cosa. Esisteva già da allora un progetto e io, in qualche modo, venivo formata per quello scopo. Non conoscevo, tuttavia, né il mio creatore né la creatura che avrei servito. Ero certa, però, che stavo nascendo per servire qualcuno. A un tratto, mentre i raggi delle tue parole mi colpivano e mi rivestivano di luce, ho sentito freddo, un freddo gelido. I lampi si sono fatti più intensi e i tuoni più fragorosi. Ho cominciato a sentirmi più pesante e a cadere, giù per le nuvole e giù dal cielo, come quella che tu chiami una goccia di pioggia.

Il terreno su cui sono caduta era brullo, sassoso e desertico, ma da lassù cadevano tante altre gocce come me e, insieme, siamo divenute un lago. Siamo cresciute sempre di più, abbiamo cominciato a premere sulla roccia, per spaccarla e cambiare la superficie del terreno. E’ stato uno sforzo grandissimo e ha richiesto molto tempo e grande dolore. Sono divenuta simile all’acqua per permeare tutto quel terreno su cui ero caduta e verso il quale le tue parole e il mio creatore mi avevano mandata. Pur avendo ricevuto forza e potenza per scavare intere valli, riempire conche, creare laghi e mari mentre rimanevo sulla superficie, dove nulla sembrava potermi resistere, quando, invece, ho provato a entrare in profondità, ho capito che tutta la mia forza era inutile senza la costanza e la pazienza. Allora, da oceano, lago e fiume che ero diventata, ho cominciato a scavare come goccia, per penetrare nella roccia. E’ lì che ho realizzato la mia opera più grande, anche se nascosta agli occhi di tutti: giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ho scavato, ho plasmato, ho riempito ed ho creato. Dove era solo roccia, ho disegnato stalagmiti, stalattiti, canali, grotte, pertugi, collegando la superficie con il sottosuolo, i fiumi esterni ai fiumi interni, i laghi superiori ai laghi inferiori. Sono arrivata, da goccia, dentro le montagne, oltre le pianure; ho fecondato la terra, ho fatto germogliare il seme, fiorire il fiore e aprire il frutto; ho dissetato, da goccia, quanto di più piccolo esiste nell’universo e ho portato la vita poco a poco, laddove troppa acqua avrebbe fatto solo del male, perché caduta tutta insieme.

Così, il terreno desertico è rifiorito, le valli si sono riempite, le colline abbassate; sono nati prima piccoli ciuffi d’erba, poi fiori, poi arbusti, alberi e poi intere foreste. In quel terreno si è rifugiata ogni specie di creatura, attratta dall’abbondanza di frutti, dalla quantità di forme di vita presenti e dall’amenità del paesaggio. Quanto, però, quel terreno ha dovuto soffrire mentre lo spaccavo, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia! Quanto io stessa ho dovuto faticare e pazientare scavando, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. Finalmente, arrivata nel cuore della roccia, ho scoperto il fuoco e me ne sono innamorata… Era così bello, caldo e selvaggio, così diverso da me, così incontrollabile! Lo amavo, ma non potevo lasciarlo libero di sfogarsi senza arginarlo, avrebbe bruciato, coprendolo di lava, tutto ciò che avevo plasmato con fatica e con dolore. Così, l’ho arginato, gli ho fornito degli spazi attraverso cui esprimere la sua potenza creativa, insegnandogli a lavorare insieme a me per edificare e non per distruggere. Insieme, abbiamo realizzato sorgenti e geyser, reso fertile il terreno, riscaldato e dato la vita. E’ stato quello stesso fuoco che mi ha reso sempre più leggera, spingendomi su, e ancora su, verso la luce, verso la superficie e oltre. Così trasformata, sono risalita in cielo e, nel farlo, ammiravo la bellezza di tutto ciò che avevo contribuito a creare, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

A te sembro solo una goccia, ma in realtà io sono la tua Preghiera. Come ti dicevo, vengo dal cielo come te. Abbiamo lo stesso creatore, anche se Egli mi ha rivestita di te, dei tuoi sentimenti, delle tue parole, delle tue richieste e dei tuoi desideri. All’inizio ero piccola come goccia, come tutte le preghiere dei figli dell’uomo. Nonostante ciò, sono diventata un mare quando sono caduta sul terreno. Il terreno eri tu e il mare tutte le preghiere fatte da te e per te. Quando ti ho visto per la prima volta eri brullo, secco, desertico. Avevi perso ogni traccia di vita e in te c’era solo desolazione. Le suppliche dei tuoi cari per te mi hanno dato la forza di riportare acqua nella tua vita e di nutrire la tua terra. Io, la Preghiera, ti ho ridato vigore, freschezza, colore; ho reso il tuo aspetto nuovamente bello. Per cambiarti dentro, però, ho avuto bisogno di molto più tempo e di tutta la tua collaborazione. La tua insistenza e la tua costanza mi hanno dato il potere di arrivare là dove il mare è troppo grande per entrare e i fiumi troppo impetuosi per poter scorrere. Goccia dopo goccia, con pazienza, fatica e dolore, ho scavato dentro di te, spaccato la dura roccia intorno al tuo cuore, mi sono fatta spazio al tuo interno come nuova linfa e ti ho permeato di me. Ti ho reso un gioiello e non c’è una sola parte del tuo mondo dove io non sia arrivata e non abbia creato qualcosa di nuovo. Quando sono giunta al tuo cuore, ho scoperto la passione che vi ardeva come fuoco: bella, selvaggia, distruttiva se incontrollata. Io, che invece sono fatta di pazienza e dedizione, mi sono innamorata di quell’ardore che vedevo così diverso dal mio modo di essere… La tua passione è, tuttavia, pericolosa. Come lava, rischiava di erompere fuori dal sottosuolo come in un’eruzione. Tutto rischiava di essere distrutto e il tuo terreno sarebbe rimasto, ancora una volta, desolato. Ti ho trattenuto, educato e insegnato a controllare il tuo fuoco dirigendo la tua energia nella giusta direzione e senza esagerare. Abbiamo unito le nostre forze e messo insieme passione e costanza, ardore e pazienza, finché il nostro amore non ci ha permesso di cambiare tutto il tuo essere e di renderlo aperto al nostro creatore, che ti chiamava a partecipare alla sua opera: anche tu, con me, eri destinato a creare qualcosa. Allora hai usato me per arrivare fino al cielo, rendendomi leggera con il tuo calore, spingendomi sempre più su, finche sono uscita da te, come una lacrima, ma sempre goccia, che solcava il terreno del tuo viso. Come l’ho amato in quel momento! Guardavo le tue montagne, le tue valli, la bellezza che ti era stata restituita e che ora volevi condividere, mentre mi staccavo da te, librandomi verso il cielo e tornando fra quelle nuvole dove ero nata, pronta a nutrirmi ancora dei tuoi pensieri, dei tuoi desideri e delle tue richieste. Sapevo nel mio cuore che non sarei più tornata da te, ma che il nostro creatore mi avrebbe mandata, per tua richiesta, a cambiare e a rinnovare un altro terreno inaridito che aspettava di recuperare l’antica bellezza.

