Farsi schiavo è libertà

 

 

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. […] Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Galati 5, 1-18)

 

E’ passato certamente più di un anno dall’ultima volta che ho utilizzato questo spazio virtuale per esprimere qualcosa che avevo in mente. Mi sono fatto un po’ da parte perché a un certo punto ho sentito di aver detto tutto quel che c’era da dire, almeno attraverso la rete. Mi sono concentrato, quindi, sulla lettura, sullo studio, sulla scrittura di romanzi e sulla traduzione di saggi e opere spirituali che mi cambiano la vita – in meglio – ogni volta che i miei occhi si posano su quelle pagine così ricche d’amore, di senso, d’intelligenza; ho anteposto, a passatempi che pur non sono per forza cattivi, il lavoro, le amicizie, la realtà; ho abbandonato le relazioni virtuali, la televisione, ho preferito i libri; ho ritenuto opportuno tacere, ritirarmi in camera mia, far spazio dentro di me a ciò che è realmente importante, anche attraverso una dolorosa consapevolezza: non è necessario che io dica tutto quello che mi passa per la testa; non è necessario che io condivida tutte le mie opinioni, le mie emozioni, persino il mio “sapere”. Allo stesso modo, non è necessario che io sappia tutto e ancor di più che io faccia credere di sapere tutto e di poter opinare su tutto. Il mondo può fare a meno delle mie idee, non tocca a me salvarlo.

Stasera, però, pensavo ad alcune cose di questo mondo che proprio non riesco ad accettare e, data la mia facilità nel divagare e nel compiere voli pindarici, ho ritenuto opportuno sedermi e provare a riordinare le idee. Nel farlo, mi sono ispirato ad uno scrittore eccelso, un uomo mirabile che considero un maestro di vita e d’arte (sto parlando di Eugenio Corti e quanto vorrei che egli fosse ancora in vita per poter io bussare alla sua porta e supplicarlo di prendermi con sé come apprendista, quanto vorrei averlo potuto incontrare almeno una volta!), il quale soleva inviare molte lettere ai suoi cari, e tenne un prezioso diario, sia per condividere le proprie esperienze ed emozioni sia per fissare in qualche modo i suoi pensieri sulla carta, per poi ritrovarli anni dopo e riutilizzarli per i romanzi che avrebbe scritto. Io sono un disastro nel prendere appunti, il che, per uno che vuole scrivere, costituisce un notevole svantaggio. Dunque, ho voluto redigere una sorta di lettera per le persone cui fosse capitato di leggerla, anche per non tenermi tutto dentro. Magari tra qualche anno mi tornerà utile.

Ciò su cui riflettevo in questa sera d’inverno riguarda il predominio, all’interno della nostra società occidentale, di una certa ideologia che, figlia di un’eresia (chi mi conosce sa di quale ideologia e di quale eresia sto parlando, agli altri lo lascio indovinare), rivendica con forza il proprio diritto ad esistere negando quello altrui, afferma veementemente la propria libertà di parola e di coscienza, reclamando altresì l’appannaggio esclusivo del termine “democratico” e delle peculiarità a quest’ultimo collegate, arrivando a schiacciare e a soffocare ogni tentativo, da parte degli avversari, di avvalersi della medesima libertà di parola e di coscienza per ribadire concetti diametralmente (e logicamente, oserei dire) opposti a siffatta ideologia, la quale predica, in sostanza, l’assenza di verità, l’assenza di assoluto, l’assenza di Dio.

Un altro grandissimo scrittore e studioso che ho avuto modo di apprezzare in questi ultimi tempi, Hilaire Belloc, nella sua straordinaria opera del 1938, The great heresies (Le grandi eresie, un libro di cui purtroppo non esiste traduzione italiana), afferma, a proposito del sistema di pensiero su cui si basa l’ideologia in questione, che questo potrebbe essere definito αλόγος (alogos, in greco: assenza di parola, di pensiero, di Verbo, di ragione), giacché in esso si arriva a negare o a sminuire tutto ciò che non è empiricamente dimostrabile o immediatamente e completamente comprensibile da parte dell’uomo e dei sensi di quest’ultimo, in pratica di ciò che è sensibile (positivismo potrebbe esserne un’ulteriore possibile definizione, essendo date per positive solamente le realtà empiricamente dimostrabili, a discapito di quelle accettate senza poterle dimostrare e che sarebbero di per sé negative).

Per Belloc, la cui posizione sposo in toto, la conseguenza dell’affermarsi di questo sistema di pensiero, insieme materialista ed ateo, nonché completamente indifferente, o meglio ostile, all’esistenza di una verità, è stata la distruzione di quel “legame trinitario” che gli antichi greci avevano individuato fra Verità, Bellezza e Bontà, legame talmente solido e sostanziale da non esservi la possibilità di attaccare uno solo degli elementi di tale triade senza recare danno anche gli altri.

Tutto è nato con una buona intenzione (si sa, però, che l’inferno è lastricato di buone intenzioni): liberare l’uomo, affrancarlo dalle schiavitù che lo affliggono, difendere le categorie più deboli e protette. Si voleva, e si vuole ancora, distruggere la povertà, la disuguaglianza, la sopraffazione degli umili da parte dei potenti, si anelava a fare giustizia. Ciò che ne è derivato è stato un attacco senza precedenti nella storia umana a tutto quanto è legato al buon senso, alla ragione, alla verità, alla famiglia, alla proprietà, a ciò che di più sacro e inviolabile esiste sulla faccia della terra: l’uomo e la sua stessa natura.

L’uomo basta a se stesso, ci hanno insegnato, deve essere libero da tutto ciò che imbriglia le sue potenzialità. La triste verità, purtroppo, è che la sola cosa che questa nuova libertà ha da offrire è il passaggio da una schiavitù a un’altra, con due nuovi idoli da adorare e cui sacrificarsi: lo Stato e le sue leggi, da una parte, e le corporazioni private (per gli esterofili: lobby), dall’altra. Sono queste due realtà che ormai impongono al genere umano ciò che è vero, buono, bello e giusto.

Più che la sostanza dell’ideologia e dell’eresia di cui scrivevo pocanzi, tuttavia, quel che mi interessa è il come essa tende ad affermarsi ed a legittimare se stessa: il pretesto di proteggere i più “deboli”, di garantire ad essi dei diritti, di far sì che possano godere di un’“uguaglianza” con il resto di una popolazione considerata privilegiata (magari perché più ricca in termini economici, o perché per la stragrande maggioranza sessualmente orientata da una parte, o ancora perche quella parte “privilegiata” di popolazione pretende di essere nel vero).

Qual è stata e qual è ancora, dunque, la strategia utilizzata dai latori della libertà? Non essendo plausibile (è quindi un’utopia) pensare di poter creare in questo mondo una società che sia realmente giusta, equa, misericordiosa, pacifica, i cui individui siano arrendevoli, miti, umili, pazienti (tali attributi San Paolo li conferisce alla Carità, all’Amore che viene da Dio e da Dio solo, mentre i frutti della carne e dell’uomo sarebbero ben altri), non vi è che un’unica soluzione: procedere con la forza, in maniera autoritaria e velleitaria, invertendo i ruoli: fare dei forti i deboli e dei più deboli i forti, schiacciare una parte per far emergere l’altra, distruggere le convenzioni, le tradizioni, il buon senso comune, per creare un uomo nuovo, completamente slegato rispetto a ciò che era un tempo, proteso totalmente verso il futuro, dimentico del passato e tuttavia – ahimè – dimentico della realtà.

Vogliamo liberare i poveri e il Terzo Stato? Ammazziamo, ghigliottiniamo, annientiamo i re, i ricchi, i nobili, i preti, quelli che riteniamo essere i dittatori, mandiamo nei gulag i dissidenti, togliamo loro la possibilità di esprimersi ed instauriamo la dittatura della democrazia!

Vogliamo liberare la donna, garantirle l’uguaglianza rispetto all’uomo? Miniamo tutto ciò che è femminile, facciamo credere che vi sia perfetta identità tra i sessi, tentiamo di dominare la procreazione e ciò che ad essa si riferisce, smettiamo di chiamare il frutto del grembo di una madre “bambino” o “persona” e definiamolo “feto” o “embrione”, “grumo di sangue”!

Vogliamo migliorare la qualità della vita dell’uomo? Facciamolo morire quando questa stessa qualità non può più essere garantita, affermiamo che non è più vita quella di chi non può più essere “performante”!

Vogliamo eliminare l’omofobia? Rendiamo normale, anzi, desiderabile la condizione delle persone che hanno tendenze omosessuali.

Quello che più mi sconvolge è che vi sia ancora chi pretende di legittimare tale sistema di pensiero asserendo che esso “difenderebbe i deboli” e garantirebbe diritti.

Ritorno a dire che comprendo coloro i quali, armati delle migliori intenzioni, vorrebbero soltanto far del bene. Tuttavia, la menzogna non è mai un bene e da un albero cattivo non possono nascere frutti buoni. In più, come già riferito, l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Personalmente, ho imparato che, come dice un bel canto religioso, “dà la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è fedele solo chi serve: farsi schiavo è libertà”. Ciò è in qualche modo confermato persino dalla radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee, la quale deriva dal proto-indoeuropeo “leudh” (da cui il greco “eleutherìa” e il latino “libertas”) o “frya” (da cui provengono termini come l’inglese “freedom” e il tedesco “freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, uno dei pionieri della linguistica moderna, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, il che sottolinea come il concetto di libertà abbia a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune, all’amore verso il prossimo, all’essere amici di qualcuno.

L’uomo, se ci pensiamo bene, non è libero per natura, almeno non in questo mondo. Egli nasce, infatti, schiavo di tanti gioghi: malattia, morte, egoismo, conformismo, ansia di possesso, gelosia, contese, desideri buoni e cattivi, lutto, separazione. Il mio dolore di fronte all’impotenza, all’incapacità di risolvere uno solo dei problemi irrisolvibili della vita mi ha felicemente costretto a pensare all’unico messaggio, all’unico annuncio buono, bello e coerente che mi sia stato dato: contrariamente a quanto affermato dai detentori della libertà e della democrazia, al genere umano non è stato dato di “liberarsi”, bensì di “essere liberato”. Nessun uomo può darsi la libertà da solo senza asservire gli altri, nessuna persona può far valere se stessa e le proprie ragioni senza togliere nulla a quelle altrui. Ci è stata data, tuttavia, la vera libertà da Qualcuno che non ha preteso nulla in cambio, ha solo dato, donato se stesso, completamente, senza condizioni, è stato amico, è stato amante.

Mi piace pensare che siamo come dei liberti. Così, infatti, venivano chiamati, al tempo dei romani, gli schiavi affrancati dai loro padroni. Questi ex schiavi poi rimanevano, in molti casi, volontariamente al servizio degli antichi padroni, un po’ per rispetto e per gratitudine, un po’ per amore, o forse perché semplicemente non avevano altro luogo in cui andare. La vera libertà, anche per noi, consiste nel ricordare sempre di essere stati schiavi e a quale prezzo siamo stati liberati, il che significa non solo non tornare a servire gli antichi padroni da cui siamo stati affrancati, ma anche non pretendere che altri siano sottoposti al nostro giogo.

Del resto, quale altra libertà possiamo darci? Cosa siamo riusciti a fare, da soli, in questo mondo? Quanti milioni di persone devono morire ancora – e di bambini non nascere – per farci comprendere che non siamo assolutamente in grado di costruire il paradiso su questa terra e neppure di essere felici, finché non impariamo ad essere realmente liberi, facendoci servi per amore di Dio e del nostro prossimo e rinunciando ad essere schiavi delle nostre passioni, rendendoci davvero amici di chi ci circonda?

Il problema, obietteranno alcuni, è come farlo. Ebbene, farò un’ultima citazione, riportando le parole un santo di immenso spessore, un uomo da me amatissimo e per me fonte di ispirazione, San Francesco di Sales:

 

Noi accusiamo il prossimo per poca cosa, ma avremmo tanto da farci perdonare; vogliamo vendere a caro prezzo, e comprare a buon mercato; vogliamo che sia fatta giustizia in casa d’altri, ma pretendiamo misericordia e connivenza a casa nostra; vogliamo che si tengano in gran conto le nostre parole e poi siamo sospettosi e dubbiosi per quelle altrui. […] Rivendichiamo con forza i nostri diritti, però gli altri devono essere cortesi nell’esigere i propri; salvaguardiamo puntigliosamente il nostro rango, ma vogliamo che gli altri siano umili e accomodanti; ci lagniamo facilmente del prossimo e non vogliamo che nessuno si lamenti di noi; quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, ciò che si fa per noi ci pare non sia nulla.

Insomma, siamo come le pernici di Paflagonia, che hanno due cuori. Anche noi, infatti, abbiamo un cuore dolce, grazioso e cortese nei confronti di noi stessi, e un cuore duro, severo ed inflessibile nei riguardi degli altri. […]

Filotea, siate giusta e imparziale nelle vostre azioni: mettetevi sempre al posto degli altri e mettete loro al posto vostro: così giudicherete bene.

(Introduzione alla vita devota, III, 36; traduzione mia)

 

Questa, dunque, è la vera libertà.

 

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Alzati e risplendi

Rovine della Cattedrale di Nagasaki distrutta dalla bomba atomica, 1946

Rovine della Cattedrale di Nagasaki distrutta dalla bomba atomica, 1946

Dedicato a Takashi Paolo Nagai e ai martiri di Urakami

Il 9 agosto 1945, alle 11:02 del mattino, un’orribile esplosione nucleare squassò il cielo su Nagasaki, in Giappone, proprio sopra la cattedrale della città, dedicata all’Assunzione di Maria. Ottantamila persone morirono e più di centomila rimasero ferite.

La cattedrale di Urakami, chiamata così dal quartiere in cui sorgeva, è il simbolo di una città due volte martire: per le persecuzioni religiose di cui furono vittime, nel corso di quattro secoli, centinaia di persone a causa della fede cristiana – primo tra tutti S. Paolo Miki – e per lo scoppio di un ordigno infernale che incenerì all’istante molti dei suoi abitanti, tra cui migliaia di cristiani, giustamente definiti da un loro illustre contemporaneo e concittadino, il dott. Takashi Paolo Nagai, “agnello senza macchia offerto in olocausto per la pace nel mondo”.