Per questo prenderò ancora la forma di goccia, per ricordare a te e ad ogni figlio d’uomo, piccole gocce d’universo, troppo minuscole per essere riempite d’un colpo dell’oceano d’amore del tuo creatore, che anche voi, come gocce, potete insieme a me, con pazienza e costanza, spaccare montagne, riempire vallate, far rifiorire le steppe inaridite della vostra esistenza e delle vite che sarete chiamati a benedire.

DNA (Apologia della vita)

“Mamma”, sussurra il bambino tenendosi stretto sul petto della madre, “ho visto in tv che si può condannare un uomo al carcere a vita, o addirittura a morte, perché, sul luogo di un delitto, è stato trovato il suo DNA. Non capisco… Mi spieghi che cosa significa?”.

“Non è facile da spiegare, bambino mio”, risponde la mamma, “tu sei troppo piccolo per capirlo ed io troppo inesperta per riuscire a fartelo comprendere. Tuttavia, ci proverò. Il DNA è una parte piccolissima del nostro corpo, talmente piccola che non è visibile ai nostri occhi. Eppure, in essa è contenuta la mappa di ciò che noi siamo. Ognuno di noi ha dentro di sé un codice che lo contraddistingue e che rende il suo corpo unico al mondo! La cosa speciale, poi, è che questa mappa non cambia mai: rimane identica dal momento in cui veniamo creati a quello in cui moriamo. Essa fa sì che il nostro corpo produca delle cellule che poi si specializzano e fanno sviluppare i tessuti, gli organi, la pelle, i capelli, tutto ciò che forma il nostro organismo. Inoltre, è proprio grazie al DNA che ogni parte del nostro corpo sa ciò che deve fare, dalla più grande alla più piccola. Pensa che magia!”.

“Va bene, ma che cosa c’entra questo con CSI?”, risponde il bambino, sfuggendo all’abbraccio della madre che era sicura di aver soddisfatto la sua curiosità. Egli, nondimeno, la guarda con aria perplessa e minacciosa, il piccolo volto imbronciato e le braccia conserte.

“Che cos’è CSI? Non stavamo parlando di DNA?” riprende la madre, attonita di fronte al nuovo acronimo che non riesce ad identificare.

“Mamma, ma sei proprio fuori dal mondo! CSI è un telefilm in cui i buoni riescono a prendere i cattivi che uccidono le persone, proprio grazie alla magia del DNA! Loro vanno nel posto dove qualcuno è stato assassinato, analizzano tutte le tracce con degli apparecchi supermegatecnologici, quasi come la mia XBox, e poi riescono sempre a trovare il colpevole dicendo: ‘Abbiamo il DNA’. E’ così che fanno a Las Vegas, ma anche a New York e a Miami. Lo fanno anche qui da noi?”.

“Chi ti ha detto che puoi guardare queste cose in tv?” ribatte la mamma, sempre più confusa. “Non eravamo rimasti d’accordo che saresti andato a letto dopo aver visto soltanto un po’ del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi? Questi programmi sul crimine ti fanno venire strane idee! Comunque, sappi che la magia del DNA la fanno anche qui da noi, in Italia, ed anche all’interno dei nostri programmi televisivi si possono vedere i buoni prendere i cattivi grazie a tale prodigio. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, il DNA si trova in ogni cellula del nostro corpo, anche la più piccola. Lo si può scovare persino in un capello, in una goccia di sangue, in un piccolissimo frammento di pelle, nella saliva. E’ così che i bravi poliziotti riescono a catturare i criminali: individuano una piccola traccia da essi lasciata e riescono a risalire alla loro identità”.

“Oh!”, esclama meravigliato il piccolo. “Quindi da un pezzettino piccolissimo di me riescono a sapere chi sono? Come fanno? Sanno anche che sono maschio, chi sono la mia mamma e il mio papà e che ho un cane?”.

“Beh, tesoro mio, che hai un cane proprio no, però che sei un maschietto e che io e papà siamo i tuoi genitori possono saperlo eccome”, afferma compiaciuta la mamma, sperando di porre fine a quell’intricata conversazione.

“Mamma, quindi la mia mappa del DNA resta uguale per sempre? Voglio dire, da quando sono piccolo piccolo nella tua pancia fino a quando divento grande e forte come papà?” chiede il bimbo, ancora insoddisfatto.

“Certo, caro. E ti dirò di più: quando mamma e papà si sono voluti così tanto bene da decidere di farti nascere, una mia cellula piccolissima, contenente una parte del mio DNA, si è unita ad una cellula altrettanto piccola di tuo padre, che portava, invece, la sua mappa del DNA. Insieme, queste hanno formato una cellula e una mappa completamente nuove, anche se da esse si può capire di chi sei figlio. Dunque, dall’istante stesso in cui la tua piccola cellula si è formata, la mappa di ciò che il tuo corpo è e diventerà negli anni rimane identica per tutta la vita”.

“Quindi il DNA è una persona?”, continua il piccolo.

“Non è proprio una persona, ma la identifica, la distingue da tutte le altre”.

“Non capisco, mamma”.

“Che cosa non capisci?” chiede la mamma.

“L’altra sera, in tv, c’era una signora di nome Emma che diceva che tutte le donne hanno il diritto di abortire perché il corpo è loro e che i bambini prima di nascere sono feti o embrioni, non li si può chiamare bambini. Non conoscevo il significato delle parole “abortire”, “feto” ed “embrione”, quindi le ho cercate su Google e ho visto anche dei video su Youtube che mostrano come avvengono questi aborti. E’ davvero una cosa brutta, mamma. Tu l’avresti fatto a me?” fa il bambino, con aria triste e tenera.

“No, certo che no, non l’avrei mai fatto a te”, s’agita la mamma. “Comunque, è ora di mettere dei limiti in questa casa! Dove hai visto questi video e queste porcherie? Da chi ne hai sentito parlare?”.

“L’altro pomeriggio, papà si è addormentato davanti al televisore, tu stavi lavando i piatti e io mi annoiavo. Così, mi sono collegato ad internet e ho cercato le cose di cui avevo sentito parlare qualche sera fa a Porta a Porta”.

“Tuo padre mi sentirà”, sentenzia la madre, indignata. “Per un momento che lo lascio solo con te, lui che fa? Si addormenta! E dire che gli avevo raccomandato di tenerti buono per un po’… Mi aveva detto che ti portava in salotto a vedere Uomini e donne, così stavo tranquilla”.

“Sì, ma mamma… C’è una cosa che proprio non capisco: se questo DNA è così importante da far condannare a morte gli assassini, se, come dici tu, identifica le persone perché si trova anche nelle parti più piccole del nostro corpo e se i bambini ce l’hanno da quando sono cellule piccole piccole nella pancia delle loro madri, perché quella signora diceva che essi non sono persone? Perché li fanno a pezzi e poi li buttano via come spazzatura? Hai appena detto che anche in loro c’è il DNA, quindi anche loro sono persone! Se questo basta, in un processo, per capire se qualcuno è colpevole di aver ucciso qualcun altro, perché non basta a dire che quei bambini, o feti, o embrioni, come ha detto la signora Emma, sono persone come noi e non meritano di essere trattati così, visto che, a differenza di quello degli assassini, il loro DNA non ha fatto del male a nessuno?”.

“Non lo so, bambino mio… Proprio non lo so”.

Ebreo errante

Rieccomi a scrivere dopo un periodo di vacanza dal lavoro, dal computer, da internet e dalla città.

Come ogni anno, trascorro le festività natalizie nel profondo sud, dove non esistono autostrade, né aeroporti, né stazioni ferroviarie, né turisti, né luci sfavillanti, né rumori, né clamori. Tutto appare lontano e distante, la notte è più scura, il giorno più luminoso, il sole più abbagliante e le stelle più brillanti; il freddo è più pungente e il caldo più intenso; i contorni e i colori sono più definiti e i sapori più decisi. E’ la terra dei contrasti. Si ha l’impressione di vivere in un mondo a parte, benché ci si trovi solo a poche centinaia di chilometri da Roma.

Mi piace, di tanto in tanto, vagare per i vicoli del borgo antico, dove ho trascorso i miei primi anni, alla ricerca degli odori e dei suoni perduti della mia infanzia… Perduti, sì, perché ormai quasi più nessuno vive nelle antiche case ammucchiate sulle stradine strette, una volta brulicanti di vita, di bambini, tra cui ero anch’io, che giocavano a nascondersi e a rincorrersi, di vecchiette sedute al sole a ricamare e a chiacchierare, di piccole auto, come la 500 rossa di mia madre, o di Ape Piaggio che rombavano e si districavano agilmente tra le strettoie, segnalando il loro arrivo con il clacson o semplicemente con il suono scoppiettante del motore che a me sembrava quasi una musica. C’erano anche banditori, venditori, asini che portavano in groppa i contadini di ritorno dal lavoro nei campi. Le porte, ormai sprangate, una volta erano costantemente aperte sui vicoli e da esse si spargevano mille odori, dal ragù della domenica, alla salsiccia di maiale, alla cipolla soffritta, ai peperoni arrostiti sul fuoco.

Che cosa ne è, ora, di quel mondo incantato? La casa della mia infanzia è ora là, abbandonata, i muri scrostati e i vetri infranti, in attesa di qualcuno che torni a vivere tra le sue pareti cadenti. Di molte vecchiette che conoscevo e che, alcune volte, facevo impazzire con i miei scherzi di bambino impertinente, ora non resta che una piccola foto su una lapide nel cimitero locale, divenuto ormai più popolato del paese dei vivi cui appartiene. Questo è il destino di chi nasce e cresce in questa parte d’Italia in cui, come qualcuno ha detto e dice ancora, Cristo non è arrivato: vivere una vita tranquilla, molte volte schiava del conformismo, del clientelismo e della corruzione che uccidono qualsiasi tentativo di far rifiorire una civiltà in letargo da secoli, una vita segnata dal servilismo nei confronti di chi, in cambio di un voto, procura un posto di lavoro stabile e sicuro e verso cui si resterà debitori a vita, come di un padrino, o “compare”, che da queste parti conta quanto e più di un genitore o un fratello. L’alternativa è l’emigrazione o la morte!

Personalmente, non sono e non sono mai stato un cantore della “meridionalità”, un appassionato e nostalgico difensore dell’orgoglio del sud contro l’invasore padano. Ritengo, infatti, che ognuno sia responsabile delle proprie scelte di fronte a se stesso, a Dio e al mondo di cui fa parte.

Da parte mia, ho scelto di andarmene, non per disprezzo verso il mondo da cui provengo, ma per la promessa di un futuro migliore, libero dai condizionamenti e dai pregiudizi di una realtà feudale, lontano dall’ingombrante certezza di beni materiali e di rapporti umani ai quali essere devoto come nei confronti di un dio reclamante sacrifici che Dio stesso a me non ha mai chiesto, non più schiavo di un ruolo già scritto che avrei dovuto recitare per tutta la durata della mia esistenza, al di là degli schemi precostituiti che ostacolavano la libera espressione del mio pensiero. Non condanno chi è rimasto e non voglio certo accusarlo di mancanza di personalità, di libertà o di dignità. Tutt’altro! Semplicemente confesso che io non sarei stato una persona libera, qualora fossi rimasto. Per estensione, inoltre, oserei dire che il mio “sud”, che ho lasciato per divenire un emigrante e trovare una terra promessa in un altro luogo, è un concetto non solamente geografico e territoriale: esso rappresenta il mio passato, l’uomo che ero, con le sue schiavitù, i suoi sogni limitati, la sua intelligenza e i suoi talenti prigionieri del desiderio di affermazione e di riscatto. Non ho lasciato solo l’Italia meridionale e il mio paese d’origine, ho abbandonato la persona che credevo di essere, le catene che mi tenevano prigioniero, le ambizioni che mi soffocavano, per divenire un ebreo errante, come Abramo.