Non so perché stamattina, curiosando, per motivi di lavoro, su alcuni archivi informatici relativi ai nomi delle città del mondo, sono capitato su Nagasaki. Dovevo sistemare e riordinare alcuni dati, un lavoro noioso e di certo non appassionante. Eppure, arrivato su quella città, ho voluto saperne di più, forse perché giorni fa, su un canale di documentari, History Channel, mi aveva colpito l’apparente casualità dietro all’orrendo destino di questa sfortunata città.

Non sapevo nulla dei suoi trascorsi cristiani, dei suoi martiri, né conoscevo la figura splendida di Takashi Paolo Nagai. Sapevo solamente che il pilota dell’aereo americano che aveva sganciato il famigerato ordigno  – volutamente fatto esplodere dal governo statunitense nonostante la resa del Giappone fosse ormai imminente, soprattutto perché a Hiroshima, pochi giorni prima, era detonata una bomba di tipo diverso e su un territorio dalla conformazione differente, il che rendeva quindi necessario un nuovo esperimento – non aveva inizialmente scelto Nagasaki, bensì un’altra città, Kokura. Il lancio, tuttavia, non era avvenuto date le cattive condizioni atmosferiche persistenti sull’obiettivo primario.

Su Nagasaki, invece, eletta come “riserva”, splendeva il sole. Risultava, dunque, più agevole, dall’aereo, individuare il bersaglio prescelto in città, ovvero una fabbrica di munizioni. Una volta sganciato l’ordigno, tuttavia, si verificò un nuovo contrattempo: il vento deviò leggermente la traiettoria della bomba nucleare, facendola detonare proprio sopra il quartiere di Urakami, ove sorgeva quella che era a suo tempo la più grande cattedrale cattolica dell’estremo oriente, in quel momento gremita di fedeli che pregavano per la pace.

Verrebbe da domandarsi: è amore quello di un Dio che permette che migliaia di suoi figli innocenti periscano in questo modo in un istante, proprio mentre Lo stanno supplicando affinché il mondo si salvi dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale?

E’ quanto mi chiedo ogni volta che qualcosa che mi ferisce, o ferisce qualcuno a cui tengo, o che definisco “giusto”, immeritevole di cattiva sorte. Il male ai buoni, il bene ai malvagi: è ciò che ci ripetiamo. Sarà davvero questo che vuole Dio, da sempre?

Non secondo Takashi Paolo Nagai. Egli arrivò addirittura a ringraziare Dio per il sacrificio di tanti martiri polverizzati dalla bomba, inclusa la sua adorata moglie Midori – di cui il medico giapponese, lui stesso gravemente ferito e ammalato di leucemia, ritrovò, tra le rovine della loro casa, nient’altro che le ossa carbonizzate, con accanto la catena del rosario – e per la sorte beata riservata a coloro che erano morti in quel modo orribile, secondo lui divenuti strumento del Padre per salvare un numero infinitamente maggiore di vite.

Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace (Sap. 2, 23-3,9)

Anche Gesù, di fronte alle disgrazie di coloro che, nella visione del popolo, pagavano con la malattia e con la vita il fatto di essere peccatori, rispondeva che queste persone erano così “perché si compisse la volontà di Dio”: il cieco nato, la fanciulla morta e risuscitata, Lazzaro.

Ho fatto qualche piccola ricerca e scoperto che Ura-Kami vuol dire “baia di Dio”, o anche qualcosa che sta dietro a Dio. “Kami”, in giapponese, indica, infatti, la parola “Dio”.

“Thalitha kùm”, invece, significa in aramaico – lingua di Gesù – “fanciulla, alzati!”, dove “kùm” è un imperativo dal verbo “kama” (“alzarsi”, in molte lingue semitiche, tra cui ebraico, aramaico ed arabo).

Pensando alla somiglianza tra “Kami” e “kama”, ho iniziato, nella mia piccola, vivace e tormentata mente, ad associare tanti concetti diversi, soltanto in apparenza lontani tra loro: Dio; sacrificio; morire; risorgere; farsi distruggere e dare la vita per altri; sofferenza; dolore; Gesù.

La vecchia Gerusalemme deve morire per la nuova; l’antica alleanza ha bisogno di una vittima perché la nuova, più perfetta, possa nascere; l’Agnello senza macchia deve essere sottoposto alla morte di croce perché da Lui abbia origine la vita eterna, e con Lui i suoi seguaci che hanno lavato le loro vesti con il sangue dell’Agnello.

Concetti, questi, che sembreranno assurdi, a molti, ma che nella vita di un cristiano risuonano in continuazione.

Tanta distruzione, tanta desolazione, tanta morte, tanta ingiustizia… Perché?

L’unica risposta che mi sono dato è: àlzati!

Credo che se tutti noi ci rendessimo conto di quanto valore abbia il gesto di alzarci la mattina, per affrontare, il più delle volte, giornate che non avremmo affatto voglia di vivere, occupazioni e mestieri che ci danno il tormento, persone che non vorremmo incontrare, ebbene scopriremmo di essere noi stessi il carburante che fa andare avanti il motore scoppiettante, forse un po’ malandato, del mondo.

Non ci si alza al mattino perché se ne ha voglia. Ci si alza per un imperativo categorico, quello di mangiare, guadagnarsi il pane, vivere, far vivere chi dipende da noi. Lo si fa spesso in lacrime, senza alcun entusiasmo, al buio, con il suono orribile di un apparecchio che vorremmo lanciare contro il muro. Si esce al freddo, con gli occhi gonfi di sonno, chiedendosi come si farà ad arrivare alla fine di una giornata che, potendo scegliere, si farebbe di tutto per non vivere.

Risplendi! E’ un altro imperativo categorico per un credente. Personalmente, ogni santo giorno della mia vita, mi chiedo come farò a obbedire a tale comando, di quale luce potrò mai risplendere io, che mi sento tenebra più ancora della tenue luce mattutina che a malapena illumina la mia stanza quando suona la sveglia.

Evidentemente, senza un aiuto dall’alto, non sarei capace né di risplendere né di alzarmi.

Takashi Paolo Nagoi descrive così la sua idea di come a Nagasaki vi sia potuto essere dello splendore:

Quanto nobile, quanto splendido è stato l’olocausto del 9 agosto, quando le fiamme si sono levate dalla cattedrale, dissipando l’oscurità della guerra e portando la luce della pace!

Queste parole le pronunciava nel corso dell’elogio funebre per gli ottomila cristiani morti nel quartiere di Urakami a Nagasaki, a causa dello scoppio della bomba nucleare.

Una bomba nucleare. Nostro malgrado, è quello che ognuno di noi è chiamato a diventare, ovviamente in modo diverso, secondo quella che è la storia personale di ciascun uomo. Le bruciature, la rovina, le ferite, i chiodi, le spine, il dolore non scompaiono nella vita di un cristiano. Nell’esistenza di qualcuno, magari, vengono addirittura amplificate, eppure gli permettono di partecipare alla salvezza del mondo e di divenire sacrificio gradito a Dio.