Ero stanco di sentirmi un albero secco e di pensare che la mia vita sarebbe finita con una foto su una lapide in un piccolo cimitero senza prima aver portato un frutto duraturo. Mi chiedevo che senso avesse la vita, per un essere umano, se alla fine la morte distruggeva ogni speranza con il dolore della separazione, dell’annientamento, della putrefazione. Ricordavo le discussioni, da ragazzo, in classe nell’ora di filosofia: “se l’essere è, non può entrare in contraddizione con se stesso, non può non essere più”. Sentivo che io esistevo, che ero qualcuno, mi ostinavo, e mi ostino ancora, a credere che la vita non sia destinata a finire su questa terra: se sono figlio di Dio, “Colui che è”, se è da Lui che vengo, come posso non essere più, cessare di esistere? Allo stesso modo, ero consapevole che, affinché la mia esistenza davvero non finisse ma, al contrario, desse origine ad altre vite, dovevo cambiare, lasciare la mia terra e i miei beni e recarmi in un’altra terra, dove scorrono latte e miele, ma anche sangue e fiele, e in cui, nonostante la mia incapacità di dare la vita, avrei dato origine ad una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare, una terra in cui sarei finalmente potuto “essere”.

Da allora, ho abbandonato, come Abramo la sua Ur dei Caldei, la mia patria, in senso geografico, spirituale, affettivo, uccidendo dolorosamente ogni giorno l’uomo vecchio che ero perché, attraverso la sua morte, Dio faccia sgorgare linfa vitale per l’uomo nuovo che deve nascere e crescere; ho tagliato rapporti, intessuto nuovi legami, smussato angoli, costruito ponti dove era necessario ve ne fossero e ne ho abbattuti dove, invece, non dovevano esservene; ho gettato reti e raccolto e tenuto ciò che era buono, abbandonando ciò che non lo era; ho volato e navigato lontano, per cercare in ogni posto un mattone da aggiungere alla nuova costruzione cui volevo dare origine; ho curato le vecchie ferite, laddove era possibile farlo, fasciando quelle che non era possibile guarire in quel momento, in attesa di trovare chi fosse in grado di sanarle per sempre, senza mai fermarmi e mai stancarmi.

Alla fine, ho trovato quello che cercavo e ho scoperto chi sono. Questo mi dà la forza di continuare la mia opera di distruzione e ricostruzione.

Ogni tanto, mi fermo ancora a guardare il mio passato, la mia infanzia, l’uomo vecchio: molte rovine sono ancora lì, a volte dentro di me, a tormentarmi e a regalarmi qualche notte insonne. Tuttavia, il fatto di averle abbandonate e destinate all’abbattimento mi consola e questa nuova consapevolezza trasforma il dolore e la nostalgia in tenera malinconia, prima, e, successivamente, in affettuoso distacco: io non abito più là.

Per concludere, ricorro anche qui, come in precedenti riflessioni, alla filologia ebraica e semitica ed alle Sacre Scritture affinché siano esse ad aiutarmi nell’esprimere ciò che desidero: Abramo, capostipite degli ebrei e nostro padre nella fede, lasciò, per ordine di Dio, la sua terra, Ur dei Caldei, in Mesopotamia, e il suo popolo d’origine, gli aramei, per divenire un “ebreo”, che significa letteralmente persona di passaggio, errante. La radice del termine indica, nelle sue diverse accezioni, sia il passato (anche quello di un verbo) che colui che passa. Nella forma arcaica della lingua ebraica, invece, la radice del nome di Dio, Yahwé, indica non solo Colui che è, ma Colui che fa essere. In un certo senso, il Signore chiama Abramo e tutti noi a divenire persone radicate in Lui, non più nelle nostre misere certezze quotidiane, fatue e passeggere come l’erba del campo.

Agli occhi del mondo, sembrò che Abramo fosse pazzo, che abbandonasse le proprie sicurezze per divenire un emigrante, un vagabondo. Agli occhi di Dio, invece, Abramo divenne un uomo radicato nella fede in Lui e il Signore glielo accreditò come giustizia, come dice San Paolo, e lo benedisse, facendolo diventare, a sua volta, un suo strumento di benedizione. Abramo, uomo vecchio e senza figli, non trasse più la sua esistenza dalle cose che possedeva, bensì da Dio e, come Lui, divenne “colui che fa essere”, poiché diede origine ad una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare.

Desidero essere come Abramo e divenire figlio di Dio, per trasformarmi in “colui che fa essere”, che dà la propria vita agli altri perché questi ne abbiano in abbondanza (ovviamente una vita che ricevo e che non viene da me). Ho cambiato patria e nome, come Abramo, e, come lui, voglio chiamarmi “padre di moltitudini”, perché il mio scopo non è più quello di fermarmi a piangere sugli spiccioli e sulle rovine del passato, ma andare avanti verso la terra promessa, la vita eterna, l’essere e il far essere.

Lettera di un Abramo del 2011 al suo bambino

Caro figlio,

Anche se non sei ancora venuto al mondo, ti scrivo questa lettera perché mi è stato annunciato che un bambino nascerà per me, mi sarà donato un figlio. All’inizio non ci credevo e ho riso. Poi l’incredulità ha lasciato spazio alla speranza e la speranza alla fede.

Prima di dirti ciò che vorrei, desidero, tuttavia, dedicarti una poesia ebraica, musicata da una cantante che a tuo padre piace molto, l’israeliana Noa:

Uri

Se avessi un figlio, un bambino piccolo,

vispo e dai riccioli neri,

Lo condurrei per mano a passeggio

per i sentieri del giardino.

Il mio piccolo!

Lo chiamerei Uri, Uri mio!

Quant’è dolce e chiaro, questo piccolo nome,

come un barlume di gioia per il mio bambino!

Lo chiamerei Uri, sì, Uri.

Ma sono ancora sterile come Rachele,

Sto ancora pregando come Anna a Silo.

Lo aspetto ancora, lo aspetto.

Lo aspetterò.

Devi sapere che qualche anno fa, quand’ero un po’ più giovane e nacque tua cugina, figlia di mia sorella, cominciai a sentire un gran desiderio di paternità. Lo confidai, allora, a una persona che conoscevo, donna in carriera, diventata madre a quarant’anni perché prima era troppo occupata, la quale mi consigliò di dedicarmi quanto più potevo al lavoro, al successo e alla realizzazione dei miei progetti e delle mie ambizioni professionali, non facendomi condizionare dal mio “orologio biologico” – questa è l’espressione che usò – che rischia di compromettere la vita di tutte le povere giovani vittime che, a una certa età, già prima dei trent’anni, cominciano a sentire il desiderio di costruirsi una famiglia, di amare qualcuno e avere dei figli con quella persona. Dio ce ne scampi! Come si può pensare di limitare i propri sogni e il proprio “io” perché venga al mondo qualcun altro?

E’ buffo, ma fino ad allora la pensavo esattamente come lei e, viaggiando in continuazione, cambiavo continuamente città, Paese e lavoro, cercando sempre l’occasione buona per avanzare da un punto di vista professionale ed economico, per essere il migliore fra i migliori, il numero uno. Poi, un profeta mi disse che, da uomo, non ero chiamato ad essere schiavo dell’ansia di correre dietro a desideri sempre più irraggiungibili (in questo mondo in cui tu nascerai non si è mai contenti di nulla e si è sempre in crisi), ma che, al contrario, dovevo iniziare a comportarmi da padre, per poi essere pronto a diventare un genitore. Che cosa voleva dire questo? Non era facile da capire, anche perché, come ad Abramo, mi veniva chiesto di lasciare tutto ciò che conoscevo, le mie certezze, le mie ambizioni, la mia vita di cui io ero il protagonista assoluto e l’unico architetto! Il profeta mi ripeteva che tutte queste cose non erano che briciole, che avrei potuto avere mille volte di più, se solo lo avessi voluto, ma dovevo smetterla di vivere per me stesso. Bella faccia tosta! Chi era costui per dirmi che cosa dovevo fare della mia vita? E poi, che cosa mi si offriva in cambio delle mie “briciole”, che a me, invece, sembravano così importanti?

Devi sapere, figlio mio, che oggi il mondo non è più quello del nostro antenato Abramo: ora possiamo decidere come vivere la nostra vita senza dipendere dalle stagioni, dalla siccità, dai capricci della natura. Oggi abbiamo frutta fresca a volontà da tutto il mondo, beviamo acqua liscia, gassata, altissima, purissima, dietetica, povera di sodio, ricca di minerali, al sapore di frutta, ascoltiamo musica per strada e ci inviamo messaggi, post, tag, tweet. Come ci viene ripetuto in continuazione, siamo nell’epoca della tecnologia, della libertà, del motto “è tutto intorno a te”, del sesso libero in ogni sua forma, degli acquisti online, delle consegne a domicilio, della morte assistita e “dolce”… Siamo noi che scegliamo, come cittadini, se essere maschi, femmine o transgender; tutti siamo in grado avere vite virtuali, preferendole molte volte a quelle reali. Vi è, inoltre, una grande attenzione per le tematiche relative all’ambiente, alla salvaguardia della natura, delle piante e degli animali. Se oggi, come il nostro antenato Abramo, io decidessi di andare a caccia o a pesca, di ammazzare un agnello per accogliere degli ospiti o di sacrificare un toro per una cerimonia, susciterei la pubblica indignazione e vi sarebbe una sollevazione generale! Tutti sarebbero scandalizzati, si straccerebbero le vesti e mi darebbero del bruto, dell’insensibile e dell’incivile. Se, invece, caro bambino mio, io e tua madre sacrificassimo te, in nome della nostra libertà, della proprietà del nostro corpo, del diritto a gestire liberamente la nostra esistenza, la nostra carriera e le nostre relazioni sentimentali, se decidessimo di farti a pezzi prima della tua nascita, raschiandoti ed aspirandoti come un pezzo d’intonaco da una parete che si vuole ritinteggiare, oppure, dopo la tua nascita, ti trascurassimo perché dobbiamo vivere la nostra vita, realizzare le nostre aspirazioni e fare le nostre esperienze, questo sarebbe considerato non solo legittimo, ma anche auspicabile, indicherebbe addirittura che la società si è evoluta! Tempo fa, infatti, ascoltavo in radio i risultati di una ricerca dell’Unione Europea sull’emancipazione femminile e il nostro Paese risultava arretrato perché molte donne preferiscono ancora sacrificare la propria carriera per essere madri più presenti; e si trattava di un sondaggio sulla volontà delle donne, non sulla presenza o meno politiche sociali volte a migliorare l’occupazione femminile. Evidentemente, questo non è considerato, nel nostro modernissimo continente, un diritto o una decisione presa nella più totale autonomia, mentre il contrario lo è.

Da un certo punto di vista, il fatto di godere di tutta questa apparente libertà e, nello stesso tempo, di sentire che non si è veramente responsabili nei confronti di nessuno  – perché, in fondo, la vita va vissuta andando “al massimo, a gonfie vele”, divertendosi finché è giovani e senza rimpianti – mi spingeva a pensare che avrei avuto ancora tanto tempo per desiderarti e per prepararmi bene affinché tu trovassi un ambiente ricco d’amore e di stabilità ad accoglierti  nel momento in cui fossi venuto al mondo. D’altra parte, tuttavia, il non condividere questa mentalità, il credere ancora che ci siano dei valori assoluti ed il rifiuto di pensare che il fine ultimo della vita sia quello di godere dei piaceri terreni – pur avendo provato, nella mia giovinezza, grande divertimento e grande piacere in ogni cosa, senza la necessità di ubriacarmi o drogarmi – perché sono convinto che questo mondo non sia che l’anticamera della nostra vera esistenza, mi hanno fatto sentire poco adatto a diventare padre, sentendomi fuori moda, poco “cool” e, di conseguenza, poco divertente per un figlio, nonché poco attraente per un’ipotetica moglie.

A che cosa sarebbe servito, dunque, abbandonare le mie certezze e le mie “briciole” per diventare padre e prepararmi a diventare genitore? Che cos’avrei avuto in cambio?

Innanzitutto, posso dirti che ho compreso che desiderarti è un bene, ma averti non è un diritto! Crescere un figlio vuol dire avere a che fare con un’altro essere umano, unico e complesso: il bambino diventerà un uomo e la bambina una donna. Ti sembrerà strano, ma questo non era ovvio per me! Tante persone provano tenerezza e affetto per i bambini, finché questi sono piccoli, ma altrettante – me compreso – non riescono sempre a rendersi conto che poi quei cuccioli irresistibilmente teneri e delicati crescono e diventano ribelli, autonomi, reclamano il loro spazio e in alcuni casi sfuggono dal nostro controllo, finendo nel tunnel della droga, della disperazione, della contestazione a tutto quanto suoni come “regola”, del libertinaggio. Molte volte mi sono chiesto come facciano quelli che sono già genitori a continuare ad amare degli ex bambini che diventano anarchici, tossicomani, ladri, assassini, maleducati, black block, o, semplicemente, adulti! Non avevo capito che, evidentemente, è proprio quando una persona è adulta che la si può amare davvero, divenendo adulti noi stessi.