Al mio mondo di piccoli sacrifici, la storia di Takashi e dei martiri di Nagasaki ha donato una commozione enorme, un grande rispetto e grande amore per il popolo giapponese, molto più vicino di quanto non immaginassi, una grande partecipazione alla sua immensa sofferenza, nonché infinita stima. Il tutto, ovviamente, misto alla gratitudine e alla speranza che ogni sacrificio, anche quello che è nascosto al mondo, agli occhi di Dio valga molto, ma molto di più che agli occhi degli uomini.

Basta solo continuare ad alzarsi. Con fatica, con dolore, l’importante è alzarsi. E, quando si cade, rialzarsi. Lo splendore verrà, quando sarà il momento, magari quando io neanche me ne accorgerò perché, per risplendere, sarò già divenuto fumo.

 



“Alzati e risplendi”, dal Libro del Profeta Isaia, cap. 60

Storia di Takashi Paolo Nagai

Dr. Takashi Nagai’s Funeral Address for the 8000 Catholic Victims of the Atomic Bomb

 

 

   

Perdere

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Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.(Isaia 50, 4-11)

 

Quanto spesso, nella vita, sentiamo dire che bisogna saper perdere e non v’è nulla di più vero.

Da quando ho iniziato il mio percorso, la mia avventura nel mondo della scrittura – con l’apertura di questo spazio virtuale, con il mio primo romanzo, con le lezioni della scuola che sto frequentando – il ritornello è sempre lo stesso: asciugare, rendere lo stile essenziale, togliere tutto ciò che è di troppo, centellinare. Occorre scavare a fondo e il lavoro più difficile non è quello di trovare le parole, bensì di eliminare quelle di troppo, quelle che nascondono il senso di una frase, di un dialogo, quelle che rendono difficile il riconoscimento della parola giusta, di quella che è la chiave di lettura di un articolo o di un intero romanzo.

Nella musica è lo stesso: quanta fatica nel fare ordine nei pensieri, nello scovare, tra tutte le melodie confuse che risuonano nella testa, quelle poche note, se non quell’unica nota che fa vibrare, che parla al cuore. Sembra quasi che il compito di un artista non sia tanto il produrre qualcosa, bensì il rendere visibile, udibile e sensibile agli altri ciò che esiste già ma è celato dietro mille rumori, altrettanti colori e parole, strati e strati di marmo, tonnellate di bronzo, di legno, di pietra. Sì, perché ciò che deve apparire è, in realtà, ben poca cosa, in termini di quantità, rispetto a ciò che deve essere eliminato affinché l’opera d’arte prenda vita e acquisti un senso.

Il profeta Isaia usa una bellissima espressione: lingua da iniziati per indirizzare allo sfiduciato una parola. Ebbene, mi chiedo: chi sono gli iniziati e qual è la parola da rivolgere a chi ha perso la fiducia?

Anni e anni di cammino cristiano, di vita, di studio della musica e – da poco – di approfondimento delle tecniche di scrittura mi hanno insegnato che gli iniziati sono coloro che, invero, hanno perso, le cui speranze di riuscita – quando tali speranze si basavano esclusivamente sulle proprie capacità razionali e umane – si sono affievolite, che hanno lasciato cadere per strada gli ornamenti di cui si vantavano, facendosi portar via ogni sorta di apparenza e bellezza mondane, e qualunque traccia di forza, di capacità di resistere, di ribellione di fronte alle prove della vita e a Dio, finché di loro non rimane altro che un lenzuolo intriso di sangue, un sudario vuoto, di lino, a testimonianza di qualcosa che non è più com’era, ma si è trasformato, divenendo altro. Essi sono divenuti terra arida, senz’acqua, poiché solo in questo modo sarebbero stati in grado di realizzare che, per risorgere a vita nuova, la loro anima doveva volgersi a Colui che poteva mandar loro la pioggia, il seme e la capacità di produrre bellezza, e bellezza vera.

Gli iniziati sono andati al di là del timore di vedere il proprio corpo piagato, solcato dai segni dell’arsura e della tortura, oltre il dolore fisico e spirituale e la sensazione di consumarsi dalle lacrime, disidratandosi e facendo scorrere via la linfa che essi credevano li mantenesse in vita. Sono rimasti così, brulli, apparentemente morti, sconfitti e chiusi in un sepolcro, per poi esplodere in una sinfonia di suoni, luce e colori che si è espansa su tutta la terra, portando ovunque benedizione e consolazione. Dall’Iniziato per eccellenza hanno appreso la docilità, la mitezza e l’umiltà e, altresì, hanno compreso che nessuna tra le tante parole delle lingue degli uomini può essere indirizzata a chi è sfiduciato ed essere utile a quest’ultimo. No, la parola da indirizzare a chi ha perso fiducia è una sola, è la Parola, il Verbo, il Logos.

La mia esperienza di uomo, di cristiano, di aspirante artista è, dunque, quella di lasciarmi scavare, cesellare, centellinare, vagliare, eliminare, filtrare, crogiolare, abbattere, setacciare, arare, potare; di far cadere le foglie  che, pur se ancora verdi e floride, impediscono il passaggio della vera luce che mi consentirà di crescere; di far rovinare al suolo, come pesi morti, le parole in eccesso, le note e gli abbellimenti che privano la mia opera, la mia composizione del senso, dell’armonia e della bellezza essenziale celata dietro l’apparenza e la pomposità artificiale. Questo sarà il mio compito: non lasciare traccia della mia vita passata, se non delle impronte su un sudario e, infine, permettere che il mio corpo e la mia anima abbiano sete di Dio, anelino a lui come terra deserta, arida, senz’acqua. Penso non vi sia null’altro che un uomo, un cristiano e un artista debba fare se non trasformarsi in quella parola, in quella nota, in quel gesto che egli vuole indirizzare al mondo, agli sfiduciati, ai suoi simili: il Verbo, il Logos.

 

O Dio, tu sei il mio Dio. All’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode. Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani, mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.  Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia e la forza della tua destra mi sostiene (Salmo 62)

 

“Clair de Lune” by Claude Debussy

Eterno fanciullo

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Mi sento fuori posto, faccio fatica a crescere. Ripeto la mia parte ma ormai non so piu’ crederci. Questo bambino che mi nasce dentro non ha pietà: prende i miei giorni e li traduce in fantasie  (Gino Paoli)

 

I versi appena citati fanno parte di una bellissima canzone scritta da Gino Paoli per Ornella Vanoni: “Io come farò”. Penso che queste parole mi appartengano, specialmente in questo periodo. Sto, infatti, sperimentando una sorta di regressione, un ritorno all’infanzia, a sentimenti spontanei, sanguigni, violenti, a rivendicazioni e pretese, a ribellioni e capricci, a repentini scatti e cambi d’umore.

Vi è mai capitato di vivere momenti in cui sapete di dover fare dei passi in avanti, di dover apportare dei cambiamenti nella vostra esistenza, di dover tagliare dei rami secchi che vi impediscono di elevarvi verso la luce del sole e irrobustire i vostri tronchi? A me sta capitando ora. E’ un periodo di instabilità, caratterizzato da traslochi, nuove sfide professionali, stravolgimenti lavorativi, ricerca di un equilibrio interiore che scricchiola sempre più, ridefinizione dei miei confini, dei miei desideri, di tutto ciò che sono, frizioni e chiarimenti con gli amici.