Rinunciare alle mie certezze, allora, significa rinunciare ad essere un bambino che pretende di affermare se stesso e di monopolizzare su di sé l’attenzione degli altri, che vorrebbe essere sempre padrone della propria vita e di quella degli altri, che fa i capricci ogni qualvolta la vita e le persone non gli danno quello che egli vorrebbe.

Se un giorno tu nascessi, e quindi io avessi un figlio, anch’io, come nella poesia, vorrei portarti a spasso per il giardino, sentire che mi ami, che desideri la mia protezione, che sono il tuo eroe… Per te imparerei a giocare a calcio, tollererei cose che ora non tollero, cercherei di essere un uomo migliore. So, tuttavia, che questo non basterebbe. Dovrei insegnarti a essere felice anche nei momenti tristi, ad avere speranza anche quando il mondo ti dice che speranza non ce n’è, a credere anche nei momenti in cui sembra non vi sia alcun Dio. Per farlo, devo diventare un padre prima che tu arrivi nella mia vita, imparando ad essere padre per altri figli, incarnando nella mia vita ciò che vorrei trasmettere a te: dovrò comportarmi da uomo per insegnare a te a diventare un uomo; dovrò sperare per dimostrarti che cos’è la speranza, pregare con te per insegnarti cosa sia la preghiera, amare per mostrarti che cos’è l’amore.

Al momento, può sembrare che anch’io sia ancora sterile come Rachele, Abramo e Zaccaria, perché non ti ho ancora avuto e non so se mai ti avrò, benché ci speri e ci creda. Tuttavia, se mi guardo intorno, scopro che posso essere padre per tante persone che hanno bisogno di me e mi accorgo di essere già diventato, come Abramo, padre di moltitudini. Non so se mai ci conosceremo, ma, se un giorno nascerai, mi troverai qui ad aspettarti. Mi sto già allenando alla palestra della paternità per insegnarti non solo a giocare a pallone.

 

Con amore

Tuo padre

Haiti piange

(scritto dopo il terremoto di Haiti)

Come le madri la notte della strage degli innocenti, come le donne giudee discendenti di Rachele e Giacobbe, Haiti piange i suoi figli e non vuole essere consolata, giacché essi non sono più.
Io, invece, sono ancora qui. E’ notte e mi chiedo il perché. Perché sono ancora vivo? Perché non il mio mondo, i miei affetti, la mia casa sono stati distrutti? Perché non mi sono svegliato io, una mattina, senza trovare intorno a me nient’altro che macerie? Sono forse io migliore di tanti innocenti, più utile a Dio di tanti suoi servi che sono andati a morire laggiù per dar da mangiare agli affamati, aiutarli a costruire un Paese più giusto, portare loro una parola di conforto e diffondere il Verbo di Dio? No, assolutamente no… Eppure sono qui e, confuso tra angoscia, senso di colpa, preoccupazione e gratitudine, ringrazio Dio perché sono vivo, pur con i miei limiti, le mie mancanze, la mia povertà umana e spirituale; ma amo la mia vita, la amo così com’è e amo Dio perché me l’ha data. Mi sento proprio come quella cananea che mendicava l’aiuto di Gesù, sapendo di non esserne degna, di essere come quei cagnolini per i quali non è lecito togliere cibo ai padroni ma che, avendo fame, girano intorno alla tavola dei loro padroni e si saziano delle briciole che ne cadono.
Dio su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido, ho sperato, ho sperato in Lui, anche quando dicevo di essere troppo infelice, ed Egli mi ha esaudito. Eppure, non so che cosa rendergli per quello che mi ha dato, mi sento talmente piccolo da aver paura di perdere quelle briciole che costituiscono, nella mia ottica, la certezza della mia esistenza: casa, affetti, auto, lavoro. Sono talmente grato a Dio di avermi dato queste cose da dimenticarmi ciò che è più importante: “uomo infimo, vermiciattolo di Giacobbe, non sei nessuno perché Dio si curi di te” – mi dico – “e ti attacchi anche a quanto vi è di più futile! Hai paura di perdere le quattro mura in cui torni quasi esclusivamente a dormire – e che potrebbero crollarti addosso da un momento all’altro – dopo aver passato tutto il giorno a lavorare: non ti ha forse promesso Dio un Regno intero? Dunque, ti meravigli che ti doni anche un posto dove poggiare il capo? Non ti ha forse ricolmato il tuo Signore di ricchezze molto più durature e appaganti di quegli oggetti di cui ti circondi e di cui, a volte, ti prendi cura quasi fossero più importanti dei tuoi fratelli? Non è forse venuto il tuo Redentore a morire per te, per darti la vita eterna? Perché, allora, continui a stupirti del fatto che respiri? Rimani, piuttosto, attonito di fronte al mistero della tua vera essenza, quella di figlio di Dio, di erede del suo Regno, di membro del suo Corpo. Anziché chiederti il perché sei ancora vivo, da’ la tua vita, offrine ogni soffio, ogni istante, vivila! Non sprecare il tempo che ti resta, accetta i doni che Dio ti ha riservato e servitene, falli fruttare, diventa tu stesso dono per gli altri, benedizione per chi si sente maledetto”.
La vita, i sogni, i progetti, gli affetti non sono un diritto, ma una grazia, un regalo che ci è stato fatto e che non abbiamo meritato più di quanto altri, che hanno perso tutto, non meritassero.