Avevo già sentito parlare del concetto di Bambino interiore, ma forse non ne avevo mai sperimentato così intensamente gli effetti. Lo psicanalista Carl Gustav Jung è stato il primo a studiare la tematica del nostro io rimasto fanciullo, coniando l’espressione “Puer aeternus”. Il Bambino interiore, in pratica, sarebbe la nostra parte più spontanea e creativa, perennemente legata al mondo dell’infanzia e repressa con il passaggio all’età adulta. Essa rappresenterebbe addirittura, secondo alcuni, la nostra reale identità che andrebbe riscoperta, aiutata a risalire alla superficie, dall’abisso dell’inconscio in cui l’abbiamo sepolta, colmata di attenzioni. Secondo altri, invece, pur essendo necessario uno sguardo non troppo severo nei confronti del nostro io bambino, occorre che quest’ultimo sia dominato, controllato almeno nella sua parte distruttiva. Infatti, se, da un lato, il Bambino interiore identifica il nostro lato creativo, spontaneo, in qualche caso puro, esso presenta, altresì, degli aspetti infantilistici caratterizzati dal volere tutto e subito, pretendendo che gli altri ce lo diano, da un estremo bisogno di attenzioni e cure, dall’egoismo nudo e crudo.

A me, in particolare, succede che, proprio ora, nel momento in cui avrei bisogno di radici forti su cui fare affidamento, si presenti lui, il Bambino interiore, l’eterno fanciullo: carino e buffo, occhi vispi, aria da “so tutto io”. Dal basso dei suoi sei o sette anni, mi guarda con un misto di compassione e complicità, quasi fosse lui l’adulto ed io il poppante. Eppure, è lui ad indossare i calzoni corti e le bretelle. Ha in mano una fionda e, dispettoso come solo io sapevo essere da piccolo, mi lancia un sasso tra le gambe. Dopo essermi ripreso dallo choc e dall’onta subita, mi metto a rincorrerlo per dargliele di santa ragione, ma lui è più veloce, scappa via e ride a crepapelle.

Alle mie spalle, tutti i miei cari, il mio mondo, le mie responsabilità. Davanti a me, solo lui che corre in spazi verdi, prati zeppi di fiori di ogni genere e colore, alberi, un laghetto e tanti giochi.

“Non mi prendi, non mi prendi!”, mi urla.

Sento che non dovrei dargli retta e rimanere dove sono, ma non gli resisto. Ho voglia di rotolarmi su quei prati, di giocare con lui fino a sera. Quindi, lascio cadere tutto ciò che ho in mano: penne, valigette con documenti e attestati, una Bibbia, le chiavi di casa, il certificato di nascita. Tutto lì per terra. Senza voltarmi, mi metto a inseguire il fanciullo sui prati, lo rincorro mentre si nasconde e fa capolino tra gli alberi, finché, all’improvviso, scompare dalla mia vista. Lo cerco tra i cespugli, dietro le siepi, lo chiamo ma non mi risponde. Poi, mi accorgo di essere divenuto più basso, più piccolo ed agile, sento il fuoco dentro, una gran voglia di attenzioni e di protagonismo. Da un lato, mi sembra quasi di stare al centro del mondo, pieno di energia, di vigore; dall’altro, mi assale un rifiuto totale nei confronti di tutto ciò che è dovere, responsabilità, sacrificio, considerazione per chi mi sono lasciato indietro e per tutto quello che non mi piace. Sono libero dal dover amare, mi importa solo di essere amato e di non perdere chi penso mi appartenga; non ho voglia di ascoltare, solo di parlare; non voglio fare ciò che è giusto, ma soltanto quello che mi va.

A un certo punto, mi trovo davanti a una tavola imbandita, zeppa di ogni genere di dolci e caramelle. Mi metto a divorarne in quantità industriali, fino a star male. Quando non ne posso più, mi diverto a giocare con tutti gli arnesi che mi capitano tra le mani: palette e secchielli, badili, macchinine, bambole di latta, costruzioni, ma mi annoio e, così, comincio a scagliare per aria ogni cosa, a tirare calci e pugni dove capita, a scalciare e a sbattere i piedi per terra, a piagnucolare, a distruggere giochi, calpestare fiori, strappare l’erba, tirare sassi in acqua e contro gli alberi, i nidi, gli animaletti che scappano via. Mi annoio anche così. Ricomincio a mangiare, poi a giocare, poi a fare e disfare, creare e distruggere, ridere e piangere. Il tutto dura ore ed ore, sinché cado in un sonno profondo e senza sogni, non prima, però, di realizzare che indosso esattamente gli stessi pantaloncini e le stesse bretelle che avevo visto poco prima indosso al bambino dispettoso che mi aveva tirato un sasso.

Quando riapro gli occhi, la sensazione che mi assale è tremenda, perché intorno a me c’è solo devastazione e solitudine. Tuttavia, non sono giochi, alberi e fiori quelli che vedo distrutti, bensì pezzi della mia vita, brandelli delle esistenze dei miei cari. Sono ritornato adulto ma non c’è più nessuno insieme a me: tutte le persone che mi amavano giacciono senza vita ai miei piedi, trafitte dagli oggetti acuminati che ho lanciato loro addosso e, poco più in là, lo stesso fanciullo che avevo inseguito prima mi guarda con l’aria di chi ha appena combinato una marachella. Se ne sta lì mogio, singhiozzando.

“E’ colpa loro”, mi dice. “Non volevano giocare. Non ci volevano davvero bene… Perché non ci troviamo qualcun altro che voglia fare qualche bel gioco con noi?”, mi propone, asciugandosi gli occhioni e sorridendo ancora, sornione.

Cado in ginocchio e piango, piango disperatamente. Vorrei uccidere quel bambino, punire lui e me stesso per avergli dato retta, per aver creduto che la mia vita fosse un gioco senza conseguenze, ma il danno è fatto. Mentre ancora sono per terra, immerso nel dolore e nel rimorso, appare un altro bambino. Non è vestito bene come il primo ma ha un che di incredibilmente dolce. Mi prende per mano e invita l’altro fanciullo a unirsi a noi. Mi sussurra che devo perdonare me stesso e l’io della mia infanzia, capire che ogni uomo ha dentro di sé un bambino che deve rimanere sottomesso all’adulto così come l’umano è sottomesso al divino. Poi sorride e, improvvisamente, dietro di lui tutte le persone che erano morte cominciano a muoversi e riaprono gli occhi. Non mi ameranno più, non dopo quello che ho fatto. Questo è quel che credo.