Che cos’è l’uomo perché Dio se ne curi? Non siamo di certo superiori agli angeli, eppure siamo stati rivestiti d’onore e di gloria, tutti, nessuno escluso. Proprio per questo, di fronte a disgrazie di dimensioni immani come quella di Haiti, dovremmo realizzare che tutto ciò che abbiamo non è perenne, ma non perché non sia bello o importante, semplicemente perché siamo stati destinati a qualcosa di ben più grande, che non finirà mai. Immagino quanti, in questo momento, si stiano chiedendo come mai Dio, il Padre celeste, colui che ci assicura protezione, riparo sotto le sue ali, rifugio dalla tempesta, permetta che i suoi figli periscano in un modo così orribile. Alcuni potranno persino domandarsi quanto fossero peccatori i nostri fratelli vittime di una tale ecatombe. Di certo, credo, non più di noi. Nel Vangelo, in occasione di una terribile disgrazia, ovvero il crollo di una torre in costruzione che aveva travolto e ucciso numerose persone che stavano lavorando alla sua edificazione, così come davanti al cieco nato, Gesù aveva risposto, a chi lo interrogava su quali peccati dovessero scontare coloro che erano stati colpiti da tali drammi, che non era per una punizione che queste cose erano avvenute, ma perché si realizzasse la volontà di Dio. Volontà di Dio? Un maremoto? Uno tsunami? Un incidente? La perdita di una persona cara? E’ difficile da spiegare, ma non posso che tornare a sperare in Dio e meditare le parole di San Pio da Pietrelcina, che definiva la Volontà di Dio come un merletto o un ricamo che viene guardato dal basso da un bambino: il lavoro appare quantomeno confuso, il tessuto informe, il ricamo senza senso. Guardandolo dall’alto, dalla parte di chi lo sta tessendo, tuttavia, tutto prende forma, acquista un significato e disegni prima incomprensibili appaiono ora bellissimi e sensati.

Haiti, sei lontana, piangi e non posso consolarti. Credo, d’altronde, che, pur cercando, ben poco potrei fare per te. Forse domani mi risveglierò, forse no… Vorrei, comunque, domani, nel mio mondo, divenire una benedizione per la mia Port-Au-Prince, per la mia Cité du Soleil, per coloro per cui posso ancora fare qualcosa. La mia vita mi attende, Dio mi attende. Non posso più lasciarmi aspettare

La casa del pane

Stamattina, appena svegliatomi, sentivo il bisogno di un buon pezzo di pane… Non di rosette, di panini all’olio, al latte, alle patate, di pancarré o di surrogati vari cui siamo abituati nelle nostre città. No, avevo voglia di pane genuino, quello delle mie parti, tipo pugliese: croccante fuori e morbido dentro, magari con un po’ d’olio d’oliva sopra, quello che sa di lavoro, di campi, di farina e di attesa paziente, di paese e di radici, di festa all’uscita da scuola, di mamma (che oggi compie gli anni!) e  di pranzo caldo che ti aspetta a casa. Non avendone nella mia dispensa, mi sono subito rifatto con dei dolciumi che ho ricevuto in dono da alcuni colleghi e amici in questi giorni prenatalizi. Il mio stomaco – e soprattutto il mio cuore – non erano, tuttavia, molto soddisfatti di ciò che avevo propinato loro: il mio corpo e la mia anima reclamavano il pane, quello vero, quello dell’infanzia e della famiglia e di tutto ciò che tali concetti significano.

Non ero per niente allegro, stamattina. La notizia di un ragazzo, uno studente lavoratore, morto per guadagnarsi cinque euro all’ora allestendo il palco per il concerto di Jovanotti (personaggio e musicista che aborro, con buona pace dei suoi estimatori) a Trieste, mi ha rattristato; il pensiero di recarmi a passare la mia intera giornata facendo un lavoro che non amo, che non mi fa sentire affatto contento di tutti i sacrifici da me affrontati nella mia vita per studiare e realizzare i miei sogni, un lavoro che comporta, tante volte, umiliazioni e ingiustizie subite solo per compiacere persone di cui non ho la minima stima, mi faceva venire voglia di tornare a letto e di restarci, anche se fuori c’era un bel sole; infine, la prospettiva della solita giungla urbana, tra resse su autobus che non passano mai, tentativi di non finire investito da macchine e scooter e orde barbariche di turisti gracchianti i quali, senza volerlo, con la loro andatura esitante e così poco romana si interpongono tra me e la mia pur non agognata destinazione; tutte queste cose rendevano il giorno che stava iniziando apparentemente indegno di essere vissuto. Tutti noi, uomini e donne, siamo accomunati dal fatto di vivere su questa terra e di affaticarci, lavorare dalla mattina alla sera, per poi comprare e mangiare un pane che non è quello vero, quello che può soddisfare non solo il nostro stomaco ma anche il nostro cuore, bensì il surrogato di ciò che in realtà desidereremmo.

Indegno… Quante volte ognuno di noi ripete questa parola a se stesso, alla propria vita, a quella degli altri e alla realtà che lo circonda? Io lo faccio troppo spesso. Mea culpa! Ciò che scrivo è indegno di essere letto; ciò che faccio nella vita è indegno di considerazione; il mio inquadramento professionale è indegno del mio curriculum; il mio stipendio è indegno della mia professionalità; tale persona è indegna della mia amicizia e io, a mia volta, sono indegno della sua; eccetera, eccetera, eccetera. Se tanto mi dà tanto, sembra quasi che io debba smettere di vivere, intrappolato come sono in questo diabolico circolo vizioso che è l’ideologia del do ut des, del riconoscimento per ciò che faccio, del diritto a qualcosa in base alle mie capacità, del lavoro per lo stipendio, dello scrivere e del vivere stesso in cambio dell’approvazione degli altri, degli stessi amici, del matrimonio e dei figli concepiti come strumento per la mia gratificazione personale e per il riempimento dei vuoti causati dalla mia solitudine, dei rapporti di qualunque genere, da quello di coppia a quello con la propria famiglia, vissuti come luogo e spazio per isolarsi da una realtà troppo triste e insicura e non come fonte di forza, coraggio, valore e amore per cambiare proprio la realtà da cui si vuole fuggire.