Invece no. Ecco che, pur doloranti, con visi tumefatti, occhi gonfi ed ossa rotte, mi si avvicinano e mi abbracciano, dimostrandomi che non bisogna aver paura di crescere, perché l’amore vero è roba da adulti. Posso essere ancora fanciullo nell’abbandono nelle braccia di Qualcuno, nella fiducia, nella purezza delle emozioni. Nondimeno, per farlo, e, allo stesso tempo, amare da adulto, capisco che devo imparare non ad assecondare il bambino interiore che c’è in me, bensì ad accogliere un altro Bambino. E’ la sua fanciullezza che devo prendere a modello, non i capricci, non le manie di attenzione né le sindromi distruttive del mio io infantile ferito e represso. Quel Bambino (quello con la “B” maiuscola) è vissuto nella semplicità, sottomesso all’autorità dei genitori e abbandonato alla volontà del Padre celeste, fiducioso nella di Lui bontà, misericordia e provvidenza.

Quel Bambino non ha avuto bisogno di prendersi quel che voleva a scapito di chi gli stava intorno; non è vissuto nel timore di perdere coloro a cui teneva, bensì ha dato la vita per loro e non li ha persi, anzi, li ha guadagnati, li ha riscattati, insegnando al mondo che cosa vuol dire essere davvero bambini, anche quando si è adulti.

Dedico queste semplici righe a quelle persone che mi amano e che io, per paura di perdere, non amo.

Buon Natale a tutti

Lo Zio Blog

 

Dove non c’era parola

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La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto (Vangelo secondo Luca 3, 2)

Qualche tempo fa, in un articolo incentrato sulla mia voglia di pace e isolamento dal caos urbano, avevo già scritto che, in ebraico, midbar  (מדבר) significa “deserto” e che questo termine, a sua volta, è composto dalla radice דבר  (davar), che vuol dire “parola”, cui si aggiunge la particella privativa מ (mi). In ebraico, quindi, il termine deserto indica l’assenza di parola. L’evangelista Luca utilizza, dunque, nel versetto citato all’inizio, un’espressione che, per chi non conosce le lingue semitiche come l’ebraico, nonché la mentalità degli utilizzatori di tali lingue, non è possibile comprendere in pieno. La parola di Dio, infatti, non è scesa solamente nel deserto, bensì dove non c’era parola, dove non c’era Dio.

Se poi consideriamo il particolare periodo cui San Luca fa riferimento (nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa), otteniamo altre informazioni: non è identificato solamente un momento storico, ma anche uno stato d’animo, una situazione, un turbamento. Il popolo ebraico attende la liberazione. Non ha più indipendenza, è schiavo, è smarrito. Il suo destino è segnato e deciso da governanti stranieri, distanti culturalmente e geograficamente, pagani, lontani da Dio.

Il fatto di sapere che la parola di Dio si degni di scendere dove essa non è presente, dove essa ancora non regna mi riempie di consolazione. Dopo più di duemila anni (nell’anno dodicesimo del ventunesimo secolo, mentre Monti è presidente del Consiglio dei ministri in Italia, Barroso della Commissione Europea, Obama degli Stati Uniti), noi, uomini e donne di questo secolo, siamo ancora confusi, ancora non liberi, ancora governati da persone sempre più lontane da ogni riferimento religioso e spirituale, nonché umano, dalle nostre radici, dalla nostra cultura, dai nostri sentimenti. E’ un tempo senza principi fondamentali, privo di idee ed in cui valori assoluti, come la vita e la dignità dell’uomo, vengono continuamente messi in discussione, annientati e lo stesso avviene per le persone che li difendono e che sono calpestate quotidianamente da chi di quegli stessi principi si fa beffa.

Tutto, oggi, è superficiale e si desidera che tale rimanga. Il nostro modo di parlare non è più ricercato, ma volgare; i nostri gesti e i nostri bisogni esprimono il vuoto che è dentro noi; la nostra sete di verità e di amore, benché mascherata dall’apparente buonismo, dagli addobbi natalizi, dal relativismo e dall’indifferenza contraddistinguono ogni nostra azione, ci fa gridare che abbiamo bisogno di acqua viva.

Non solo viviamo e camminiamo nel deserto, siamo noi stessi deserto. Siamo ancora il popolo che vaga nelle tenebre a cui è stata donata una grande luce, una luce che noi non vogliamo comprendere, che rifiutiamo, di cui ci scandalizziamo.

Quello che faccio in questo spazio, e che cerco di fare anche nella mia vita privata e professionale, è usare le parole, o almeno tentare di usarle al meglio. Tuttavia, oggi più che mai, mi rendo conto che sono a corto di parole, forse perché ne cerco sempre di nuove, di più adatte all’imperante bisogno di “politicamente corretto” di una società che, poi, se ne infischia di ciò che è “assolutamente corretto”, giusto, indiscutibile, vero. Vorrei imparare ad usare meno parole, anzi, vorrei usare la  Parola, quella che non è mia, che non viene da me ma che, tuttavia, si degna di discendendere laddove c’è solo deserto. Vorrei imparare a scrivere, a parlare, a proclamare ciò che è degno di essere scritto, detto, proclamato e senza l’ansia di dover piacere a qualcuno. Magari diventassi anch’io trebbia acuminata che spiana e frulla le montagne e non personaggio in cerca d’autore o romanzo in cerca di editore!

Oggi dovremmo salire su un tetto per gridare che la nostra terra è deserta, arida, senz’acqua, che il nostro è un mondo che riempie i bambini di regali e smancerie ma li priva di ciò che è davvero loro necessario per vivere, nonché, molte volte, della vita stessa. Oggi più che mai dovremmo realizzare di essere poveri e che la nostra salvezza non può che venire dall’alto, come avvenne duemila anni fa e, da quel giorno, avviene ancora ogni minuto ed ogni secondo, per coloro che quella salvezza la accolgono nei loro cuori.

In questo istante, per questo Natale ormai alle porte, ho voglia di urlare, senza fare della letteratura, della dietrologia, della filosofia. Desidero soltanto urlare: “Maranathà”! Vieni, Signore Gesù! Io ti dico “vieni” perché so che a te non dispiace prendere dimora in chi è sterile, secco, confuso, smarrito, scartato, morto, spoglio, affamato, nudo, assetato, prigioniero, povero, umiliato, deserto. Io sono deserto, sono midbar senza te che sei davar, Parola. E nel mio deserto grido: ascolta la mia voce! Degnati ancora, come ti sei degnato a Betlemme, di abitare in una casa senza decoro, senza ricchezza e senza lusso, in un cuore stanco e smarrito, in un corpo e in un’anima che, se non ci sei tu a dar loro la vita, giaceranno morti per sempre.

In quel tempo, la parola di Dio scese su Giovanni, nel deserto. In questo tempo, la parola di Dio scende e scenderà su di me, su di noi, su tutti coloro che la vorranno, nel deserto. Perché viviamo nel deserto, perché siamo deserto. E, tuttavia, il deserto può rifiorire se, dall’alto, la pioggia lo irriga e gli ridona la vita.

Il Natale non è Natale se non è di Cristo. L’uomo non è uomo se non è di Cristo. La vita non è vita se non vissuta in Cristo.

Per questo grido ancora: “Maranathà”! Vieni, Signore Gesù!