Una risposta a tutti questi miei farneticanti interrogativi mattutini mi viene proprio da ciò che stiamo per festeggiare in questi giorni, il Natale di Gesù Cristo, e dalla piccola città in cui questo ha avuto luogo due millenni fa: Betlemme, in Giudea. Il nome di questa località, composto da due diversi termini ebraici, significa “casa del pane” (בית =beth, casa; לחם = leḥem, pane). Curiosamente, il nome arabo di Betlemme, simile a quello ebraico, deriva anch’esso da due diversi termini, ma significa “casa della carne” (ﺑﻴﺖ = bayt o beyt,  casa; لَحْمٍ = laḥm, carne). Lo stesso nome, nelle antiche lingue sudarabiche, avrebbe il significato di “casa del pesce”. Tutte le lingue citate sono di origine semitica (per intenderci, sono detti semitici quegli idiomi, antichi e moderni, diffusi in Asia e in Africa settentrionale e orientale e di cui fanno parte l’accadico, l’aramaico, l’ebraico, l’arabo, l’amharico e altre lingue) e sono accomunate, oltre che da notevoli somiglianze grammaticali, sintattiche, fonetiche e lessicali, dal fatto che in esse un morfema – anche detto radice – di tre o quattro lettere o suoni dà origine, con l’aggiunta di prefissi e suffissi o tramite diversa vocalizzazione, a una parola. Ciò indica che, da una stessa radice di tre lettere, è possibile ricavare tantissime parole ricollegate al significato originario della radice di provenienza. Nel nostro caso, quello del nome composto di Betlemme, abbiamo due radici: b-y-t che dà origine a Bayt o Beth; l-ḥ-m che dà origine a Leḥem o Laḥm. In tutti i casi Bayt/Beth vuol dire casa, ma Laḥm/Leḥem cambia significato in base alla lingua. La risposta va ricercata nella provenienza delle popolazioni cui tali lingue appartengono. Gli ebrei, come gli aramei e le altre popolazioni semitiche nord-occidentali, vivevano nella cosiddetta Mezzaluna fertile, ovvero una vasta area tra la Palestina e la Mesopotamia in cui è possibile praticare l’agricoltura e, di conseguenza, erano un popolo sedentarizzato. La loro principale fonte di sostentamento era, dunque, il pane, insieme ai frutti del lavoro della terra. Gli arabi erano una popolazione nomade o seminomade della parte settentrionale e centrale della penisola arabica, prevalentemente desertica. Essi, dunque, traevano dalla caccia e dall’allevamento il loro principale sostegno, il che faceva della carne il loro cibo per eccellenza. I sud-arabici, infine, vivevano sulle coste meridionali della penisola arabica e il loro alimento principale era costituito dal pesce. Da ciò possiamo comprendere come mai la stessa parola, in tre lingue semitiche diverse, abbia come significato tre alimenti diversi.

Di conseguenza, è possibile notare come Betlemme non sia tanto la casa del pane, della carne o del pesce, bensì la casa del vero cibo, quello di cui non si può fare a meno, quello da cui dipende la nostra stessa sussistenza, quello senza il quale non è possibile vivere. C’è stato un momento in cui la città di Betlemme è davvero stata la casa del Vero Cibo, vale a dire quando ha accolto Gesù che nasceva in una mangiatoia (luogo da cui gli animali, e non gli uomini, traggono il proprio nutrimento). Poi, però, Gesù stesso ha detto di sé: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 51-58), aggiungendo che colui che mangerà del suo corpo e del suo sangue vivrà in eterno. Ora, noi cristiani crediamo che, nutrendoci di Cristo nell’Eucarestia, mangiamo e beviamo il suo corpo e il suo sangue, vero cibo e vera bevanda. Dunque, Betlemme non è più una cittadina della Giudea: Betlemme, la casa del Vero Pane, del Vero Cibo, siamo noi che ci nutriamo di tale Cibo! Ciò che stiamo per celebrare non è solamente il primo Natale del Signore, ma anche il preludio di ciò che sarebbe successo in seguito, quando quella mangiatoia, quel presepe, quel tabernacolo saremmo divenuti noi stessi.

Come si ricollega questo con l’indegnità di cui parlavo all’inizio? Come si concilia questa “buona novella” con la mia tristezza mattutina, con la delusione e la mancanza di fiducia nei confronti del mondo, delle persone e di me stesso? In effetti, è apparentemente inconciliabile. Come può uno come me essere Betlemme e cibo per gli altri? Certo, Gesù mi chiede di dare io stesso (e me stesso!) da mangiare al mio prossimo, ma è una responsabilità troppo grande e io ne sono, penso ancora una volta, indegno! La mia speranza, tuttavia, diventa viva più che mai quando comprendo che non sono io il Pane, ma sono solamente la casa del Pane. Il mio compito è quello di lasciare che il Vero Cibo trasformi me e la mia vita in qualcosa di nuovo, per non essere schiavo dell’ideologia del do ut des, dell’approvazione degli altri, del perfezionismo, del modo in cui il mercato ha plasmato questa società ed ha mercificato le persone, del bisogno di riempire i vuoti della mia anima con surrogati che non potranno mai veramente soddisfarne la sete di Verità. Ogni cosa diviene allora più chiara ed io posso uscire di casa la mattina senza pretendere che tutto mi sorrida, ma nutrendomi del Vero Pane e  lasciandomi, a mia volta, spezzare come il pane. Magari non sarò fragrante come una bella pagnotta appena sfornata, ma ho imparato dalla saggezza popolare della mia terra d’origine che il pane si può utilizzare in mille modi, anche se è ammuffito o raffermo: si può sempre, infatti, tagliar via la parte andata a male, continuando a usare anche solo la mollica in mille modi, o la crosta per grattugiarla; o, addirittura, intere fette possono essere abbrustolite sul fuoco e condite con olio e pomodoro, o ancora bagnate nell’acqua e insaporite in diverse maniere. La cucina italiana, tra le più rinomate in tutto il mondo, si caratterizza proprio per il saper trasformare anche gli avanzi e gli ingredienti meno raffinati in succulente ghiottonerie.

In pratica, per apprezzare la bellezza della vita – e per farla apprezzare agli altri – occorre lasciarsi cucinare, magari a fuoco lento, condire, insaporire, tagliare, spezzettare, tritare da Colui che è Vero Cibo; occorre considerare se stessi come l’ingrediente di qualcosa, magari anche solo un pizzico di lievito o di sale, per modificare completamente le categorie e gli schemi della nostra esistenza, sostituendo il concetto di carriera con quello di servizio, privilegiando quello di dono rispetto a quelli di successo e riconoscimento, abbattendo quello di denaro per far spazio a quello di Provvidenza. E’ un processo lungo, doloroso e pieno di ostacoli, ma davvero liberatorio, necessario, imprescindibile per non avere più paura di vivere, di buttarsi in un progetto, di sognare e di credere che sia possibile cambiare il mondo, lo stesso mondo che aspetta che sia proprio io a dare un contributo che nessun altro può dare, a scrivere o pronunciare parole che nessun altro può scrivere o pronunciare, a morire in un modo in cui nessun altro può morire, dando la vita ogni giorno per qualcuno. Che bello è pensare che, in un universo ricco di sapori, di profumi, di bontà e di ineffabile bellezza, il Vero Cibo, Colui che è allo stesso tempo chef e pietanza, si aspetta che io, piccolo, insignificante ingrediente, doni la giusta consistenza alla ricetta che Egli vuole preparare, come un pizzico di lievito nel pane!