 

Chiedimi se sono felice (lettera a un amico sull’orlo di una crisi di nervi)

Caro Eberardo,

Prima di tutto ti chiedo scusa per averti trovato un nome fittizio così assurdo, ma mi sembrava troppo divertente. Mi dispiace anche non aver potuto trovare il tempo – e, soprattutto, il modo – per parlare un po’, noi due, come ai vecchi tempi. Il fatto è che, da qualche mese, tu te ne stai chiuso nel tuo piccolo mondo, pensando sempre a quanto la vita sia ingiusta, al motivo per cui Dio non si decida a fulminare la collega che ti ha fatto le scarpe al lavoro, a come riuscirai a uscire da una situazione ingarbugliata come quella in cui ti trovi. Io cerco di starti vicino e mi va bene anche che, alle volte, tu sia intrattabile, triste e incavolato come una iena. Non mi importa, sai che sono tuo amico e che ti accetto per quello che sei, nel bene e nel male. Però sono molto preoccupato per te, ecco tutto. Visto, poi, che è così difficile parlarti, ho deciso di scriverti, tanto oggi è così di moda mandare lettere pubbliche, lo fanno anche le soubrette per rivelare ai propri fidanzati o mariti, attraverso i rotocalchi, di non sentirsi soddisfatte a letto o di desiderare un pizzico di pepe in più nella vita. Tu non sei così trasgressivo, caro Eberardo, dunque non hai nulla da temere, non rivelerò certo particolari scabrosi. Vorrei solo tirarti un po’ su, farti capire che non sei solo.

Una volta proprio tu mi hai chiesto che cosa volesse dire, per me, essere felici. Senza pensarci due volte, ti ho risposto che, nella vita, avevo sperimentato come la vera felicità si ottenesse non attraverso la realizzazione dei propri desideri, bensì imparando a desiderare le cose giuste per noi e per chi ci sta intorno. Tu, amico mio, condividevi quel mio pensiero, eppure oggi sembri concentrato su qualcosa di completamente opposto. Mi dici che nessun desiderio della tua vita si è realizzato, che hai fatto tanti sacrifici ed hai ancora un lavoro precario, uno stipendio da fame e non sei per niente appagato. Ti umiliano ogni giorno e tu non vedi una via d’uscita, una speranza, ti senti condannato a vivere così per sempre.

Io ti capisco e ti sono vicino, comprendo bene la tua situazione e mi chiedo anch’io perché tu e tanti come te siate costretti ad elemosinare un posticino in cui trovarvi a fare fotocopie illuminati dalla fredda luce di una lampada a neon.

Al di là delle oggettive ingiustizie di questo mondo, tuttavia, credo che la nostra generazione sia vittima di un grande equivoco: l’accettazione fittizia di sé. Sì, proprio così: ti propinano a destra e a manca slogan del tipo “accetta te stesso e sarai felice”, “ama chi vuoi, l’importante è amare”, “vivi e lascia vivere”, “dipende, tutto dipende da che punto guardi il mondo”. Tutti sono bravi a predicare queste nuove, grandi verità, salvo, poi, dimostrare il contrario: sei grassa? Allora fai schifo! Sei malato? Devi morire! Hai problemi con la tua sessualità? Diventa gay o cambia sesso (non ho capito, poi, come mai, nella mente malata di certi psichiatri e psicologi, una persona, anziché accettare di essere nata uomo o donna ed imparare ad amare la propria natura, debba, invece, sottoporsi a interventi dolorosissimi e deformanti per cambiare aspetto e genere, come se quest’ultimo si potesse cambiare con un bisturi)! Sei vecchio? Non servi più a nulla! Sei un embrione con probabili malformazioni o con la sola colpa di essere stato concepito al momento sbagliato? Devi essere abortito! Non sei un manager, non guadagni migliaia di euro al mese e non hai uno stuolo di procaci fanciulle ai tuoi piedi? Sei uno sfigato! Sei cattolico? Beh, allora sei roba da Medioevo, non devi esistere!

Vedi, credo che tutte queste cose possano distruggere una persona e, comunque, non la aiutano di certo ad accettarsi per ciò che è. E tu sei un uomo, Eberardo, un figlio di Dio, quindi di natura divina, proiettato verso l’eternità. Ricorda quello che ci siamo detti tempo fa: un cristiano, un figlio di Dio, è colui che sa godere di tutto ciò che di buono c’è al mondo, ma sa anche farne a meno poiché non ne è schiavo. E se siamo figli di Dio, seguiamo la strada che Lui ha tracciato per noi per vivere secondo la nostra vera natura.

Tu non appartieni al mondo e, se pensi che questo mondo possa darti la felicità, sei un pazzo, un malato, come me, come tanti. Non ci sentiamo amati perché ci fanno credere di essere degni d’amore solo se dirigiamo la Goldman Sachs, se abbiamo un ruolo chiave nella vita economica del Paese o se la nostra pelle è liscia e abbronzata. E quando, dopo una vita di sacrifici per essere come ti volevano, tu vedi crollare i tuoi progetti e i tuoi sogni e ti ritrovi in un angolo con un pugno di mosche, allora pensi che nessuno mai ti amerà perché non vali niente, perché non produci nulla, perché non hai la tartaruga sulla pancia o il nasino all’insù. E non sai più chi sei, se hai ancora qualcosa da dare, se a qualcuno importa di ciò che sai fare, giacché hai imparato a vivere secondo l’ottica del “sei ciò che fai” e non del “Dio ti ha fatto come un prodigio”.

Tutti, amico mio, abbiamo oggi questa grande tentazione, quasi tutti viviamo dei momenti di depressione perché ci sembra di non aver fatto o realizzato abbastanza. Anzi, non credere che chi sta più in alto di te non sia disperato per non essere riuscito a salire ancora di più, over the top.

Vorrei che tu leggessi le parole di un uomo felice, di uno che non era un imperatore, un dirigente, un tombeur de femmes, bensì un poveretto che andava a morire dato in pasto alle belve:

Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire

Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore.
A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questa terra. E’ meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra. Io cerco colui che è morto per noi, voglio colui che per noi è risorto. E’ vicino il momento della mia nascita.
Abbiate compassione di me, fratelli. Non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo e alle seduzioni della materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo.

Nelle parole di quest’uomo si trova, probabilmente, il senso della nostra esistenza, l’obiettivo che dobbiamo tenere sempre sotto i nostri occhi: divenire ostia. Nota come, nel suo significato antico, questa parola designasse la vittima di un sacrificio offerto a una divinità. Ancora oggi, per noi, il senso rimane lo stesso, benché il termine indichi soprattutto la particola di frumento che diventa Corpo e Sangue di Cristo e che noi riceviamo quando ci comunichiamo. Bene, io e te riceviamo l’Ostia per divenire ostia, partecipiamo a un Sacrificio per divenire noi stessi sacrificio; mangiamo un corpo divenuto frumento per essere come il frumento; siamo come spighe che devono essere tagliate, private dei chicchi, macinate, pestate, schiacciate, bruciate. A chi e a che cosa servirebbe la nostra vita se rimanessimo sul nostro campo a farci belli agli occhi degli altri e non morissimo ogni giorno per divenire farina e pane per chi ne ha bisogno?

Potrai dirmi che oggi siamo nel XXI secolo, non certo ai tempi del martire che scriveva quelle parole, ma la situazione non è tanto cambiata: il paganesimo di oggi è altrettanto violento e crudele, così come lo è la persecuzione per chi crede in Cristo. Certamente, è lecito e giusto desiderare un buon lavoro, la serenità, la salute, l’amore, ma noi non siamo queste cose, non solo. Noi siamo sale, siamo frumento, siamo farina, siamo pane e solamente così potremo godere pienamente di tutto ciò che questo mondo ha di buono. Altrimenti, ogni cosa intorno a noi perderà sapore e consistenza e noi stessi saremo grigi, vuoti, tristi.

Pensaci: una fotocopia, due, tre, cento; una lacrima, due, tre, cento; un’umiliazione, due, tre, cento; una gioia, due, tre, cento. Se offri tutto questo, se rendi te stesso sacrificio, ostia, ogni cosa, anche quella apparentemente più inutile e priva di significato diverrà come gocce di pioggia che irrigano la tua terra, come brina che la feconda, come trebbia che ti taglia e come macina che ti schiaccia, come acqua che ti impasta e lievito che ti fa crescere. Saremo spogliati di ogni apparenza, come una piccola particola, eppure non c’è nulla che sia in grado di cambiare le vite degli uomini come quella particola.

Se avessimo chiesto a Sant’Ignazio di Antiochia se era felice, ci avrebbe risposto di sì. Non può essere altrimenti, se scriveva quelle parole appassionate. Se anche noi, seguendo il suo esempio, divenissimo frumento, allora potremmo andare in tutto il mondo a dire: “chiedimi se sono felice”. E saremmo disposti a rinunciare a ogni cosa pur di non perdere la felicità che quella condizione, e solo quella, può donare.

 

L’uomo che bussa

C’è un uomo che bussa da sempre alla mia porta. Lui viene ogni giorno a visitarmi, anche quando non voglio vederlo, anche quando lo tratto come un mendicante quale, in realtà, non è. Mi è bastato aprirgli una volta sola e farlo entrare per scoprire che la mia vita non sarebbe stata più la stessa, per essere consapevole che non avrei più potuto fare a meno di lui.

Mi guardo intorno e vedo che, con lui, la mia vita è ricca di ogni bene mentre, senza di lui, tutto perde sapore e significato, giacché posso dire di esistere solamente perche lui è. Lui può essere senza che io esista, mentre io non vivrei un solo istante se lui distogliesse lo sguardo da me.

Cerco il suo nome, così poco pronunciato, in ogni dove e mi sazio della sua presenza come bambino in braccio a sua madre. Vorrei che si parlasse di lui ovunque ma, purtroppo, persino nei luoghi a lui dedicati, viene messo in disparte. Si  discute di ogni argomento dello scibile umano, si digeriscono notizie e cronache di dubbia provenienza e dai loschi e perversi obiettivi, si scalpita ogni giorno per accaparrarsi un posto in un cuore o su una comoda poltrona dietro a una prestigiosa scrivania, ma il nome di quest’uomo, Gesù, lo si sussurra con paura, lo si offende, lo si dileggia, lo si ignora.

Mi sembra, a volte, di non avere più nulla da dire o da scrivere, forse perché è un po’ che non guardo il notiziario e non leggo i giornali, benché sia impossibile, oggi, rimanere completamente fuori da una realtà che fagocita pensieri e sentimenti. Mi chiedo, poi, quante delle parole, da me finora messe nero su bianco o pronunciate ad alta voce, siano effettivamente utili e mi accorgo che, per molte di esse, potrei risparmiare fiato ed energia poiché, se penso a Gesù, sistematicamente tutto si ridimensiona, ogni cosa diventa meno importante, gioie e dolori trovano una collocazione sensata nell’intricata matassa che è la mia esistenza. E’ allora che scopro di essere felice.

Spesso, mi domando se tutto quanto pubblicato in questo blog non sia che un cumulo di insulse banalità, di scempiaggini. Vorrei raccontare storie meravigliose, usando parole appassionate e un linguaggio ricco e forbito; vorrei illustrare la complessità delle tematiche sociali, politiche, storiche e filologiche che sto esponendo; mi piacerebbe, per ogni termine che uso, poter ricostruire etimologia e legami con il passato. Alla fine, tuttavia, è sempre di lui che parlo, di Gesù, e di ciò che lui è per me, di ciò che fa per me, di quel che dà a me.

Non so se ho talento per la scrittura ma, come dicevo a un mio carissimo amico, credo che i talenti non siano nulla se considerati in sé. E’ Colui che li dona, in sinergia con la persona che li ha ricevuti e li utilizza al servizio di Dio, che li rende speciali e preziosi. E, più che avere talento per la scrittura, ritengo oltremodo importante scrivere per parlare di Gesù: non da teologo o da esperto, ma da semplice uomo che ha fatto esperienza di lui.

Dopotutto, quanti anni della nostra vita sprechiamo a inseguire chimere! Fatica, dolore, delusione: tutto per qualcosa che sparisce in un minuto non lasciandoci altro che un ricordo sbiadito e un sapore dolceamaro. Io non ho mai trovato nulla e nessuno che mi faccia vibrare, godere, esultare nel corpo e nell’anima come Gesù; quando lo sento bussare ed apro la porta, mi sento come la corda di un arpa che lui sta suonando, mentre, se lo lascio là fuori, non sperimento altro che tristezza e fallimento. Non sono nulla senza di lui. Tutto ciò che ho esiste per mezzo di lui, mentre senza di lui non ho nulla.

Alla luce di questo, come posso fare della dietrologia e girare intorno al cuore della mia vita senza mai arrivarci? Come posso fingere di essere un cantastorie, un giullare, un incantatore di serpenti quando il centro di ogni cosa è Gesù? Certo, mi piacerebbe che quello che scrivo fosse letto, apprezzato, amato; sogno di vedere lacrime scorrere grazie alle mie parole, alla mia voce, alla mia musica. Nondimeno, so che quelle lacrime si seccherebbero immantinente se ciò che le ha fatte sgorgare fosse solamente la mia voce, o la mia musica, o le mie parole. Così, ritorno all’essenziale e lascio che non si veda nient’altro di me se non un piccolo uomo, un seme insignificante che vuole portare frutto, lanciato sulla nuda terra esattamente come io lancio queste mie parole che non solcano più, come un aratro, la superficie liscia e bianca di un foglio, bensì il freddo e artificiale piano di uno schermo e rinuncio ai trucchi e agli artifici, sperando che questo possa servire di più a chi mi legge.

Dopotutto, il mio compito non è quello di essere uno scrittore, un musicista o un intellettuale di fama. No, il mio compito, nella vita, è testimoniare che senza Gesù io non sarei neanche un uomo, ma soltanto povera materia ambulante.

Parlare di Gesù per me è già un’arte; vivere di lui è la più grande tra le opere; costruire un mondo a sua immagine, e non a mia somiglianza, è il più bello tra tutti i capolavori. E’ per Gesù che io apro gli occhi di mattina, è grazie a lui che riesco a capire quanti meravigliosi doni ho intorno, è soltanto a causa sua se, stranamente e inspiegabilmente, le asperità di questa vita non mi hanno atterrato.

Come potrei parlare d’altro? Come comparare il piacere di stare con lui con qualunque altra falsa speranza?

“Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me”  (Apocalisse 3:20)